|
|
| |
| |
| ricerca per titolo |
| A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9 |
| |
|
| * Per leggere
la trama clicca sulla Locandina |
Promessa
dell'assassino (La)
di
David Cronenberg
con Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel
|
| |
Avanti, 8 gennaio 2008
Troppo rumore per nulla Cronenberg da bocciare
Se nel film del canadese David Cronenberg l'assassino promette,
il regista promette e non mantiene: il film non è all'altezza
del rumore che se ne è fatto. "La promessa dell'assassino" è di
impianto fragile sin dalla traduzione italiana dell'originale "Eastern
promises", titolo più esatto rispetto alla vicenda.
L'ambiente: la Londra di oggi e la mafia russa; il tutto politicamente
corretto perché non si accenna alle ombre della vicenda
Litvinenko-Lugovoi e più in generale non si apre il
quadro fino a far scorgere sospetti di commistione fra mafia
e alte sfere politiche, dal vecchio Kgb e dal nuovo Fsb vengono
i buoni, i cattivi sono i banditi puri e duri, quelli dell'import-export,
della droga afgana, e della tratta delle giovani prostitute
dell'est.
La vicenda: Anna, una levatrice interpretata da una Naomi Watts
che, priva di registi quali Lynch e Inarritu non esprime di
più dell'esser bionda, è una levatrice di un
ospedale londinese e nipote di un espatriato russo, ex Kgb,
dunque uomo d'onore. La non tanto giovane ragazza prende a
cuore una neonata venuta al mondo nel suo ospedale da una quattordicenne
russa che muore durante il parto. La defunta lascia come testimonianza
i buchi dell'eroina sul braccio, dal che viene dedotto che è una
prostituta, e un diario in Russo con nomi e luoghi di chi l'ha
stuprata nove mesi prima. Come se non bastasse la facile trovata,
ma sempre ultima risorsa delle buone sceneggiature, del diario
- né regge che una bambina schiava del sesso riempita
di botte ed eroina, sorvegliata a vista, trovi il modo e la
lucidità di scrivere un diario e nasconderlo ai suoi
aguzzini - in questo c'è pure il biglietto da visita
del ristorante di proprietà del capo della mafia russa
di Londra. Questi è il vecchio e gelido Semyon, interpretato
da Armin Mueller-Stahl, l'attore di cui ricordiamo la memorabile
interpretazione del nazista ungherese in "Music box" di
Costa Gravas del 1989. La sceneggiatura diventa ancora meno
credibile: la levatrice suona alla porta del ristorante, viene
ricevuta dal perfido vecchio in persona (ma il potere non passa
nel mondo dei banditi dall'inaccessibilità?), lei gli
spiffera tutto della ragazzina morta e della neonata viva,
gli confida pure di avere un diario e di essere sul punto di
tradurlo, e siamo solo ai primi dieci minuti del film. Anna
desidera trovare i parenti della neonata affinché non
venga inserita nel "sistema delle adozioni": non
si capisce perché sarebbe così terribile e di
che sistema si tratti anche perché poi la stessa Anna
non si sa bene secondo quale legge si tiene la bambina e ne
diventa madre adottiva. Il boss le propone di tradurlo lui
stesso, chiedendole di portargli il diario. Ci chiediamo come
mai non venga usato il solito (ma ottimo) stratagemma nelle
storie di questo tipo, e cioè "è tutto in
una cassetta di sicurezza, se mi accade qualcosa dopo 48 ore
parte un avviso alla polizia". La bionda Watts invece,
dalle rare e poco diversificate espressioni, alza il ciglio
e accetta, ma porterà una fotocopia, affidando il diario
allo zio e alla propria madre che, nel tradurlo ad alta voce,
ci annunciano che il padre della neonata è proprio il
vecchio Semyon. Viene fuori senza sorprese che questi, per
mostrare al figlio - un Vincent Cassel come sempre unto e aspirante
maledetto, stavolta anche tinto di biondo come la fatale consorte
Bellocci - come si comporta un vero uomo, poiché i pettegolezzi
della mala cecena tacciano il figlio del boss di scarsa virilità,
violenta la giovane e la lascia incinta. Cosa accade della
vittima nei nove mesi successivi lo sceneggiatore Steven Knight
non ce lo dice. Scappa? Dove e come? Perché non viene
uccisa o non si tenta di costringerla ad abortire con la forza?
