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La
rigenerazione
di Italo Svevo
regia: Antonio Calenda
scene: Pier Paolo Bisleri
con Gianrico Tedeschi, Lidia Kozlovich, Sveva Tedeschi, Carlo Ferreri, Zita Fusco
Latina, Teatro Comunale, 15 e 16 marzo 2008
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Il Mattino, 13 dicembre 2008
Svevo, Tedeschi e il sogno proibito della gioventù
Come sappiamo, Svevo lasciò l'impiego presso la banca Union ed entrò a far parte del colorificio dei suoceri nel maggio del 1899, tre anni dopo il matrimonio con la cugina Livia Veneziani. E già il 2 ottobre successivo annotava nel suo diario intimo: «Fuori della penna non c'è salvezza». In breve, lo scrittore triestino individuava nella letteratura l'unica possibilità di sfuggire all'integrazione nella borghesia e di non restare prigioniero dei meccanismi capitalistici. Ma questo, evidentemente, era solo un sogno, uno dei molti di cui - come Svevo annotò, sempre nel diario, il 10 gennaio 1906 - fu «piena» la sua vita «troppo corta». Dunque, Giovanni Chierici - il protagonista settantaseienne de «La rigenerazione», l'ultima e probabilmente la migliore commedia di Svevo, datata 1927-'28 e presentata ora al Bellini dallo Stabile del Friuli-Venezia Giulia e dalla compagnia Artisti Associati - si rivela come un parente stretto di Zeno Cosini: poiché ha in comune con lui non solo la condizione di commerciante agiato, ma anche e soprattutto la «malattia», l'inettitudine alla vita. E cerca di guarirne per l'appunto attraverso un sogno, che «riscriva» la vita allo stesso modo della letteratura. Infatti, Giovanni tenta, mediante un'operazione, di ringiovanire. E ci riesce. Ma per trovarsi prigioniero, stavolta, di un «disordine tardivo» che lo spingerà a rientrare precipitosamente nella routine da cui aveva voluto affrancarsi: con il corollario, manco a dirlo, dell'ennesimo sogno finale, che lo vede impegnato a trasferire la ritrovata vitalità dai tentativi di sedurre la serva Rita e dal proposito di risposarsi con l'antica fiamma Pauletta all'idillica coltivazione della terra. Ebbene, rispetto a tutto questo, e nel solco dell'adattamento di Nicola Fano, la regia di Antonio Calenda appare piuttosto contraddittoria, oscillando fra invenzioni pertinenti (vedi lo scarto fra il realismo minuto della Rita che lava il pavimento con tanto di secchio, straccio e spazzola e la scena astratta di Pier Paolo Bisleri) ed altre (vedi la battuta: «Umbertino dalla sarta? Con la testa sfracellata?») che attengono solo a una comicità di superficie, facile come gli echi pirandelliani disseminati qua e là. In fondo, lo spettacolo è Gianrico Tedeschi: a 88 anni suonati, offre, nei panni di Giovanni Chierici, un'incomparabile - e addirittura miracolosa - lezione di stile, tecnica e misura. Ed è ovvio, il contesto risulta molto più ordinario. Si distingue Fulvio Falzarano nel ruolo di Biggioni.
Enrico Fiore
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Corriere
della Sera,
16 marzo 2008
La vecchiaia di Svevo, Tedeschi mattatore
Un grande autore, Italo Svevo, e un grande attore, Gianrico
Tedeschi, per parlare con «La rigenerazione»,
scritta nel 1928, della vecchiaia e del desiderio faustiano
di ringiovanire. Ai tempi di Svevo si fantasticava della
miracolosa cura «Voronoff», oggi si ricorre
a pillole e al chirurgo plastico, ma di fondo c' è sempre
la non accettazione di una età difficile, il conflitto
tra desideri, istinti e le possibilità sempre più ridotte
di soddisfarli perché come scrive Orazio «gli
anni che fuggono ci portano via una cosa dopo l' altra».
L' occhio con il quale Svevo guarda al problema è intelligente
e ironico. Uno sguardo che ben si attaglia a Gianrico Tedeschi
che è Giovanni, protagonista di questa commedia
portata in scena con la limpida regia di Antonio Calenda
e le belle scene, leggere come un pensiero, di Pier Paolo
Bisleri. Giovanni, quieto marito della dolce Anna, padre
di Emma che la vedovanza prematura ha reso spigolosa e
intransigente, nonno di un nipotino che adora, sostenuto
dal nipote medico, si convince ad affrontare un' operazione
che lo ringiovanirà. Non sarà un banale fatto
fisico, ma mentale che si sviluppa e si evolve in un susseguirsi
di sogni dove passato e presente si confondono per chiarirsi
l' uno nell' altro. Giovanni guarda la sua vita finalmente
in faccia, nella sua interezza e nella sua verità.
