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Promessa dell'assassino (La)
La promessa dell'assassino
di David Cronenberg
con Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel
 
Avanti, 8 gennaio 2008
Troppo rumore per nulla Cronenberg da bocciare

Se nel film del canadese David Cronenberg l'assassino promette, il regista promette e non mantiene: il film non è all'altezza del rumore che se ne è fatto. "La promessa dell'assassino" è di impianto fragile sin dalla traduzione italiana dell'originale "Eastern promises", titolo più esatto rispetto alla vicenda. L'ambiente: la Londra di oggi e la mafia russa; il tutto politicamente corretto perché non si accenna alle ombre della vicenda Litvinenko-Lugovoi e più in generale non si apre il quadro fino a far scorgere sospetti di commistione fra mafia e alte sfere politiche, dal vecchio Kgb e dal nuovo Fsb vengono i buoni, i cattivi sono i banditi puri e duri, quelli dell'import-export, della droga afgana, e della tratta delle giovani prostitute dell'est.
La vicenda: Anna, una levatrice interpretata da una Naomi Watts che, priva di registi quali Lynch e Inarritu non esprime di più dell'esser bionda, è una levatrice di un ospedale londinese e nipote di un espatriato russo, ex Kgb, dunque uomo d'onore. La non tanto giovane ragazza prende a cuore una neonata venuta al mondo nel suo ospedale da una quattordicenne russa che muore durante il parto. La defunta lascia come testimonianza i buchi dell'eroina sul braccio, dal che viene dedotto che è una prostituta, e un diario in Russo con nomi e luoghi di chi l'ha stuprata nove mesi prima. Come se non bastasse la facile trovata, ma sempre ultima risorsa delle buone sceneggiature, del diario - né regge che una bambina schiava del sesso riempita di botte ed eroina, sorvegliata a vista, trovi il modo e la lucidità di scrivere un diario e nasconderlo ai suoi aguzzini - in questo c'è pure il biglietto da visita del ristorante di proprietà del capo della mafia russa di Londra. Questi è il vecchio e gelido Semyon, interpretato da Armin Mueller-Stahl, l'attore di cui ricordiamo la memorabile interpretazione del nazista ungherese in "Music box" di Costa Gravas del 1989. La sceneggiatura diventa ancora meno credibile: la levatrice suona alla porta del ristorante, viene ricevuta dal perfido vecchio in persona (ma il potere non passa nel mondo dei banditi dall'inaccessibilità?), lei gli spiffera tutto della ragazzina morta e della neonata viva, gli confida pure di avere un diario e di essere sul punto di tradurlo, e siamo solo ai primi dieci minuti del film. Anna desidera trovare i parenti della neonata affinché non venga inserita nel "sistema delle adozioni": non si capisce perché sarebbe così terribile e di che sistema si tratti anche perché poi la stessa Anna non si sa bene secondo quale legge si tiene la bambina e ne diventa madre adottiva. Il boss le propone di tradurlo lui stesso, chiedendole di portargli il diario. Ci chiediamo come mai non venga usato il solito (ma ottimo) stratagemma nelle storie di questo tipo, e cioè "è tutto in una cassetta di sicurezza, se mi accade qualcosa dopo 48 ore parte un avviso alla polizia". La bionda Watts invece, dalle rare e poco diversificate espressioni, alza il ciglio e accetta, ma porterà una fotocopia, affidando il diario allo zio e alla propria madre che, nel tradurlo ad alta voce, ci annunciano che il padre della neonata è proprio il vecchio Semyon. Viene fuori senza sorprese che questi, per mostrare al figlio - un Vincent Cassel come sempre unto e aspirante maledetto, stavolta anche tinto di biondo come la fatale consorte Bellocci - come si comporta un vero uomo, poiché i pettegolezzi della mala cecena tacciano il figlio del boss di scarsa virilità, violenta la giovane e la lascia incinta. Cosa accade della vittima nei nove mesi successivi lo sceneggiatore Steven Knight non ce lo dice. Scappa? Dove e come? Perché non viene uccisa o non si tenta di costringerla ad abortire con la forza? Avrebbe dovuto vedere Knight "La Sconosciuta" di Giuseppe Tornatore, film narrato dalla voce tragica di una vittima dell'est, e ben meglio documentato sui metodi raccapriccianti usati dai pappa per schiacciare le giovani e i loro nascituri. Chiaramente non è la trama ad interessare Cronenberg, né l'ambiente: dove si trova questo ristorante russo? Che Londra vivono questi Russi? Non ci viene detto e questo non ci consente di avere una visione ampia del fenomeno mafioso russo nel Regno Unito. La visione di Cronenberg si limita a un ristorante, e da lì non esce. Qualche ceceno appare solo per "spiezzare in due" Nikolai, l'ombroso Viggo Mortensen, un infiltrato dei servizi russi che s'invaghirà della levatrice e salverà la bimba. Di questa un assurdo esame del dna ne confermerà la paternità di Semyon, così accusato di stupro, come se non fossero state sufficienti altre fotocopie del diario, bruciato dal vecchio appena avutolo in consegna dalla sprovveduta Watts. I tatuaggi di Mortensen sono i veri protagonisti del film e la fotografia patinata delle scene del tutto inutili di violenza (Nikolai si dilunga ad asportare dita e denti a un cadavere mentre poi questo viene riconosciuto subito dalla polizia dai tatuaggi e dal volto) è ciò su cui Cronenberg ha davvero lavorato.