Avrebbe dovuto vedere Knight "La Sconosciuta" di
Giuseppe Tornatore, film narrato dalla voce tragica di una
vittima dell'est, e ben meglio documentato sui metodi raccapriccianti
usati dai pappa per schiacciare le giovani e i loro nascituri.
Chiaramente non è la trama ad interessare Cronenberg,
né l'ambiente: dove si trova questo ristorante russo?
Che Londra vivono questi Russi? Non ci viene detto e questo
non ci consente di avere una visione ampia del fenomeno mafioso
russo nel Regno Unito. La visione di Cronenberg si limita a
un ristorante, e da lì non esce. Qualche ceceno appare
solo per "spiezzare in due" Nikolai, l'ombroso Viggo
Mortensen, un infiltrato dei servizi russi che s'invaghirà della
levatrice e salverà la bimba. Di questa un assurdo esame
del dna ne confermerà la paternità di Semyon,
così accusato di stupro, come se non fossero state sufficienti
altre fotocopie del diario, bruciato dal vecchio appena avutolo
in consegna dalla sprovveduta Watts. I tatuaggi di Mortensen
sono i veri protagonisti del film e la fotografia patinata
delle scene del tutto inutili di violenza (Nikolai si dilunga
ad asportare dita e denti a un cadavere mentre poi questo viene
riconosciuto subito dalla polizia dai tatuaggi e dal volto) è ciò su
cui Cronenberg ha davvero lavorato.
Angela M. Piga
|
| |
Il Tempo, 18 dicembre 2007
La «promessa» di Cronenberg tra noir londinese
e spy story
Il regista, questa volta, è il canadese David Cronenberg,
attivo da anni, e con successo ampio, nel cinema di Hollywood.
Sulla base del testo di Knight, parte da una giovane ostetrica
inglese, di origini russe, Anna Khitrova, che assiste impotente
alla morte di una partoriente ucraina di quattordici anni,
vittima, con ogni evidenza, della tratta della bianche dai
Paesi dell'Est europeo. Oltre a prendersi cura del neonato,
avendo trovato un diario tenuto dalla defunta, si dà a
risalire alle origini delle sue disgraziate vicende ma, pur
senza immaginarselo prima, si imbatte nei giri loschi di quella
mafia, che lì, in un quartiere periferico, tiene le
fila di tutto: con crudeltà e con violenza. Il capo è il
proprietario di un ristorante, tranquillo in apparenza, addirittura
feroce nella realtà. Ha un figlio scapestrato che si
vale, per tener mano alle sue gesta, di un autista, anche lui
russo, cui lo lega anche un certo sentimento di amicizia. È con
questo terzetto che la sventurata Anna finirà per scontrarsi
riuscendo sì a trovare il bandolo della matassa che
l'angustia ma anche, per il fatto stesso di averlo trovato,
mettendo a rischio la propria vita. Con una piccola luce: quando,
essendosi incontrato con lei, l'autista-sicario cederà a
un sentimento che lo allontanerà dai suoi, presto però costretto,
a sua volta, a vendere cara la pelle.
Cronenberg, come spesso nel suo cinema, ha mirato alla fisicità:
dei corpi, negli scontri, nei contrasti. Dando duro rilievo
alle psicologie di tutti, nelle cifre di un nero che ricusa
volutamente qualsiasi sfumatura, ma non trascurando, anzi esaltando,
una sensualità quasi animalesca che tende, di ognuno,
salvo della protagonista, a far quasi dei mostri, guidati dall'istinto
anche quando, e allora è il caso del boss nel suo ristorante,
riescono ad occultare l'orrore dietro apparenze quasi rispettabili.