Si libera del conformismo e della superficialità del
passato e contemporaneamente della crudeltà di un
presente, non accettato e ineludibile, di vecchiaia. Straordinario è Gianrico
Tedeschi con i suoi toni mai ovvi, con i suoi scarti beffardi,
con punte di sarcasmo che si addolciscono in lampi di saggezza.
Una grande interpretazione ben accompagnata dalle prove
di tutti gli attori, da Lidia Kozlovich a Sveva Tedeschi,
da Carlo Ferreri a Zita Fusco in uno spettacolo che con
leggerezza racconta come una vita vissuta inconsapevolmente
sia priva di senso.
Magda Poli
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Avvenire,
19 gennaio 2007
TEATRO D’EVASIONE.
E DI SUCCESSO
Si può comprendere perché «La presidentessa» di
o, meglio, da Hennequin e Veber, in scena al teatro di
via Manzoni, sia Io spettacolo che sta incontrando gran
successo e attizzi l'attenzione di un pubblico il più largo
possibile: quello che cerca un mero teatro d'evasione.
Perché lo spettacolo è una vera macchina
spegni pensieri e preoccupazioni e il prodotto è costruito
senza risparmio. Scenografia faraonica, costumi squillanti
e alla ribalta un pool di veri, autentici professionisti
della risata capeggiati essi da un fuori classe, Maurizio
Micheli, il quale si trova a sua volta ad essere fiancheggiato
(o viceversa) da un personaggio femminile popolarissimo
cioè Sabrina Ferilli. A mettere in moto poi, e dunque
Gran Confezionatore un altro re della scena, Gigi Proietti,
il quale pur standosene dietro le quinte, fa navigare la
nave in modo tale che essa non perda mai la rotta. Tutto
a filare rapido e veloce, tutto con un ritmo indiavolato.
Che poi la "pièce", un riadattamento ad
hoc per l'italica platea, e da parte dello stesso Proietti,
di un vecchio e complicatissimo vaudeville francese firmato
agli albori del Novecento appunto dalla celebre coppia
sopra citata, proprio un esempio di raffinatezza non sia,
al pubblico non sembra interessare più di tanto.
Ciò che lo conquista è il ben oliato meccanismo
teatrale e non tanto la banale e salace vicenduola che
Proietti trasferisce in un'Italietta umbertina spalmandola
a piene mani; di color locale; un caravanserraglio di gerghi,
di parlate, di dialetti. Vicenduola la quale ruota intorno
a una sciantosa pronta a regalare le sue grazie a questo
e a quello. La quale un giorno, per caso, nel corso di
una tournée in provincia capita in casa di un austero
magistrato e da qui a prendere il via una serie di equivoci
e di semiboccaccesche awenture fino all'inevitabile happy
end che vede Gobette, dopo aver sedotto il suo uomo a furia
di bugie e controbugie, diventare la moglie del ministro
della Giustizia. Ed ecco la scena, come avrebbe potuto
succedere in un spettacolo di Garinei e Giovannini traformarsi
in una monumentale torta nuziale. Tavolgente è la
Ferilli, vitalissima in un ruolo che è il suo. E
Maurizio Micheli (tempi comici perfetti) è una riserva
aurea senza fondo di comicità: pochi oggi, nel campo
del teatro leggero, sanno tenere la scena come lui. Ma
c'è tanta bravura anche nei loro colleghi. Nel ben
ritrovato, in una parte comica, Virgilio Zernitz, che nei
panni del solenne magistrato di provincia sfodera il suo
gran mestiere così come lo sfodera Paila Pavese
nel ruolo dell'ambiziosa moglie. Quanto poi a Miro Landoni
e a Gennaro Cannavacciuolo, se il primo è un irresistibile
e insolente usciere 'lumbard" , il secondo gli dà la
replica diegnando uno spassosissimo vigile bilingue. L’ilarità è continua.