Angela M. Piga

 
Il Tempo, 18 dicembre 2007

La «promessa» di Cronenberg tra noir londinese e spy story

Il regista, questa volta, è il canadese David Cronenberg, attivo da anni, e con successo ampio, nel cinema di Hollywood.
Sulla base del testo di Knight, parte da una giovane ostetrica inglese, di origini russe, Anna Khitrova, che assiste impotente alla morte di una partoriente ucraina di quattordici anni, vittima, con ogni evidenza, della tratta della bianche dai Paesi dell'Est europeo. Oltre a prendersi cura del neonato, avendo trovato un diario tenuto dalla defunta, si dà a risalire alle origini delle sue disgraziate vicende ma, pur senza immaginarselo prima, si imbatte nei giri loschi di quella mafia, che lì, in un quartiere periferico, tiene le fila di tutto: con crudeltà e con violenza. Il capo è il proprietario di un ristorante, tranquillo in apparenza, addirittura feroce nella realtà. Ha un figlio scapestrato che si vale, per tener mano alle sue gesta, di un autista, anche lui russo, cui lo lega anche un certo sentimento di amicizia. È con questo terzetto che la sventurata Anna finirà per scontrarsi riuscendo sì a trovare il bandolo della matassa che l'angustia ma anche, per il fatto stesso di averlo trovato, mettendo a rischio la propria vita. Con una piccola luce: quando, essendosi incontrato con lei, l'autista-sicario cederà a un sentimento che lo allontanerà dai suoi, presto però costretto, a sua volta, a vendere cara la pelle.
Cronenberg, come spesso nel suo cinema, ha mirato alla fisicità: dei corpi, negli scontri, nei contrasti. Dando duro rilievo alle psicologie di tutti, nelle cifre di un nero che ricusa volutamente qualsiasi sfumatura, ma non trascurando, anzi esaltando, una sensualità quasi animalesca che tende, di ognuno, salvo della protagonista, a far quasi dei mostri, guidati dall'istinto anche quando, e allora è il caso del boss nel suo ristorante, riescono ad occultare l'orrore dietro apparenze quasi rispettabili. Con immagini forti, immerse quasi sempre in luci buie, in una Londra periferica che, anche quando in qualche interno si intravede il lusso, domina il degrado.
Mentre il segno, in tutti i personaggi legati all'intreccio mafioso, è affidato quasi soltanto all'urlo. Espresso magistralmente dal danese Viggo Mortensen, l'autista, dal tedesco Armin Mueller-Stahl, il boss dal francese Vincent Cassel, suo figlio. Anna con i giusti pallori, è Naomi Watts.
I primi tre, nella versione originale, pronti a parlare inglese con l'accento dei russi.