Con immagini forti, immerse quasi sempre in luci buie, in una
Londra periferica che, anche quando in qualche interno si intravede
il lusso, domina il degrado.
Mentre il segno, in tutti i personaggi legati all'intreccio
mafioso, è affidato quasi soltanto all'urlo. Espresso
magistralmente dal danese Viggo Mortensen, l'autista, dal tedesco
Armin Mueller-Stahl, il boss dal francese Vincent Cassel, suo
figlio. Anna con i giusti pallori, è Naomi Watts.
I primi tre, nella versione originale, pronti a parlare inglese
con l'accento dei russi.
Gian Luigi Rondi
|
| |
Il Manifesto, 14 dicembre 2007
Le lame di Londra
e i padrini di Mosca
David Cronenberg, esploratore degli
orrori biomolecolari, instancabile detective delle fluttuazioni
d'identità,
nel suo nuovo capolavoro, «La Promessa dell'Assassino»,
iperviolenza e mafia russa transnazionale
Veggente esploratore di orrori biomolecolari, instancabile
detective delle fluttuazioni e degli spettri dell'identità,
dopo il western A History of Violence, David Cronenberg sceglie
un gangster movie russo, ancor più compatto e essenziale
del film precedente. Il regista nega ogni continuità,
ma Eastern Promises (scritto da Steve «Dirty Pretty Things» Knight) è un
doppio programma ideale con A History of Violence - stessa
vena stringata, stessa geometria perfetta, stessa fascinazione
per la violenza, nelle sue forme più fisiche e esplosive,
come in quelle di assoluta immobilità. Ed è una
violenza a base di lame, non di pistole, ancora più paurosa
perché incredibilimente intima. Non a caso, il regista
canadese ha detto di essersi ispirato alle decapitazioni arrivate
persino su Internet.
Il set è la Londra russa East End, più Dickens
che Livinenko. Il milieu - cui si accede, come a un altro mondo,
attraverso il portone di legno di un vecchio ristorante - è una
famiglia di Vory V Zakone, la rigida casta criminale fiorita
già nella Russia zarista e poi nell'Urss di Brezhnev.
Nel film di Cronenberg, i Vory sono esemplificati in un crocevia
di commerci che vanno dall'oppio afghano alle prostitute minorenni
allo champagne da 3 lire. Il tutto controllato dalle gerarchie
dei legami di sangue e dall'occhio impossibilmente azzurro
di un vecchio capofamiglia, Seymon (Armin Mueller-Stahl). Il
tutto in via di estinzione, minacciato com'è dalla presenza
Nato in Afghanistan che danneggia il commercio della droga
e dall'arrivo sulla piazza di feroci famiglie del crimine ceceno
per cui i codici dei Vory non contano nulla. Tony Soprano e
Michael Corleone sono le versioni meridionali, solari, del
glaciale Seymon. Ma, nonostante la sua dimensione asciutta,
molto poco operistica, il film di Cronenberg ha una sontuosità di
dettagli - dai colori del caviale servito nel ristorante, a
quelli dei fiori che lo decorano, ai volti decrepiti che lo
popolano, alla palette infinita di neri in cui è immerso
il tutto, fino all'aroma di borsh che quasi emana dallo schermo
- che ricorda le magnificenze rituali e arcaiche delle mafia
coppoliana. Il tono funereo dei Padrini e di The Funeral di
Abel Ferrara è lo stesso.
Vincent Cassell è Kirill, il figlio del boss, debole,
troppo emotivo e debosciato. Un altro segno della fine. Viggo
Mortensen - una maschera impenetrabile, nascosta dietro a un
pesante accento russo, occhiali neri, Armani impeccabili e
vetri scuri della Mercedes - è l'autista. Seppellita
nel passato di Mortensen in A History of Violence, la cifra
del cinema cronenberghiano, l'identità, è qui
- in prima istanza - un fatto di superficie - letteralmente
parlando, di pelle. Sta infatti negli elaboratissimi tatuaggi
che decorano il corpo dei membri della «famiglia» e
ne determinano rango e storia - una biografia incisa sui pori.
