Strana coppia (La)
di Neil Simon
La Notte, 14 dicembre 1966
Flusso e riflusso, tutto torna alle origini. Anni fa, quando la rivista cosiddetta alla francese, cioè a grande spettacolo, entrò in crisi, travolgendo nelle macerie delle proprie scale e delle proprie piume la sua Eleonora Duse, vale a dire Wanda Osiris; e sulle sue macerie sorse la moda della commedia musicale – per intuito, esperienza e volontà di due maestri del genere: Garinei e Giovannini –, in un raptus di ottimismo divinatorio, fui io stesso, mi pare, a scrivere: niente paura, se la parabola fosse seguita per il suo verso e, chissà mai, anche l’entusiasmo per la commedia musicale, un giorno, avesse cominciato ad intiepidirsi, si sarebbe tornati alla pura e semplice e intramontabile commedia comica. A tutto vantaggio, del teatro di prosa, nel ripristino, finalmente, di quel provvidenziale e indispensabile repertorio di consumo a livello di dignità e di gusto, vero e proprio connettivo vitale, che il provinciale complesso di inferiorità analfabetico dei nostri fanatici teatranti di serie A, aveva letteralmente distrutto col lanciafiamme del culturalismo, dell’intellettualismo, dell’impegno e di tutte le seriose malinconie che ci sono andate, e che ci vanno, dietro.
Sta a vedere che ci siamo? Qualcosa nell’aria deve star per cambiare se gli stessi Garinei e Giovannini, col fiuto e la serietà che possiedono, da un paio di stagioni si son messi a produrre anche spettacoli di prosa, con risultati più che felici. Hanno fatto centro l’anno scorso con Love, l’hanno fatto quest’anno con La strana coppia. Il successo di ieri sera al Nuovo ne è la dimostrazione,. Non c’è da augurarsi altro che perseverino. Nel delicato momento che sta attraversando, delicato proprio perché è in ripresa, il nostro teatro ha bisogno, come dell’aria per respirare, di produttori avveduti. Qual miglior garanzia di un istinto organizzativo e di un’abilità amministrativa sposati a un autentico valore e a una provata esperienza di autori come la loro? A dire tutto il bene che può venire basterebbe già l’annessione alla prosa compiuta, per opera loro, di attori comici della simpatia e del richiamo di Renato Rascel e Walter Chiari, accolti dal pubblico con un calore come da tempo e tempo non si notava in una platea.
Bisogna anche dire che essi sembrano fatti apposta e per completarsi a vicenda in un impasto umoristico originale e per la commedia che sono stati chiamati ad interpretare. Non si tratta, d’accordo, di un copione destinato a fare storia: si limita a suggerire con malizia prudente, lasciando in una evanescente ambiguità quella che sarebbe potuta diventare una provocazione originale – cioè il connubio matrimoniale tra due uomini – smaglia e tira un po’ per le lunghe la propria materia. Ma lo fa con la cura e la precisione da ingegneri, tipico degli americani nel costruire le loro commedie comiche; non immemori né della lezione cinematografica né di quella televisiva. Gags, spiritosaggini, facezie, sono dosate alla calcolatrice, statisticamente sintonizzata sul gusto e sull’esigenza di un pubblico medio campione. Una situazione base e, in fondo, monotona, si svolge a cacciavite in una serie di lepide variazioni che fanno dimenticare di essere solo delle ripetizioni. Insomma, un manufatto medio ma di una certa qualità, che non delude la clientela – e si tratta della clientela che può riempire i teatri, dite poco? – fate conto la pelliccia comperata alla Rinascente. E, infatti, l’autore, Neil Simon, sceneggiatore cinematografico ed esperto in racconti televisivi, è uno dei coccoli di Broadway del momento. Vedi combinazione, il suo ultimo successo è una commedia musicale ricavata dal film di Fellini Le notti di Cabiria! Tutto quadra.
Due giovanotti, uno divorziato, campione del disordine e della bohème; che vive in un appartamento di otto stanze dove nessuna cosa è al suo posto ed è più facile trovare i calzini nel frigorifero che non nei cassetti del comò; e uno cacciato di casa dalla moglie, ossessionata dalla sua meticolosità di ragioniere e dalla sua piagnucolosa ipocondria fisica e sentimentale, decidono di unire le loro opposte solitudini e far vita in comune. È un’esperienza comicamente disastrosa. Transfughi entrambi dalle miserie, le noie e l’oppressione del matrimonio, ben presto, i due celibi d’elezione si accorgono d’aver ripristinato un vero e proprio matrimonio senza matrimonio. Insopportabile il primo al secondo per le mani bucate e la costituzionale confusione; intollerabile il secondo al primo per le virtù domestiche, la sapienza culinaria, il culto degli orari, la mania della casa pulita, l’amore per la lucidatrice, l’odio per le cicche a terra e via discorrendo. Finirà in un nuovo divorzio per incompatibilità di carattere; senza, però, con ciò, spezzare il filo dell’amicizia, che, con quello di una mascherata misoginia, è il tema per così dire nobile lievemente androgino e vagamente inquietante del lepido copione. Chi capisce capisce.
Emilio Bruzzo, italiano americanizzato, possiede qualità di regista comico inequivocabili. Un umorismo estroso e lievemente alienato, dai ritmi e dai timbri sicuri, presiede allo spettacolo, dominato, da capo a fondo, naturalmente, dall’esplosiva esasperazione di un Walter Chiari che controlla allo scrupolo – chi lo avrebbe detto?! – la mancanza di controllo del suo personaggio, e da un Renato Rascel implacabile nel suo lacrimogeno vittimismo. Brevi ma ineccepibili le prestazioni della Cerliani, della Maresa, del Merli, dell’Ucci, del Pernice e del Bonuglia. Non vi sto a contare le risate, gli applausi a scena aperta e le feste alla fine dello spettacolo. Chi vuol ridere per e feste, sa dove trovare il fatto suo. |