Gian Luigi Rondi

 
Il Manifesto, 14 dicembre 2007

Le lame di Londra e i padrini di Mosca

David Cronenberg, esploratore degli orrori biomolecolari, instancabile detective delle fluttuazioni d'identità, nel suo nuovo capolavoro, «La Promessa dell'Assassino», iperviolenza e mafia russa transnazionale

Veggente esploratore di orrori biomolecolari, instancabile detective delle fluttuazioni e degli spettri dell'identità, dopo il western A History of Violence, David Cronenberg sceglie un gangster movie russo, ancor più compatto e essenziale del film precedente. Il regista nega ogni continuità, ma Eastern Promises (scritto da Steve «Dirty Pretty Things» Knight) è un doppio programma ideale con A History of Violence - stessa vena stringata, stessa geometria perfetta, stessa fascinazione per la violenza, nelle sue forme più fisiche e esplosive, come in quelle di assoluta immobilità. Ed è una violenza a base di lame, non di pistole, ancora più paurosa perché incredibilimente intima. Non a caso, il regista canadese ha detto di essersi ispirato alle decapitazioni arrivate persino su Internet.
Il set è la Londra russa East End, più Dickens che Livinenko. Il milieu - cui si accede, come a un altro mondo, attraverso il portone di legno di un vecchio ristorante - è una famiglia di Vory V Zakone, la rigida casta criminale fiorita già nella Russia zarista e poi nell'Urss di Brezhnev. Nel film di Cronenberg, i Vory sono esemplificati in un crocevia di commerci che vanno dall'oppio afghano alle prostitute minorenni allo champagne da 3 lire. Il tutto controllato dalle gerarchie dei legami di sangue e dall'occhio impossibilmente azzurro di un vecchio capofamiglia, Seymon (Armin Mueller-Stahl). Il tutto in via di estinzione, minacciato com'è dalla presenza Nato in Afghanistan che danneggia il commercio della droga e dall'arrivo sulla piazza di feroci famiglie del crimine ceceno per cui i codici dei Vory non contano nulla. Tony Soprano e Michael Corleone sono le versioni meridionali, solari, del glaciale Seymon. Ma, nonostante la sua dimensione asciutta, molto poco operistica, il film di Cronenberg ha una sontuosità di dettagli - dai colori del caviale servito nel ristorante, a quelli dei fiori che lo decorano, ai volti decrepiti che lo popolano, alla palette infinita di neri in cui è immerso il tutto, fino all'aroma di borsh che quasi emana dallo schermo - che ricorda le magnificenze rituali e arcaiche delle mafia coppoliana. Il tono funereo dei Padrini e di The Funeral di Abel Ferrara è lo stesso.
Vincent Cassell è Kirill, il figlio del boss, debole, troppo emotivo e debosciato. Un altro segno della fine. Viggo Mortensen - una maschera impenetrabile, nascosta dietro a un pesante accento russo, occhiali neri, Armani impeccabili e vetri scuri della Mercedes - è l'autista. Seppellita nel passato di Mortensen in A History of Violence, la cifra del cinema cronenberghiano, l'identità, è qui - in prima istanza - un fatto di superficie - letteralmente parlando, di pelle. Sta infatti negli elaboratissimi tatuaggi che decorano il corpo dei membri della «famiglia» e ne determinano rango e storia - una biografia incisa sui pori. Scoperti da Mortensen in un documentario sulle prigioni russe, The Mark of Cain, di Alix Lambert, i tatuaggi sono diventati importantissimi, «una metafora e un simbolo nel film - spiega Cronenberg - l'espressione di un mondo specializzato che muore a causa dei cambiamenti verificatisi in Russia negli ultimi 10 anni».
Alla porta di questo mondo in regale, sanguinaria, estinzione, arriva un'ostetrica (Naomi Watts) armata solo di un biglietto da visita del ristorante. È di origini russe anche lei - per via del padre, di cui cavalca (omaggio a Marylin Chambers di Rabid) la vecchia moto. Luminosa e solo apparentemente fragile, Anna sta cercando la famiglia della quattordicenne morta pochi giorni prima in ospedale dando alla luce una bambina. Insieme alla neonata, la ragazza ha lasciato un diario in cirillico su orrori che la gente normale non dovrebbe mai conoscere, le ha spiegato lo zio Stepan (un fantastico Jerzy Skolimowski, dal cui Moonlighting Cronenberg ebbe l'idea di scritturare Jeremy Irons in Dead Ringers), che lo ha tradotto e millanta un passato nelle retrovie del Kgb. È un diario su cui Seymon deve mettere le mani per proteggere gli esecrabili segreti dei Vory, racontati anche in voice over dalla ragazza morta, il cui spettro strega la storia, oltre che Anna. Non importa se si tratta solo di una fessura. Una volta dischiusa, dalla porta del ristorante esce ogni sorta di mostro: esecuzioni sommarie, dita tagliate, miniprostitute imbottite di droga da scoppiare e una scena nel bagno turco che - ha già anticipato Cronenberg - passerà alla storia come la scena della doccia di Psycho. Non solo per la ferocia del corpo a corpo tra l'autista e due killer armati di coltello ma perché Cronenberg si diverte a far combattere Mortensen completamente nudo. Attore ermetico e poco affettato, perfetto per il cinema austero del maestro canadese, Mortensen è di nuovo il cuore di tenebra del film. Il suo rapporto con Anna, aldilà della cortina di ferro, è fatto di gesti impercettibili, di occhiate, apparizioni improvvise. Non la tocca quasi, ma l'intensità è quella dell'amplesso sulle scale con Maria Bello.

