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Ragazza del
Lago (La)
di
Andrea Molaioli
con Valeria Golino, Toni Servillo, Omero Antonutti, Anna Bonaiuto, Fabrizio Gifuni
Italia (2006)
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Avanti, 2 ottobre 2007
Un quadro di Goya evoca il primo piano di profilo di Omero
Antonutti nel film opera prima di Andrea Molaioli "La
ragazza del lago", vincitore del Premio Isvema alla 64° Mostra
Internazionale del Cinema di Venezia. Un primo piano di un
vecchio padre-padrone che cita se stesso (Antonutti fu il padre
di Gavino Ledda nel film dei Taviani del 1977), un viso rovinato
dalla malattia e dalla rabbia, nell'impossibilità di
spiccare addosso al commissario Sanzio, interpretato da Toni
Servillo, che fuori campo gli chiede ragione della sua mala
paternità. Non potrà Antonutto spiccare il volo
perché il suo personaggio è paralizzato su una
sedia rotelle, da cui il vecchio maledice il proprio sangue
- il figlio Mario - affetto da ritardo mentale, interpretato
con grande forza espressiva da Franco Ravera. Il film è una
parabola del cattivo padre, e la frase pronunciata dal commissario
all'inizio del film, "Un padre c'è sempre",
si avvererà fatalmente, ma al negativo. Il film, infatti,
dietro la trama del giallo, narra di padri colpevoli, di essere
assenti, o di divorare la prole, come Saturno. Assente il padre
della piccola Marta, la bimba che sembra smarrita all'inizio
della vicenda, assente il padre del sospettato numero uno,
il fidanzato della vittima, Roberto, recitato con verismo dal
giovane Denis Favolo (molto forte la sua corsa disperata per
fuggire alla cattura), assente al parto il padre del bimbo
che partorirà la dottoressa Giani (Anna D'Amario), morboso
e ossessionato il padre (Marco Baliani) della giovane Anna,
la ragazza uccisa, e bugiardo Toni Servillo con la propria
figlia, a cui nasconde la verità sulla madre, Anna Bonaiuto,
affetta da una malattia che non le fa più riconoscere
né marito né figlia. La storia è tratta
dal romanzo "Lo sguardo di uno sconosciuto" della
norvegese Karim Fossum (Frassinelli, 303 pp., euro 16), e la
sceneggiatura, spina dorsale del film, è di Sandro Petraglia.
Il titolo del libro offre una chiave di lettura interessante
al film: se ci si aspetta che lo sguardo di uno sconosciuto
sia quello dell'assassino, scopriremo invece che lo sguardo è quello
della vittima, sguardo testimone di un interno di orrore familiare,
sguardo che l'assassino non sopporterà al momento dell'omicidio,
tanto da voltare la testa al cadavere dopo avere ucciso per
non sentirsi gli occhi della vittima addosso. Chi ha voluto
posizionare il cadavere della bella e giovane Anna sulla riva
del lago (nella stessa postura della Santa Cecilia seicentesca
di Stefano Maderno), era qualcuno che le voleva bene, questa
la prima riflessione del commissario Sanzio allo sbirro che
lo affianca nell'indagine (Nello Mascia). Ma lo sguardo del
titolo è anche quello degli uomini del piccolo paese
friulano sulla bellezza intatta della giovane Anna, che non
si concede mai, se non all'unico elemento di purezza della
storia: l'infanzia. Neanche a dirsi, un grande Servillo che
si riconferma mattatore senza istrionismi, ottimi gli attori
di contorno, gotico e ferino Antonutti/padre-padrone, peccato
che le corde espressive non siano in tutti gli attori di pari
intensità, cosa che a tratti dà un tono televisivo
al film. L'atmosfera è quella del nord-Italia dagli
esterni gelidi e gli interni spogli, la musica di Teho Tardo,
glaciale e compressa come l'emotività dei personaggi, è fondamentale
nei momenti in cui è presente quanto in quelli in cui
non c'è. La fotografia, non del tutto a fuoco, non contribuisce
quanto dovrebbe alla nitidezza cristallina che permea il film,
che resta comunque un eccellente esordio.
Angela M. Piga
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Corriere della Sera, 14 settembre
2007
L' attore è uno splendido commissario in «La ragazza del lago» dell'
esordiente Molaioli
Un Servillo che varrebbe una serie tv
Forse è un bene che La ragazza del lago sia stato escluso dal concorso
di Venezia (era alla Settimana della Critica), nonostante sia un' opera di
valore, originale, un noir all' italiana con tante interessanti sfumature
di grigio. Un bene perché avremmo patito troppo vedendo Toni Servillo,
ancora una volta magnifico attore del sottinteso e del sottotesto, che mescola
le indagini di un delitto ai suoi problemi allacciando con intelligenza il
pubblico al privato, superato da Brad Pitt, inspiegabilmente vincitore della
Coppa Volpi per un Jesse James che sembra uscito dalla collezione d' autunno
con foglie e sigaro. Servillo non è l' unico bene primario del debuttante
Andrea Molaioli che ci conduce con lievi sospiri, come in un Twin peaks all'
italiana, lungo gli argini di un lago dove viene trovata uccisa una ragazza.
Da qui, indagando nel tessuto connettivo sociale e illuminando i vistosi
buchi di morale, il nostro commissario napoletano trasferito a Udine riesce
alla fine a sbrogliare la matassa. Quello che piace in questo thriller nostrano è la
ricchezza psicosomatica dei personaggi di contorno recitati da attori non
di contorno come la Golino, Fabrizio Gifuni, la Bonaiuto, la D' Amario. Puzzle
di caratteri giocando coi quali l' autore, protetto dalla chiave del giallo,
indaga sui mali della provincia, sui segreti e sulle bugie di un piccolo
pezzo di mondo autoctono anche nella disperazione. Le indagini di Servillo
sconvolgono un habitat sintonizzato sull' ipocrisia di regime in una escalation
di scoperte che entrano sempre più nelle ragioni esistenziali ed etiche,
dando al film un senso e una sensualità social-politica. Mescolando
quindi i generi e frequentandone uno poco usato in Italia, Molaioli riesce
a mettere in scena il suo delitto e castigo (in extremis), con risalto teatrale.
Non è un controsenso: è per definire i rapporti dialettici
tra i personaggi, il gusto delle scene madri, la recitazione sgranata, intensa
su uno scenario di seduzione di cinema che pesca anche nel torbido e ci fa
sperare di rivedere presto il commissario. E se la tv osasse per una volta
un bel serial?
Maurizio Porro
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