Scoperti da Mortensen in un documentario sulle prigioni russe,
The Mark of Cain, di Alix Lambert, i tatuaggi sono diventati
importantissimi, «una metafora e un simbolo nel film
- spiega Cronenberg - l'espressione di un mondo specializzato
che muore a causa dei cambiamenti verificatisi in Russia negli
ultimi 10 anni».
Alla porta di questo mondo in regale, sanguinaria, estinzione,
arriva un'ostetrica (Naomi Watts) armata solo di un biglietto
da visita del ristorante. È di origini russe anche lei
- per via del padre, di cui cavalca (omaggio a Marylin Chambers
di Rabid) la vecchia moto. Luminosa e solo apparentemente fragile,
Anna sta cercando la famiglia della quattordicenne morta pochi
giorni prima in ospedale dando alla luce una bambina. Insieme
alla neonata, la ragazza ha lasciato un diario in cirillico
su orrori che la gente normale non dovrebbe mai conoscere,
le ha spiegato lo zio Stepan (un fantastico Jerzy Skolimowski,
dal cui Moonlighting Cronenberg ebbe l'idea di scritturare
Jeremy Irons in Dead Ringers), che lo ha tradotto e millanta
un passato nelle retrovie del Kgb. È un diario su cui
Seymon deve mettere le mani per proteggere gli esecrabili segreti
dei Vory, racontati anche in voice over dalla ragazza morta,
il cui spettro strega la storia, oltre che Anna. Non importa
se si tratta solo di una fessura. Una volta dischiusa, dalla
porta del ristorante esce ogni sorta di mostro: esecuzioni
sommarie, dita tagliate, miniprostitute imbottite di droga
da scoppiare e una scena nel bagno turco che - ha già anticipato
Cronenberg - passerà alla storia come la scena della
doccia di Psycho. Non solo per la ferocia del corpo a corpo
tra l'autista e due killer armati di coltello ma perché Cronenberg
si diverte a far combattere Mortensen completamente nudo. Attore
ermetico e poco affettato, perfetto per il cinema austero del
maestro canadese, Mortensen è di nuovo il cuore di tenebra
del film. Il suo rapporto con Anna, aldilà della cortina
di ferro, è fatto di gesti impercettibili, di occhiate,
apparizioni improvvise. Non la tocca quasi, ma l'intensità è quella
dell'amplesso sulle scale con Maria Bello.
Giulia D'Agnolo Vallan
|
| |
L'Unità, 14 dicembre 2007
Violenza russa impunita Cronenberg a Londra
David Cronenberg non è un autore «natalizio»,
ma chi ha stabilito che a Natale si debbano vedere solo commediole
scollacciate e film per ragazzini? La promessa dell'assassino,
visto al recente Torino Film Festival, compone un ideale dittico
assieme al precedente History of Violence: sono film in cui
Cronenberg rinuncia al fantastico e all'horror e racconta storie
di violenta quotidianità, legate dalla presenza del
divo Viggo Mortensen a caccia di emozioni forti dopo essere
divenuto re della Terra di Mezzo nel Signore degli anelli.
History of Violence si svolgeva in America, La promessa dell'assassino
ci porta in una Londra multietnica dove la mafia russa fa i
propri affari in assoluta impunità. L'infermiera Naomi
Watts fa venire alla luce la figlia di una giovane che muore
durante il parto. Dal diario della poveretta si risale al covo
del boss Armin Muller-Stahl, russo con un figlio vero - il
sadico, demente Vincent Cassel - e uno «d'adozione»,
il killer Viggo Mortensen.
Anche lei di origine russa (non c'è un solo personaggio
inglese in tutto il film), l'infermiera capisce di esser finita
in un meccanismo infernale, ma troverà aiuto dove meno
se l'aspetta. Cupo, piovoso, di una violenza trattenuta e rappresa
(a parte una tremenda lotta in un bagno turco, dove in molti
chiuderete gli occhi), il film è magnifico, e magnificamente
interpretato da attori bravissimi nel fingersi russi. Cosa
che ai doppiatori italiani riesce, ahinoi, meno bene.