Giulia D'Agnolo Vallan

 
L'Unità, 14 dicembre 2007
Violenza russa impunita Cronenberg a Londra

David Cronenberg non è un autore «natalizio», ma chi ha stabilito che a Natale si debbano vedere solo commediole scollacciate e film per ragazzini? La promessa dell'assassino, visto al recente Torino Film Festival, compone un ideale dittico assieme al precedente History of Violence: sono film in cui Cronenberg rinuncia al fantastico e all'horror e racconta storie di violenta quotidianità, legate dalla presenza del divo Viggo Mortensen a caccia di emozioni forti dopo essere divenuto re della Terra di Mezzo nel Signore degli anelli. History of Violence si svolgeva in America, La promessa dell'assassino ci porta in una Londra multietnica dove la mafia russa fa i propri affari in assoluta impunità. L'infermiera Naomi Watts fa venire alla luce la figlia di una giovane che muore durante il parto. Dal diario della poveretta si risale al covo del boss Armin Muller-Stahl, russo con un figlio vero - il sadico, demente Vincent Cassel - e uno «d'adozione», il killer Viggo Mortensen.

Anche lei di origine russa (non c'è un solo personaggio inglese in tutto il film), l'infermiera capisce di esser finita in un meccanismo infernale, ma troverà aiuto dove meno se l'aspetta. Cupo, piovoso, di una violenza trattenuta e rappresa (a parte una tremenda lotta in un bagno turco, dove in molti chiuderete gli occhi), il film è magnifico, e magnificamente interpretato da attori bravissimi nel fingersi russi. Cosa che ai doppiatori italiani riesce, ahinoi, meno bene.

Alberto Crespi

 
Il Mattino, 15 dicembre 2007
La sinfonia del massacro

Feroce da far male. Eppure assai lontano dal sadismo massificato del corrente horror adolescenziale. «La promessa dell'assassino» («Eastern Promises») è un film memorabile che dalla sua trama noir estrae col bisturi dello stile un grumo di contemporaneo orrore «multiculturale». David Cronenberg, l'inquietante alchimista dell'anima e del corpo mutanti («Inseparabili», «Crash», «Il pasto nudo»), vi studia come al microscopio le personalità aliene e i codici ossessivi della malavita venuta dall'est ex-comunista che si propaga in un habitat all'apparenza tranquillo ed elegante, ma in profondità mefitico e marcio, in cui la lotta darwiniana per il mercato e per gli affari produce un'interminabile catena di violenze e sopraffazioni. Il sessantaquattrenne regista canadese esercita, così, un controllo minuzioso sulla virulenta materia romanzesca, rifinendo i dettagli della messinscena e indirizzando lo sguardo dello spettatore con un nitore pressoché glaciale, che si lacera, però, di colpo in poche acmi quanto mai brutali: con la conseguenza, tutt'altro che scontata, di allestire una sorta di balletto per immagini o di coreografia funesta e rituale, una sinfonia in crescendo del massacro che confluisce, non a caso, in sottofinale nella sequenza dell'agguato al bagno turco destinata ad entrare di prepotenza nel pantheon del genere. Naomi Watts è l'ostetrica ingenua e impulsiva che vuole in qualche modo riscattare il tragico destino di una spaurita e fuggiasca partoriente; Viggo Mortensen lo statuario e laconico autista di uno dei clan russi più potenti di Londra; Armin Mueller-Stahl l'elegante, irreprensibile titolare del ristorante etnico a cui fa capo l'antica fratellanza criminale «Vory V Zakone» (Ladri nella Legge); Vincent Cassel l'isterico e fragile figlio del boss... Quattro pedine risucchiate in un gioco mortale, scolpito da riprese geometriche ed essenziali, concentrato sugli interni minimalistici e gli esterni freddi e scivolosi, scandito da una luce disturbante e precaria, via via sempre più stretto in una morsa impermeabile alla paura e alla logica della gente normale. L'interesse di Cronenberg per la patologia «concreta» - più che sociologica o filosofica - dei rapporti umani trova nella sceneggiatura di Steve Knight (già autore di «Piccoli affari sporchi» per Stephen Frears) un appiglio particolarmente congeniale: i tatuaggi dei criminali russi, spaventosi intarsi d'iscrizioni, figure e diagrammi che conferiscono un'ulteriore valenza metaforica al film e permettono al regista di ribadire le sue provocatorie convinzioni sulla superiorità della pelle sulla mente, del dolore sulla memoria, dell'esigenza del martirio autolesionistico sull'aspirazione alla morale «naturale». Mortensen sembra, in questo senso, un interprete ideale perché solo la sua andatura robotica e la sua maschera scheggiata possono tentare di comunicare sentimenti oscuramente devianti senza doversi arrendere alla normalizzazione del the end. In cui, al contrario, la solitudine del potere del padrino alla Coppola sembra murarsi nella masochistica attesa dell'annientamento.

