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La
sirena
tratto da "Lighea" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
con Luca Zingaretti
musiche: Germano Mazzocchetti
eseguite da Fabio Ceccarelli
Napoli, Teatro Diana, dal 30 gennaio 2008
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Giornale
di Sicilia, 7 marzo 2008
MESSINA (gi.gi.).- Luca Zingaretti smessi i panni del
commissario Montalbano arriva al Vittorio Emanuele elegante
nel suo smoking nero in qualità di fine dicitore,
lesto a esibirsi in uno dei più bei racconti della
nostra letteratura scritto dall’osannato autore del Gattopardo Giuseppe
Tomasi di Lampedusa e pubblicato postumo nel 1961. Si tratta
del racconto La sirena, che la vedova dello scrittore
avrebbe voluto titolare Lighea, di cui Zingaretti
ha curato regia e drammaturgia, facendosi accompagnare
nei sessanta minuti di lettura da Fabio Ceccarelli alla
fisarmonica su musiche composte da Germano Mazzocchetti.
Zingaretti racconta con molta partecipazione di due singolari
personaggi siciliani che nel tardo autunno del 1938 s’incontrano
in un bar di Via Po d’una Torino distante ad entrambi.
Il primo è un giovane palermitano redattore de La
Stampa, laureato in legge che si chiama Paolo Corbèra,
un po’ depresso al momento perché piantato
contemporaneamente da una doppia liaison d’amore
con due belle tote: il secondo è uno scontroso e
tagliente signore di 75 anni originario di Aci Castello
che di nome fa Rosario La Ciura, che vive della sua pensione
di senatore e si pregia d’essere pure un illustre
e stimato grecista del suo tempo. La simpatia fra i due
nasce al primo istante, allorquando al Corbèra,
che sta leggendo il Giornale di Sicilia,
gli viene chiesto da La Ciura che fuma sigari e sputa spesso
se può fargli dare scorsa, scoprendosi entrambi
originari della stessa terra. Lentamente fra i due nasce
una cordiale amicizia che porta entrambi a conoscere le
loro storie segrete e di parlare delle umane cose con colte
argomentazioni, mai banali sempre pregne d’ironia,
ricordando gli odori e i sapori dei ricci di mare, del
rosmarino dei Nebrodi, il miele di Melilli, gli agrumeti
di Castellammare, non trascurando di accennare ad alcune
loro avventure dongiovannesche. E mentre quelle del Corbèra
erano piuttosto banalotte, quelle del La Ciura si vestivano
d’incanto e di mistero, in particolare quando racconta
d’una sua giovanile vacanza di studio ad Augusta
e d’una gita in barca che lo farà incontrare
con una stupenda sirena con la quale farà all’amore
come non lo avrebbe fatto mai in vita sua. Si chiamava Lighea la
strana creatura e aveva le sembianze di come la si raffigura
nell’immaginario collettivo. Era montata sulla piccola
imbarcazione, “aveva una voce che sembrava un canto” e
l’avrebbe fatto innamorare all’istante per
quella sua “bestiale gioia di esistere, una quasi
divina letizia”, emanando pure un “profumo
mai sentito, un odore magico di mare”. Il racconto
ha termine con un arcano e lapidario comunicato giunto
al giornale del Corbèra in cui si diceva che La
Ciura imbarcatosi sul Rex a Genova, era caduto in mare
nei pressi di Napoli e che il suo corpo non s’era
mai più trovato. Calori applausi finali e repliche
sino a domenica.
Gigi Giacobbe
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Il
Mattino, 2 febbraio 2008
Zingaretti
e «La Sirena» che incantò il
Gattopardo
Ovviamente, il grosso pubblico conosce Tomasi di Lampedusa
solo come autore del romanzo «Il Gattopardo».
Ma lui scrisse anche quattro racconti («Il mattino
di un mezzadro», «La gioia e la legge», «Lighea» e «I
luoghi della mia prima infanzia»), pubblicati postumi,
nel 1961, a cura di Giorgio Bassani. E il più importante
e suggestivo di essi, «Lighea», è adesso
in scena al Diana, col titolo «La Sirena»,
nella lettura di Luca Zingaretti (nella foto), che firma,
s'intende, pure l'elaborazione drammaturgica del testo
e la regia dello spettacolo. Si racconta dell'incontro,
in un caffè di Torino, fra un anziano e illustre
grecista, Rosario La Ciura, e un giovane giornalista, Paolo
Corbèra. E il primo rievoca l'amore travolgente
che in un angolo sperduto della costa siciliana lo legò,
quando aveva solo ventiquattro anni, per l'appunto a una
sirena chiamata Lighea. Lei, poi, sparì. Ma il racconto
si conclude con la notizia che il corpo di Rosario La Ciura,
caduto in mare dalla nave mentre si recava a un convegno
scientifico, non è stato più ritrovato. Il
vecchio grecista, insomma, ha scelto di riunirsi per sempre
con Lighea, la verità e l'innocenza. Sono evidentissimi
i rimandi al «Gattopardo», a cominciare dal
cognome del giornalista, ch'è lo stesso del principe
di Salina, per finire, giusto, a quella Sirena che muta
in piacere l'ultimo rantolo dei naufraghi, così come
la donna velata muta in pace l'ultimo rantolo di don Fabrizio.
E torna l'intreccio fra gli opposti che costituisce la
dote precipua della scrittura di Tomasi di Lampedusa: da
un lato la fredda e grigia Torino e dall'altro la calda
e solare Sicilia, da un lato il naturalismo del paesaggio
isolano e dall'altro la riflessione intellettuale. Elementi
contrastanti che - questo l'approdo significativo del testo
- finiscono a scambiarsi i propri connotati: l'antichità classica
viene rievocata con «un senso vivace, quasi carnale»,
mentre l'amplesso fra il giovane e la Sirena acquista le «più alte
forme di voluttà spirituale». Assai bella,
rispetto a un simile quadro, la prova d'attore di Luca
Zingaretti, capace di mescolare con gusto, misura e sentimento
i toni grotteschi della deformazione ironica straniante
con quelli tenui, sospesi, che suggeriscono, insieme o
alternativamente, la memoria radicata nel mito e il ricordo
bruciato nella vita. E belle sono anche le musiche di Germano
Mazzocchetti, ottimamente eseguite dal fisarmonicista Fabio
Ceccarelli e che, a loro volta, mescolano organetti da
fiera, bande di paese e impalpabili valzer che sembrano
echeggiare proprio dalle stanze ombrose di Donnafugata.
In definitiva, uno spettacolo che nella sua brevità (dura
un'ora e cinque minuti) e semplicità costituisce
un autentico gioiellino di stile e di poesia.
Enrico Fiore
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