Alberto Crespi
|
| |
Il Mattino, 15 dicembre 2007
La sinfonia del massacro
Feroce da far male. Eppure assai lontano dal sadismo massificato
del corrente horror adolescenziale. «La promessa dell'assassino» («Eastern
Promises») è un film memorabile che dalla sua
trama noir estrae col bisturi dello stile un grumo di contemporaneo
orrore «multiculturale». David Cronenberg, l'inquietante
alchimista dell'anima e del corpo mutanti («Inseparabili», «Crash», «Il
pasto nudo»), vi studia come al microscopio le personalità aliene
e i codici ossessivi della malavita venuta dall'est ex-comunista
che si propaga in un habitat all'apparenza tranquillo ed elegante,
ma in profondità mefitico e marcio, in cui la lotta
darwiniana per il mercato e per gli affari produce un'interminabile
catena di violenze e sopraffazioni. Il sessantaquattrenne regista
canadese esercita, così, un controllo minuzioso sulla
virulenta materia romanzesca, rifinendo i dettagli della messinscena
e indirizzando lo sguardo dello spettatore con un nitore pressoché glaciale,
che si lacera, però, di colpo in poche acmi quanto mai
brutali: con la conseguenza, tutt'altro che scontata, di allestire
una sorta di balletto per immagini o di coreografia funesta
e rituale, una sinfonia in crescendo del massacro che confluisce,
non a caso, in sottofinale nella sequenza dell'agguato al bagno
turco destinata ad entrare di prepotenza nel pantheon del genere.
Naomi Watts è l'ostetrica ingenua e impulsiva che vuole
in qualche modo riscattare il tragico destino di una spaurita
e fuggiasca partoriente; Viggo Mortensen lo statuario e laconico
autista di uno dei clan russi più potenti di Londra;
Armin Mueller-Stahl l'elegante, irreprensibile titolare del
ristorante etnico a cui fa capo l'antica fratellanza criminale «Vory
V Zakone» (Ladri nella Legge); Vincent Cassel l'isterico
e fragile figlio del boss... Quattro pedine risucchiate in
un gioco mortale, scolpito da riprese geometriche ed essenziali,
concentrato sugli interni minimalistici e gli esterni freddi
e scivolosi, scandito da una luce disturbante e precaria, via
via sempre più stretto in una morsa impermeabile alla
paura e alla logica della gente normale. L'interesse di Cronenberg
per la patologia «concreta» - più che sociologica
o filosofica - dei rapporti umani trova nella sceneggiatura
di Steve Knight (già autore di «Piccoli affari
sporchi» per Stephen Frears) un appiglio particolarmente
congeniale: i tatuaggi dei criminali russi, spaventosi intarsi
d'iscrizioni, figure e diagrammi che conferiscono un'ulteriore
valenza metaforica al film e permettono al regista di ribadire
le sue provocatorie convinzioni sulla superiorità della
pelle sulla mente, del dolore sulla memoria, dell'esigenza
del martirio autolesionistico sull'aspirazione alla morale «naturale».
Mortensen sembra, in questo senso, un interprete ideale perché solo
la sua andatura robotica e la sua maschera scheggiata possono
tentare di comunicare sentimenti oscuramente devianti senza
doversi arrendere alla normalizzazione del the end. In cui,
al contrario, la solitudine del potere del padrino alla Coppola
sembra murarsi nella masochistica attesa dell'annientamento.
Valerio Caprara
|
| |
La Repubblica, 14 dicembre
2007
Cronenberg, la violenza
come stile di vita
Grande film di un regista capace di sorprenderci ogni volta,
La promessa dell'assassino è un "Taras Bulba" riambientato
nella Londra odierna, dove i legami famigliari, i rituali,
la violenza della mafia russa del clan "Vori v'zacone" sembrano
rimasti fermi a quelli degli antichi cosacchi di Gogol. Nel
bel mezzo del clan mafioso capita l'ostetrica Anna, anche lei
di origine russa: ha assistito al parto e alla morte di una
ragazzina e ora cerca una famiglia cui affidare la neonata.