Valerio Caprara

 
La Repubblica, 14 dicembre 2007
Cronenberg, la violenza
come stile di vita

Grande film di un regista capace di sorprenderci ogni volta, La promessa dell'assassino è un "Taras Bulba" riambientato nella Londra odierna, dove i legami famigliari, i rituali, la violenza della mafia russa del clan "Vori v'zacone" sembrano rimasti fermi a quelli degli antichi cosacchi di Gogol. Nel bel mezzo del clan mafioso capita l'ostetrica Anna, anche lei di origine russa: ha assistito al parto e alla morte di una ragazzina e ora cerca una famiglia cui affidare la neonata. E' così che incontra Seymon, capogang sotto la maschera di ristoratore, e i suoi due figli: l'uno naturale, lo squilibrato Kirill, l'altro adottivo, il carismatico Nikolaj, autista-killer apparentemente freddo come una lama, in realtà ansioso di riscatto. Attraverso Anna, Nikolaj inizia un percorso di riscatto che lo mette in conflitto con il milieu criminale.

Conoscendo il repertorio delle ossessioni di Cronenberg, sei tentato di andare in automatico: vero, nel suo nuovo film si ritrova la violenza, estrema e stilizzata insieme, del penultimo, A History of Violence; certo, la carne è ancora il fulcro del suo cinema, nei corpi sgozzati, massacrati, stuprati, umiliati (terribile la scena in cui Nikolaj "testa" sessualmente una giovane ucraina) che traversano il film da cima a fondo. Però, rispetto all'altro, il criterio di rappresentazione subisce un ribaltamento: in History il regista adottava un tono grottesco, quasi parodistico; qui, l'atmosfera noir è tragica, feroce e malinconica senza soluzione di continuità. Nel milieu della mafia messa in scena come una tribù barbarica, i criminali russi perdono anzi - per la prima volta - il colorito caricaturale con cui il cinema era solito mostrarli.

Quanto alla violenza, c'è il rischio di scambiarne la rappresentazione per fascinazione: specie nella sequenza del bagno turco in cui Nikolaj, nudo, si batte a morte con due sicari vestiti di pelle nera; combattimento di brutalità animalesca, che immaginiamo già nelle future antologie del gay-movie, accanto alla "ripassata" di Marlon Brando nel "Selvaggio".

E invece, le cose non stanno affatto così. Proprio nel modo radicale, crudo con cui la violenza è trascritta in immagini c'è la presa di distanza da essa, un'implicita somministrazione di disgusto allo spettatore, per la violenza in se stessa e per una cultura dove qualsiasi antagonismo - nella famiglia, nei rapporti. negli "affari" - è lavato col sangue. Quel che sembra premere di più al regista canadese, questa volta, è esplorare il confine interiore fra luce e ombra; meglio, l'ambivalenza costitutiva della natura umana, dove ombra e luce convivono indissolubili.

