Sorridente signora Beudet (La)
di D.Amiel e A.Obéy
Tragicommedia in due atti.
Corriere della Sera, 14 novembre 1922
Ecco due atti densi di semplice, profonda, spasimante umanità. Gli autori li hanno chiamati tragicommedia: definizione barocca ed inutile. La sorridente signora Beudet è un’opera d’arte, una piccola, talora pallida, pietosa, pensosa, difficile opera d’arte. A me ha dato un piacere che il teatro ormai dona raramente. Mi ha fatto conoscere due autori che non hanno paura di frugare con ansiosa attenzione fra le pieghe della verità, che sanno rappresentare la vita senza appannarla coi simboli, senza falsarla e senza gonfiarla, ma, d’altra parte, senza copiarla con servilità fotografica. In questi due atti c’è un’osservazione scrupolosa che non esclude né la fantasia né la sensibilità.
Narro, con la certezza di sciupare. Ci si mostra un piccolo mondo di provincia: una quiete vacua, dove ogni parola riecheggia sordamente attorno a chi la pronuncia. Una famiglia: il signor Beudet e sua moglie. Il signor Beudet, commerciante in stoffe, nato di umile gente, asceso ad una pingue agiatezza, ma non trasformatosi ascendendo; la signora Beudet, anch’essa di sangue umile, nipote di muratori, ma in due generazioni affinatasi: l’uno soddisfatto di esser giunto dove è giunto, felice e superbo di quei beni materiali che ha saputo conquistare; l’altra incapace ancora di una propria vita spirituale della quale ha tuttavia il presentimento. Beudet è perfettamente contento dell’ambiente morale nel quale vive; sua moglie non ha abbastanza rassegnazione per adattarvisi, né ha sufficiente forza ed originalità per dominarlo e migliorarlo.
C’è in lei una confusa ricchezza di aspirazioni. Se ella potesse vedere chiaro nel suo malessere si ribellerebbe o almeno saprebbe difendersi. Ma i suoi tormentosi desiderii non hanno una orientazione sicura; non sono di una vita o più splendida o più varia o più avventurosa, o d’amori da romanzo. Essa ha solo un bisogno profondo di cose gentili che non saprebbe precisare, di un po’ di vita più intelligente e più delicata. La sua è una piccola sete di ideale.
Su questo organismo nervoso, sofferente, impressionabile, quasi gracile, s’è abbattuta la beata e ottusa incomprensione del signor Beudet. Il signor Beudet, in fondo, è un buonissimo uomo. Ma per lui non esiste altra realtà che quella che tocca con le sue mani massicce di lavoratore. Il suo affetto per la signora Beudet è ordinato, ragionevole, casalingo, comodo e autoritario. Il matrimonio è stato per lui una gaia e tranquilla presa di possesso. Non gli pare che, compiuto il rito, gli resti più nulla da conquistare. Tutto nella sua donna gli sembra suo, sicuramente e saldamente suo; così il corpo come il pensiero. E poi, che cosa è il pensiero di una donna? Ha il sospetto della sua esistenza, l’operoso signor Beudet? No, perché supporre un cervello indipendente e uno spirito inquieto in sua moglie, vorrebbe dire, per lui, riconoscere che la sua proprietà maritale non è illimitata. Con questo non si può dire che egli sia un prepotente: è moralmente sordo.
Questi due esseri, costretti a vivere insieme, si tormentano a vicenda. Ella, sotto il sorriso perenne che ha assunto per dare al suo viso una fissità che non tradisca le tempeste dell’anima, nasconde una desolazione mortale. E quasi dell’odio per il marito. Costui, che non comprende nulla, che, non sapendo spiegarsi le cause del continuo disagio morale della moglie, non vede che gli aspetti della sua scontentezza e le contraddizioni e le risoluzioni ostili, attribuisce tutto questo ad una riottosità, capricciosa e maliziosa. Più ella spasima, più il signor Beudet s’ accanisce nei rimproveri. Sembra talvolta un tiranno, povero bravo stupidissimo uomo, che è, invece, soltanto meravigliato che sua moglie sia infelice, mentre a lui pare tanto agevole essere felice. Gli sembra che la grossolana contentezza che talvolta gli gonfia il cuore, debba essere risentita da sua moglie, e bastare a renderne invidiabile l’esistenza. Non è neppure un egoista; è uno sciocco egocentrico, che crede che il colore della sua anima angusta debba riflettersi su tutte le anime che lo circondano.