E' così che incontra Seymon, capogang sotto la maschera
di ristoratore, e i suoi due figli: l'uno naturale, lo squilibrato
Kirill, l'altro adottivo, il carismatico Nikolaj, autista-killer
apparentemente freddo come una lama, in realtà ansioso
di riscatto. Attraverso Anna, Nikolaj inizia un percorso di
riscatto che lo mette in conflitto con il milieu criminale.
Conoscendo il repertorio delle ossessioni di Cronenberg, sei
tentato di andare in automatico: vero, nel suo nuovo film si
ritrova la violenza, estrema e stilizzata insieme, del penultimo,
A History of Violence; certo, la carne è ancora il fulcro
del suo cinema, nei corpi sgozzati, massacrati, stuprati, umiliati
(terribile la scena in cui Nikolaj "testa" sessualmente
una giovane ucraina) che traversano il film da cima a fondo.
Però, rispetto all'altro, il criterio di rappresentazione
subisce un ribaltamento: in History il regista adottava un
tono grottesco, quasi parodistico; qui, l'atmosfera noir è tragica,
feroce e malinconica senza soluzione di continuità.
Nel milieu della mafia messa in scena come una tribù barbarica,
i criminali russi perdono anzi - per la prima volta - il colorito
caricaturale con cui il cinema era solito mostrarli.
Quanto alla violenza, c'è il rischio di scambiarne
la rappresentazione per fascinazione: specie nella sequenza
del bagno turco in cui Nikolaj, nudo, si batte a morte con
due sicari vestiti di pelle nera; combattimento di brutalità animalesca,
che immaginiamo già nelle future antologie del gay-movie,
accanto alla "ripassata" di Marlon Brando nel "Selvaggio".
E invece, le cose non stanno affatto così. Proprio
nel modo radicale, crudo con cui la violenza è trascritta
in immagini c'è la presa di distanza da essa, un'implicita
somministrazione di disgusto allo spettatore, per la violenza
in se stessa e per una cultura dove qualsiasi antagonismo -
nella famiglia, nei rapporti. negli "affari" - è lavato
col sangue. Quel che sembra premere di più al regista
canadese, questa volta, è esplorare il confine interiore
fra luce e ombra; meglio, l'ambivalenza costitutiva della natura
umana, dove ombra e luce convivono indissolubili.
In fondo, La promessa dell'assassino può essere guardato
anche come una storia d'amore tra angeli decaduti, il killer
tatuato e la giovane ostetrica contaminata dalle brutture del
mondo; però senza la pretesa di distribuire condanne
o assoluzioni, né di impartirci lezioncine di morale,
ma traducendo tutto in immagini potenti, articolate senza mai
una caduta di tensione. Assassini a parte, insomma, quello
di Cronenberg è un film che mantiene (di quanti si può dire
altrettanto?) interamente la sua promessa.
Roberto Nepoti
|
| |
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2007
David Cronenberg continua il cammino intrapreso con "A
history of violence" e, pur senza rinunciare a uno sguardo
personale e alle sue ossessioni da regista, che qua e là erompono
con decisione, anche con "La promessa dell'assassino" si
vota al film di genere, realizzato con maestria e con taglio
secco e preciso.
La sua è una storia inquietante sulla mafia russa a
Londra. Anna è un'ostetrica di origini russe, una cui
paziente, una ragazza dell'est che si prostituiva nella capitale
inglese, muore dando alla luce una bambina. La donna vuole
scoprire chi siano i parenti della defunta per poter affidare
loro la neonata, ma si rivolge alla persona sbagliata. Dà infatti
da tradurre il diario della giovane a Semyon, che in apparenza è solo
il proprietario di un ristorante, ma in realtà è soprattutto
uno spietato capo mafia russo, il quale è coinvolto
direttamente nella vicenda e vuole perciò mettere la
cosa a tacere. L'uomo si fida poco del figlio Kirill, debole
e sessualmente ambiguo, e invece ripone la massima fiducia
in Nikolaj, autista e all'occorrenza gangster al suo servizio.