In fondo, La promessa dell'assassino può essere guardato anche come una storia d'amore tra angeli decaduti, il killer tatuato e la giovane ostetrica contaminata dalle brutture del mondo; però senza la pretesa di distribuire condanne o assoluzioni, né di impartirci lezioncine di morale, ma traducendo tutto in immagini potenti, articolate senza mai una caduta di tensione. Assassini a parte, insomma, quello di Cronenberg è un film che mantiene (di quanti si può dire altrettanto?) interamente la sua promessa.

Roberto Nepoti

 
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2007

David Cronenberg continua il cammino intrapreso con "A history of violence" e, pur senza rinunciare a uno sguardo personale e alle sue ossessioni da regista, che qua e là erompono con decisione, anche con "La promessa dell'assassino" si vota al film di genere, realizzato con maestria e con taglio secco e preciso.
La sua è una storia inquietante sulla mafia russa a Londra. Anna è un'ostetrica di origini russe, una cui paziente, una ragazza dell'est che si prostituiva nella capitale inglese, muore dando alla luce una bambina. La donna vuole scoprire chi siano i parenti della defunta per poter affidare loro la neonata, ma si rivolge alla persona sbagliata. Dà infatti da tradurre il diario della giovane a Semyon, che in apparenza è solo il proprietario di un ristorante, ma in realtà è soprattutto uno spietato capo mafia russo, il quale è coinvolto direttamente nella vicenda e vuole perciò mettere la cosa a tacere. L'uomo si fida poco del figlio Kirill, debole e sessualmente ambiguo, e invece ripone la massima fiducia in Nikolaj, autista e all'occorrenza gangster al suo servizio. Proprio in quest'ultimo Anna troverà un inaspettato alleato, una figura che la guida e protegge.

Cronenberg ambienta in una Londra plumbea, insolita, per niente turistica, una storia cupa e serrata, che sembra classica nel suo rispetto degli stilemi del noir, ma poi si apre a squarci di cruda violenza, in cui il regista può riproporre la sua ossessione per il corpo (martoriato o interamente tatuato), mostrato in dettagli e particolari scioccanti o raccapriccianti. Veri e propri pezzi di bravura sono a questo proposito le sequenze dell'affiliazione di Nikolaj e della sua lotta concitata e disperata nel bagno turco con due mafiosi. Il regista non trascura l'azione, ma approfondisce in special modo le psicologie dei caratteri e delinea splendidamente il rapporto tra i vari personaggi. Dirige al meglio un cast in cui offrono le prove migliori Armin Mueller-Stahl, Vincent Cassel e, più di tutti, Viggo Mortensen, da cui Cronenberg riesce a ottenere, dopo "A history of violence", un'altra interpretazione memorabile.

L'autore riflette ancora una volta sulla complessità e sull'ambiguità della natura umana e lo fa con un film di genere, per niente accademico, che fa avvicinare il suo cinema a un pubblico più vasto e in cui la sua poetica a tratti emerge con più forza, ma complessivamente impregna di sé l'intera opera.

Michele Ossani

 
Il Giornale, 14 dicembre 2007
Il mafioso per finta Viggo Mortensen smantella a Londra una gang russa

David Cronenberg è altamente ineguale, ma i suoi devoti troveranno interessante anche La promessa dell'assassino, il cui protagonista è Viggo Mortensen, come in History of Violence. Lo sfondo stavolta è geograficamente londinese, di londinesi d'Australia come l'ostetrica Naomi Watts, ed etnologicamente russo, di russi interpretati dall'americano d'origine danese Mortensen, dal francese Vincent Cassel e dal tedesco Armin Müller-Stahl! Oltre al forse voluto marasma linguistico, c'è un difetto più grave: la dabbenaggine del personaggio della Watts, che investiga sulla morte d'una puerpera andando a farsene tradurre il compromettente diario da chi l'aveva resa schiava, pur convivendo con un patrigno russo. Il buono, il finto mafioso Mortensen, taglia non unghie, ma ultime falangi a un morto ammazzato.

