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Testa degli altri (La)
di Marcel Aymé
Il Tempo, 23 marzo 1963

Recuperati dalla decaduta censura, i copioni di Marcel Aymé hanno riguadagnato il tempo perduto, portando in meno di due mesi, via uno sotto l’altro, la loro graffiante provocazione sui palcoscenici italiani. È la terza volta, in poche settimane, che, su questa pagina, ho l’occasione di parlare di lui. Prima per gli applausi all’impertinenza innocua dei Masteroidi, poi per i fischi all’estro ardito di quel mezzo capolavoro che è Clérambard, ed ora per il successo di ilarità alla feroce buffoneria da pastiche d’alta classe della Testa degli altri.
Il copione conta una dozzina d’anni, passati non impunemente, trattandosi di un discorso in buona parte a chiave, scritto a botta calda nell’incandescenza dell’indignazione morale per un famoso scandalo del dopoguerra che illuminò abissi insospettati di corruzione negli ambienti della politica e della magistratura francesi non nuove ad incidenti del genere; basti pensare all’affare Dreyfus. Esso ebbe per protagonista una stupefacente figura di avventuriero armeno semianalfabeta che cominciò la sua incredibile carriera come straccivendolo a Parigi e attraverso un doppio e triplo gioco di proporzioni epiche, collaborando contemporaneamente coi nazisti, coi patrioti e con i liberatori, a guerra finita, si trovò plurimiliardario e, forte di una rete di interessi creati e di ricatti a livello ministeriale, per poco non divenne uno dei padroni della Quarta repubblica. La cronaca turpe e vergognosa, che sta dietro alla commedia, se per un verso invera il rabbioso “j’accuse”, per l’altro impaccia la libertà e la coerenza del romanzesco andamento, da fantastico vaudeville, della sua ribellistica requisitoria contro la magistratura, che, dopo la prima rappresentazione – le repliche durarono tre anni filati – suscitò tali clamori da scuotere il Parlamento francese, a prova della funzione civile di un teatro conscio delle sue finalità di testimonianza e di denuncia anche a costo di esporre dal balcone i panni sporchi di casa propria, con buona pace del benpensante conformismo, al quale unicamente si dovette se, per lo zelo di salvaguardare il buon nome della magistratura italiana che non era in causa, si proibì, per dieci anni, la rappresentazione di un copione che lacerava la foglia di fico della magistratura francese, dimenticando che la satira della giustizia è un tradizionale motivo classico del teatro comico.
Come in ogni attività umana, anche in quella del magistrato esiste una deformazione professionale onde se per gli avvocati difensori tutti gli imputati sono innocenti per definizione, per i giudici sono tutti colpevoli a priori. Mettiamoci nei panni d’un pubblico ministero che deve far carriera. Ogni condanna capitale, strappata alla giuria, è un titolo di merito. E così, congratulazioni dei colleghi e giubilo della famiglia del procuratore Maillard per la terza testa in pochi mesi consegnata al boia. Senonché, questa volta, il condannato è innocente. Gli è mancato solo che la sconosciuta gentildonna incontrata sul marciapiede, che se lo è portato a letto la notte del delitto di cui lo si è accusato, venisse a fornirgli il sacrosanto alibi. Nemmeno a farlo apposta, per una serie di quelle fortunate e fortunose circostanze che accadono solo a teatro, il meschino – fuggito dal furgone che lo riportava nella cella della morte e, per colmo, nascostosi in casa del magistrato che lo ha fatto condannare a morte – scopre che la sua occasionale compagna è nientemeno che la moglie legittima di un alto magistrato e, per giunta, l’amante in carica proprio di colui che lo ha spedito sotto la lama della ghigliottina. Pur di salvare l’onore, altro che un innocente avrebbe sacrificato la signora.
Ora le posizioni sono capovolte. L’asso nella manica lo possiede il povero diavolo e non lascerà la presa fintanto che, con l’aiuto di un deus ex machina, dietro al quale si adombra l’armeno dello scandalo a cui accennai, il vero colpevole non sarà acciuffato. Ma, prima, dalla ninfomania delle mogli alla criminale insensibilità dei mariti, c’è tempo per dar fondo allegramente a un’orgia di vergogne che trasforma la commedia satirica in una farsa all’acido prussico, dove sembra che uno Shaw inferocito, dall’umorismo patibolare, per vieppiù incattivire il proprio sarcasmo, sembra non si faccia scrupolo di intingere la penna nella più sfacciata e  salace pochade. Il guaio della commedia, da giudicare sul piano del paradosso più che su quello dello verosimiglianza, è di possedere un atto più del necessario, che esaspera e appesantisce il tono già eccessivo e le complicazioni già romanzesche dell’impianto. Ma che violenza sardonica pur nel suo procedere a bastonate.

Anche se non molto adatta ai tipici effetti da palcoscenico del copione, la pista del Sant’Erasmo è stata usata da Maner Lualdi per uno spettacolo clamorosamente parodistico, dove tutti gli attori, il Besozzi, la Monelli e l’Erpichini, in testa, hanno suscitato delle agre risate.
   
© Sipario 2011