Proprio in quest'ultimo Anna troverà un inaspettato
alleato, una figura che la guida e protegge.
Cronenberg ambienta in una Londra plumbea, insolita, per niente
turistica, una storia cupa e serrata, che sembra classica nel
suo rispetto degli stilemi del noir, ma poi si apre a squarci
di cruda violenza, in cui il regista può riproporre
la sua ossessione per il corpo (martoriato o interamente tatuato),
mostrato in dettagli e particolari scioccanti o raccapriccianti.
Veri e propri pezzi di bravura sono a questo proposito le sequenze
dell'affiliazione di Nikolaj e della sua lotta concitata e
disperata nel bagno turco con due mafiosi. Il regista non trascura
l'azione, ma approfondisce in special modo le psicologie dei
caratteri e delinea splendidamente il rapporto tra i vari personaggi.
Dirige al meglio un cast in cui offrono le prove migliori Armin
Mueller-Stahl, Vincent Cassel e, più di tutti, Viggo
Mortensen, da cui Cronenberg riesce a ottenere, dopo "A
history of violence", un'altra interpretazione memorabile.
L'autore riflette ancora una volta sulla complessità e
sull'ambiguità della natura umana e lo fa con un film
di genere, per niente accademico, che fa avvicinare il suo
cinema a un pubblico più vasto e in cui la sua poetica
a tratti emerge con più forza, ma complessivamente impregna
di sé l'intera opera.
Michele Ossani
|
| |
Il Giornale, 14 dicembre 2007
Il mafioso per finta Viggo Mortensen smantella a Londra una
gang russa
David Cronenberg è altamente ineguale, ma i suoi devoti
troveranno interessante anche La promessa dell'assassino, il
cui protagonista è Viggo Mortensen, come in History
of Violence. Lo sfondo stavolta è geograficamente londinese,
di londinesi d'Australia come l'ostetrica Naomi Watts, ed etnologicamente
russo, di russi interpretati dall'americano d'origine danese
Mortensen, dal francese Vincent Cassel e dal tedesco Armin
Müller-Stahl! Oltre al forse voluto marasma linguistico,
c'è un difetto più grave: la dabbenaggine del
personaggio della Watts, che investiga sulla morte d'una puerpera
andando a farsene tradurre il compromettente diario da chi
l'aveva resa schiava, pur convivendo con un patrigno russo.
Il buono, il finto mafioso Mortensen, taglia non unghie, ma
ultime falangi a un morto ammazzato.
Maurizio Cabona
|
| |
Il Messaggero, 14 dicembre 2007
Cronenberg, danza di sangue
Il nuovo film di Cronenberg si apre con un uomo sgozzato a
tutto schermo; prosegue con una adolescente che si accascia
in un lago di sangue; e chiude questo incipit da antologia
col primo piano inquietante di un neonato ancora coperto di
liquido amniotico attaccato a un respiratore immagine che è quasi
la "firma" del regista di Inseparabili e La mosca,
sempre attento agli incroci fra l'uomo e la macchina, la carne
e il metallo. Eppure La promessa dell'assassino, action-thriller
fisico e teso come e più di History of Violence, è anche
una specie di "documentario fantastico" sulla mafia
russa a Londra.
Documentario per l'estrema attenzione ai segni, ai codici,
ai commerci di questo mondo segreto di esiliati. Fantastico
per la libertà del tono e dell'intreccio, fra lotta
di potere e storia di famiglia (lo script è di Steve
Knight, lo sceneggiatore di Piccoli affari sporchi di Frears).
