Jackson diventa razzista nel thriller di LaBute
Neil LaBute, tagliente scrittore teatrale passato dietro la macchina da presa nel 1997 con «Nella società degli uomini», è un regista dalla robusta scrittura che cura molto la messa in scena, fa lievitare la tensione dai conflitti psicologici e scaturire naturalmente il dramma senza ricorrere a facili effetti. Inoltre, lavora di fino con gli attori. «La terrazza sul lago», prodotto tra gli altri da Will Smith, conferma queste qualità anche se, trattandosi di un thriller, a un certo punto può far spazientire lo spettatore abituato alla ricetta standard, e vincente, del genere a base di adrenalina, sequenze ad effetto, ritmo serrato. Chris e Lisa, lui bianco e lei di colore, si trasferiscono a Los Angeles nella zona residenziale di Lakeview Terrace e come vicino di casa trovano Abel, un poliziotto di mezza età - anche lui scuro di pelle - dai metodi sbrigativi che gli costano un periodo di sospensione dal servizio. Autoritario e oppressivo con i suoi bambini, l'agente che ha preso a cuore la sicurezza del vicinato comincia a spiare la coppia appena arrivata, diventa ogni giorno più molesto e invadente fino a infastidirli e perseguitarli. Abel allestisce un sottile, perfido, sadico piano che mira a destabilizzare la coppia e a passare per il salvatore che li tiene in pugno, ma viene tradito da un cellulare... I colpi di scena e la suspense sono concentrati nell'ultima mezz'ora, anche se LaBute in realtà usa il genere per rimescolare conflitti razziali e pregiudizi borghesi. Come in altre occasioni Samuel L. Jackson fa spettacolo a sé, calandosi con la consueta autorevolezza espressiva e carismatica disinvoltura nei panni del paranoico poliziotto (ottimo il doppiaggio di Alessandro Rossi).
Alberto Castellano