Napoli contesta la «Traviata» di
Ranieri
La terza regia lirica del cantante non conquista il pubblico
del San Carlo, a dispetto della sua eleganza e dell'ottima
direzione del maestro Yves Abel Applaudito invece il bel
cast
Il più atteso era lui, Massimo Ranieri: nella sua
Napoli e soprattutto alla sua terza esperienza di regista
lirico. Le prime due erano state altalenanti: velleitario
il debutto con Cavalleria rusticana allo Sferisterio di
Macerata, e brillante e disinvolto, con qualche gag non
arbitraria l'Elisir d'amore con cui, a due passi dai vicoli
della sua infanzia, Ranieri un paio di anni or sono affrontò il
Teatro San Carlo, giocando tra l'altro con buoni esiti
la carta sempre rischiosa dell'ambientazione moderna di
un lavoro ottocentesco. E al San Carlo, lui è tornato
l'altra sera con l'opera delle opere: staremmo per dire
sua maestà la Traviata. Aveva annunciato una messa
in scena rivoluzionaria, fornendo una serie di particolari
sulla vita privata di Violetta che entra in loschi giri
fin dall'adolescenza, e addirittura ipotizzando una sua
relazione con il padre di Alfredo. In realtà (e
per fortuna) tutto questo non è affiorato nella
rappresentazione, e la regia è parsa, per usare
l'aggettivo di prammatica, assolutamente tradizionale e
adeguata all'impeccabile assetto scenografico di Giuseppe
Crisolini Malatesta. Eppure il pubblico, che a Napoli non
fa sconti a nessuno, alla fine ha dimostrato con qualche
inequivocabile dissenso che la sua Traviata non gli era
andata a genio; o quanto meno conteneva aspetti discutibili,
soprattutto all'inizio e alla fine dell'opera, quando il
regista pretende dalla protagonista più convulsi
colpi di tosse che esaltazioni belcantistiche. O forse
ha dato fastidio che nel secondo quadro del secondo atto
Alfredo non si limiti a gettare la sua borsa ai piedi di
Violetta ma, completamente ubriaco, infierisca su di lei,
al punto di meritarsi che Giorgio Germont, suo padre, lo
metta letteralmente al tappeto con un gancio degno di Cassius
Clay. Per il resto, e almeno per quello che si è visto
(non si può fare il processo alle intenzioni), la
regia di Massimo Ranieri non ha presentato trasgressioni. È addirittura
delicata anzi, nelle due scene già ricordate a proposito
della tosse, la presenza di una bambina vestita da ballerina
che attrraversa la scena alle spalle della protagonista:
quasi la nostalgia di un'innocenza che a lei è mancata.
Ingiusti, poi, ci sembrano i dissensi espressi nei confronti
della direzione di Yves Abel che forse non si solleva di
molto dalla routine, ma approda a un certo ritmo e a un
certo movimento e cura sufficientemente il rapporto fra
l'orchestra e i cantanti. Questi invece hanno convinto
anche gli spettatori più esigenti che non hanno
lesinato gli applausi. A Carmela Remigio ad esempio, una
Violetta gradevole nel timbro e a suo agio sia negli accenti
emotivi che negli slanci di agilità. Molto apprezzato
anche il Germont-padre di Dmitri Hvorostovsky: il suo Di
provenza il mar, il suol… è stato il momento
più applaudito dell'intera rappresentazione, anche
se c'è da scommetere che in buona parte era un applauso
(l'ennesimo) destinato a Giuseppe Verdi e ad uno dei suoi
momenti magici. Buono anche l'Alfredo di Giuseppe Gipali,
un po' forzato però negli acuti.
Virgilio Celletti