Volendo lo si può raccontare come la storia di due diari,
opposti e complementari. Il primo è il diario trovato
dall'ostetrica inglese di origini russe Naomi Watts addosso
all'adolescente che muore fra le sue braccia in apertura dando
alla luce una bambina. Grazie a quel diario, scritto in russo,
la Watts arriva a un ristorante in stile zarista gestito dall'anziano
e apparentemente bonario Armin Müller-Stahl. Non sa di
essere finita nella tana del lupo. Lo scoprirà a sue
spese, decifrando poco a poco un altro "diario",
meno visibile ma anche più ambiguo. Il diario che si
porta tatuato addosso Viggo Mortensen, autista e uomo di fiducia
del capogang: un tipo così tosto che sbrina i cadaveri
col fohn e si spegne le sigarette sulla lingua. Logico che
Müller-Stahl lo tratti quasi come un figlio. Anche perché il
figlio vero (Vincent Cassel), isterico e tracotante, è un
finto macho debosciato e cripto-gay, segretamente innamorato
e ovviamente gelosissimo dello stesso Mortensen.
A questo punto l'indagine della Watts è quasi un pretesto
per spingerci in fondo a questo universo fatto di guerre fra
clan, esecuzioni barbariche, riti di affiliazione (qui si scopre
in tutta la sua ampiezza il "diario" tatuato sul
corpo statuario di Mortensen), lotte selvagge (altra scena
da antologia: Mortensen che affronta, completamente nudo, due
killer in una sauna). Ma quello che in altre mani sarebbe stato
solo un film d'azione in più, diventa grazie a Cronenberg
l'allucinante referto della crisi di un intero continente.
Reso con una furia coreografica e insieme un'aderenza sentimentale
che stringe il cuore.
|
| |
L'Espresso, 13 dicembre 2007
Orrore dall'Est
'La promessa dell'assassino' di David Cronenberg racconta la desolazione
e il vuoto letale del nostro mondo. Un film bello e straziante
Bello e straziante, 'La promessa dell'assassino' di David Cronenberg racconta
la desolazione e il vuoto letale del nostro mondo. Naturalmente, nel film
magnifico s'intrecciano molte avventure nere. Una lotta inedita, all'interno
di una sauna, tra due ceceni vestiti di nero e Viggo Mortensen che sguscia
nudo tra loro. Una terribile coltellata dentro l'occhio sinistro. Una ragazzina
morente che partorisce nel sangue una bambina. Un cadavere messo in freezer,
scongelato con un asciugacapelli, al quale vengono tagliate tutte le dita,
estratti tutti i denti, per privarlo di ogni identità. Coltelli napoletani,
curve lame da linoleum. Un diario contenente notizie atroci sulla prostituzione
di dodici-quattordicenni dei paesi dell'Est europeo. Un fastoso, tetro ristorante
russo a Londra dove si svolgono i commerci più abietti, diretto da
un vecchio benevolo infinitamente crudele. Una buona ostetrica di origini
russe, un suo zio (è il regista polacco Jerzy Skolimowski) che si
vanta mentendo di essere stato nella polizia politica sovietica, il Kgb.
Violenze terrificanti. Ma la maggiore violenza sta nel quadro del mondo che
Cronenberg traccia con forza spietata, esaminando in particolare il condizionamento
imposto in Occidente dalla gente smarrita dell'Est europeo, senza più storia
né memoria, portatrice d'un contagio mortale. Il grande regista canadese è cambiato.
Se finora il suo cinema aveva raccontato anomalie (la mosca incorporata,
i gemelli inseparabili, la cantante uomo di 'M. Butterfly', i giochi di realtà virtuale), è come
se adesso si fosse reso conto che tutto è anomalo, che la normalità o
la norma non esistono più. Dal 2005 di 'A History of Violence', il
suo cinema s'è fatto più convenzionale e insieme più profondamente
caotico nel tentativo di rappresentare un mondo anarchico privo di punti
di riferimento, nel quale la generosità, l'altruismo, la bontà sono
capricci paranoidi come tutto il resto.
Lietta Tornabuoni
|
|