Domenico Rigotti
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La
Provincia Pavese,
14 gennaio 2007
LA FERILLI GIOCA A FARE LA FATALONA
A Milano nella “Presidentessa” si
diverte con Proietti e Micheli
La morale non è nuova. E non è possibile
che se ne abbia un'altra: sono le donne a far girare il
mondo, con le loro malizie e i desideri che sanno ispirare
e tutto il resto - gli uomini e le loro belle istituzioni
- non sono altro che la facciata ridente e un po' buffa,
e comunque sempre seria e rispettabile, che vede svolgersi
gli eterni giochi della seduzione. Emerge chiaramente da "La
presidentessa". Il vaudeville di Hennequin e Veber
scritto nel 1912 e ora riadattato da Gigi Proietti che
sposta la vicenda nell'Italia giolittiana, adattando la
comicità (popolare) al nostro Paese, assegnando
ad ogni personaggio una parlata dialettale diversa e punteggiando
la rappresentazione di citazioni, motivi, ricordi del café chantant,
dell'avanspettacolo, della rivista, con canzonette e scalinate
da cui scende la protagonista alla Osiris. Per il resto,
rispetta l'architettura del testo ed i canoni del genere.
E, quindi, punta sul ritmo vorticoso, sull'accuratezza
delle caratterizzazioni e su una girandola d'invenzioni
adeguatamente esaltate (con il contributo delle scene mobili
di Alessandro Chiti) da una Sabrina Ferilli espressivamente
versatile, ironica ed avvenente nelle guepière scintillanti
di paillettes che inguainano la sua disinibita subrettina
un po' burina e un po' femme fatale ed un Maurizio Micheli,
ministro irresistibile, perfetto per tempi, intonazioni,
estri. Sono loro a svolgere il gioco vorticoso di entrate-uscite
alla Feydeau e battute a raffica, dove Gobette, spregiudicata
diva del varietà, cacciata dall'albergo scostumatezza,
si rifugia in casa del morigerato magistrato che ha disposto
il provvedimento ed è scambiata per sua moglie dal
Ministro della Giustizia, giunto per verificare la moralità della
magistratura. Ne nasce una girandola irresistibile di tresche
sentimentali, equivoci e sotterfugi, con la Presidentessa
che seduce il Ministro, l'impalma ed assicura al giudice
una clamorosa carriera a Roma. Il lieto fine è così salvo,
con tutti i personaggi in scena - gli altri interpreti
sono Paila Pavese, Virgilio Zernitz, Miro Landoni, Massimiliano
Giovanetti, Gianni Cannavacciuolo, Susanna Proietti - a
festeggiare il mondo così com'è, farsa o
inganno che possa diventare, non è importante. Quel
che conta - e siamo d'accordo - è sapersene divertire.
Franco Cornara
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Corriere
della Sera, 13 gennaio 2007
SABRINA
FERILLI, TRAVOLGENTE "PRESIDENTESSA”
C’è una lealtà di fondo nelle macchine
comiche che sono i vaudeville che espongono i loro ingranaggi
con onestà, ben oliati da una vitalità che
scorre impetuosa sotto le battute. Così è nella
pièce «La presidentessa» del 1912 di
Hennequin e Veber, bravi artigiani di questo genere che
per qualche tempo offuscarono la fama di un genio come
Feydeau. Nelle mani di Gigi Proietti, adattatore e regista,
il vaudeville si cala nella nostra Italia umbertina, tra
la babele di inflessioni dialettali di un Paese unificato
solo da una cinquantina d’anni. E con bravura Proietti-regista
semina invenzioni comiche rendendo lo spettacolo sapido
e scintillante, valorizzando, senza un attimo di calo,
la complicatissima trama della commedia tutta equivoci.
Perno della vicenda è l'intraprendenza «verace»,
maliziosa e generosa della bellissima soubrette Gobette,
francese quando serve, che riesce a farsi scambiare dal
ministro della Giustizia, moralista fustigatore dei costumi,
ma sensibile al fascino femminile, per la moglie di un
vecchio onesto giudice di provincia, mentre la vera moglie,
ex sguattera, maniaca della pulizia degli ottoni è in
viaggio verso Roma con la figlia che per un accidente parla
solo inglese, lingua sconosciuta in famiglia. Sedotto il
ministro in un turbinare di bugie e controbugie, di mosse
e contromosse, tra porte che si aprono e chiudono e ambienti
che cambiano, la generosa Gobette riuscirà a far
fare al giudice una carriera folgorante. Punto di forza
dello spettacolo è un’ottima compagnia, Sabrina
Ferilli con bravura e travolgente vitalità fa di
Gobette un personaggio che conquista, Maurizio Micheli,
il ministro, è bravissimo nel disegnare con aria
svagata e bei tempi comici un personaggio simpaticamente
opportunista. Bravi anche Virginio Zernitz, Paila Pavese
e i divertenti Miro Landoni e Gianni Cannavacciuolo e la
giovane Susanna Proietti.
Magda Poli
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