La commedia ci mostra i rapporti dei coniugi Beudet in un modo ammirabile. Quelle scene familiari sembrano tracciate con mano leggera; ma non c’è una battuta che non sia il frutto di una indagine acutissima, che non abbia un meditato valore psicologico. A taluno tra gli spettatori parvero eccessive le reazioni di collera del signor Beudet, e sproporzionate alle cause. Non sono di questa opinione. Se le parole d’ira, originate da piccole cagioni, precipitavano addosso alla sorridente signora Beudet tremende e fragorose, esse obbedivano ad una specie di legge di gravità. La loro caduta ne aumentava il peso. Quelle esacerbazioni furibonde, prodotte da cento piccoli nulla, riassumevano un dramma ben più grande di quello del quale vedevamo i profili esteriori; riassumevano il gran dramma della convivenza e della incompatibilità. Bastava non fermarci ad ascoltare le parole che provocavano lo scoppio d’ira, ma protendere lo spirito attento sino a renderci conto delle profondità del dissidio, della incapacità della signora Beudet a dirimerlo, della incapacità del signor Beudet a comprenderne le origini, per ammirare l’arte con la quale l’apparente umile verità del dialogo superava la piccola verosimiglianza, per assurgere ad un valore più vasto e per acquistare un significato più generale.
Per me la commedia sarebbe stata deliziosa se si fosse accontentata di dipingere quella vita, quella casa, quei due, sì vicini e sì lontani. Ma gli autori hanno voluto inserirvi l’aneddoto: e l’hanno fatto con furberia, dalla quale hanno saputo liberarsi con un ingegnoso trovato psicologico. Il signor Beudet ha l’abitudine di giocherellare con una pistola scarica, dieci volte al giorno. Per ridere, per braveria, la punta alla sua tempia, facendo scattare il grilletto. Gli pare, in tal modo, d’essere spiritoso e romantico. La signora Beudet, una sera, dopo che, per essersi rifiutata d’andare a teatro, fu dal marito furiosamente investita e offesa davanti ad estranei, superata ormai tutta la sua acre possibilità di pazienza, carica quella pistola. Quando l’omaccio farà il solito gioco, si fracasserà la tempia. Qui la commedia entra in un campo che non è suo. Cerca una terribilità di effetti scenici che mi piace assai meno della finta lievità delle scene precedenti, che erano, quelle sì, intimamente terribili. Assistiamo al terrore della signora Beudet nell’attesa del colpo fatale. Ad un certo punto, pentita, ella vorrebbe scaricar la pistola, ma ne è sempre impedita da qualcuno che sopraggiunge. Il suo stato d’animo non è nuovo per noi; il teatro ci ha dato troppe “situazioni” di questo genere.
Le cose non vanno come la signora Beudet prevedeva. Durante una scena violenta che suo marito le fa, costui, giunto alla esasperazione, non punta, come soleva, la pistola contro di sé, ma minacciando la moglie, e dicendole che meriterebbe di essere trattata a colpi di pistola, scarica su di lei, senza colpirla, l’arma che credeva vuota. Qui la commedia, che s’era abbassata, si rialza. A quel fuoco, a quel rombo, Beudet non immagina neppure che sua moglie abbia caricata la pistola per farlo morire; subito pensa, con angoscia e con spavento, che ella l’abbia preparata per uccidersi. Ed è preso da una pietà profonda, da una infinita tenerezza per la sua povera donna. Tutto quello che in lei gli era sembrato caparbietà, o istinto di contraddizione, ora gli si rivela infelicità immensa. Il suo povero cuore bonario, per le vie di un errore, lo conduce a scoprire quello che il suo chiuso cervello non aveva saputo rivelargli. La signora Beudet, dal canto suo, sente la bontà elementare di quell’uomo che non è capace neppure di immaginarla malvagia: e, per quella bontà, lacrimante di rimorso, si lascia stringere fra le braccia dal suo uomo, con il quale ha trovato finalmente un punto di contatto spirituale, diverso da quello che ella cercava, ma pur saldo e rassicurante. Anche in questa conclusione, che può parere sentimentale, c’è una stupenda, originale, acuta ironia, piena di pietà umana. |