Maurizio Cabona

 
Il Messaggero, 14 dicembre 2007
Cronenberg, danza di sangue

Il nuovo film di Cronenberg si apre con un uomo sgozzato a tutto schermo; prosegue con una adolescente che si accascia in un lago di sangue; e chiude questo incipit da antologia col primo piano inquietante di un neonato ancora coperto di liquido amniotico attaccato a un respiratore immagine che è quasi la "firma" del regista di Inseparabili e La mosca, sempre attento agli incroci fra l'uomo e la macchina, la carne e il metallo. Eppure La promessa dell'assassino, action-thriller fisico e teso come e più di History of Violence, è anche una specie di "documentario fantastico" sulla mafia russa a Londra.
Documentario per l'estrema attenzione ai segni, ai codici, ai commerci di questo mondo segreto di esiliati. Fantastico per la libertà del tono e dell'intreccio, fra lotta di potere e storia di famiglia (lo script è di Steve Knight, lo sceneggiatore di Piccoli affari sporchi di Frears). Volendo lo si può raccontare come la storia di due diari, opposti e complementari. Il primo è il diario trovato dall'ostetrica inglese di origini russe Naomi Watts addosso all'adolescente che muore fra le sue braccia in apertura dando alla luce una bambina. Grazie a quel diario, scritto in russo, la Watts arriva a un ristorante in stile zarista gestito dall'anziano e apparentemente bonario Armin Müller-Stahl. Non sa di essere finita nella tana del lupo. Lo scoprirà a sue spese, decifrando poco a poco un altro "diario", meno visibile ma anche più ambiguo. Il diario che si porta tatuato addosso Viggo Mortensen, autista e uomo di fiducia del capogang: un tipo così tosto che sbrina i cadaveri col fohn e si spegne le sigarette sulla lingua. Logico che Müller-Stahl lo tratti quasi come un figlio. Anche perché il figlio vero (Vincent Cassel), isterico e tracotante, è un finto macho debosciato e cripto-gay, segretamente innamorato e ovviamente gelosissimo dello stesso Mortensen.
A questo punto l'indagine della Watts è quasi un pretesto per spingerci in fondo a questo universo fatto di guerre fra clan, esecuzioni barbariche, riti di affiliazione (qui si scopre in tutta la sua ampiezza il "diario" tatuato sul corpo statuario di Mortensen), lotte selvagge (altra scena da antologia: Mortensen che affronta, completamente nudo, due killer in una sauna). Ma quello che in altre mani sarebbe stato solo un film d'azione in più, diventa grazie a Cronenberg l'allucinante referto della crisi di un intero continente. Reso con una furia coreografica e insieme un'aderenza sentimentale che stringe il cuore.

 
L'Espresso, 13 dicembre 2007
Orrore dall'Est
'La promessa dell'assassino' di David Cronenberg racconta la desolazione e il vuoto letale del nostro mondo. Un film bello e straziante

Bello e straziante, 'La promessa dell'assassino' di David Cronenberg racconta la desolazione e il vuoto letale del nostro mondo. Naturalmente, nel film magnifico s'intrecciano molte avventure nere. Una lotta inedita, all'interno di una sauna, tra due ceceni vestiti di nero e Viggo Mortensen che sguscia nudo tra loro. Una terribile coltellata dentro l'occhio sinistro. Una ragazzina morente che partorisce nel sangue una bambina. Un cadavere messo in freezer, scongelato con un asciugacapelli, al quale vengono tagliate tutte le dita, estratti tutti i denti, per privarlo di ogni identità. Coltelli napoletani, curve lame da linoleum. Un diario contenente notizie atroci sulla prostituzione di dodici-quattordicenni dei paesi dell'Est europeo. Un fastoso, tetro ristorante russo a Londra dove si svolgono i commerci più abietti, diretto da un vecchio benevolo infinitamente crudele. Una buona ostetrica di origini russe, un suo zio (è il regista polacco Jerzy Skolimowski) che si vanta mentendo di essere stato nella polizia politica sovietica, il Kgb. Violenze terrificanti. Ma la maggiore violenza sta nel quadro del mondo che Cronenberg traccia con forza spietata, esaminando in particolare il condizionamento imposto in Occidente dalla gente smarrita dell'Est europeo, senza più storia né memoria, portatrice d'un contagio mortale. Il grande regista canadese è cambiato. Se finora il suo cinema aveva raccontato anomalie (la mosca incorporata, i gemelli inseparabili, la cantante uomo di 'M. Butterfly', i giochi di realtà virtuale), è come se adesso si fosse reso conto che tutto è anomalo, che la normalità o la norma non esistono più. Dal 2005 di 'A History of Violence', il suo cinema s'è fatto più convenzionale e insieme più profondamente caotico nel tentativo di rappresentare un mondo anarchico privo di punti di riferimento, nel quale la generosità, l'altruismo, la bontà sono capricci paranoidi come tutto il resto.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011