Testata

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog


 

 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
  ricerca per titolo    
   
  A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z
             

PROMESSA (LA)
di Aleksej Arbuzov
a San Babila
regia di Valerio Zurlini
scene Franco Zeffirelli
con Anna Maria Guarnieri, Giancarlo Giannini, Giulio Brogi
LA NOTTE, 4/06/69


Spigolature di fine stagione. Interpreti esclusivi Anna Maria Guarnieri, Giancarlo Giannini e Giulio Brogi, ecco qui, iersera, al San Babila, una commedia russa di tutto riposo, a tre soli personaggi: La promessa – ma nell’originale: Moj bendnyi Marat, che vorrebbe dire alla lettera: Mio povero Marat, senza che il sanguinario amico del popolo di sanculotta memoria, c’entri per qualcosa –. A Dio piacendo, una volta tanto, avendo a che fare con un copione d’oltrecortina, non è di prammatica un discorso sulle persecuzioni, sui bandi, sulla censura ideologica, sulle scoperte o velate polemiche politiche o civili, sull’invio in Siberia, sulla riabilitazione vigilata, sull’autocritica obbligata, sul gelo e sul disgelo, sulla malefatte di Stalin, sulla larghezza di manica di Kruscev e via discorrendo. Come è di tutto riposo la commedia, è di tutto riposo l’autore: Aleksej Arbuzov, un giudizioso sessantunenne, sulla breccia, figurarsi! dal 1923, senza mai inciampare, pur, sia detto a suo merito, senza darsi troppo da fare, a sbracciarsi con l’ottimismo premilitare e dopolavoristico di quel repertorio propagandistico grondante di eroi positivi come un albero di ciliegie  a maggio: quelle cose, insomma, che, lassù, fanno fare carriera da vivi e sprofondare nei più fondi recessi dell’oblio appena morti. Si tratta, in altri termini, di un mediocre non privo di talento, e di un prudente non destituito di discrezione e dignità.
Oltre a questa, ascoltata iersera, conosco, di lui, una seconda commedia per averla letta: Accadde a Irkutsk. L’una e l’altra mi confermano quel che mi avevano detto: e cioè che la sua specialità precipua consiste nello studio della formazione della gioventù sovietica indagata al filtro di un piccolo ma non retorico lirismo realistico psicologizzante; e convalidano ciò che avevo già sospettato da me, vale a dire che, tenuto opportunamente a bagnomaria, da Cechov si può ancora spremere un gradevole tè di camomilla, basta correggere l’eccesso di zucchero con una giusta spruzzata di limone. Proletari o capitalisti, bolscevichi o borghesi, la malinconia del crescere, la malattia del diventar grandi, più o meno, è uguale per tutti; e, in qualche caso, il solo fatto di ricusarsi al suicidio può valere a far entrare uno, magari con uno scappellotto, nel recinto degli “eroi positivi”, accettando la vita per quello che è, piuttosto che nel brago degli eroi negativi, nemici della società. Sfumature, importanti ma sfumature. O soltanto scappatoie? Non indaghiamo. Visto che i superiori burocrati del compagno Arbuzov se ne accontentano, non mettiamogli pulci nelle orecchie.
Ah, il senno di poi! Beata e sciagurata adolescenza! Sentimenti inconfessati, slanci distorti, impulsi repressi, sogni decapitati, sincerità taciute, pudori orgogliosi e orgogli pudichi… Pochi anni, e ti si trasformano nelle mani in cambiali protestate: tristezza della cenere di quel che avrebbe potuto essere e non fu. E meno male che, sempre per via di evitare il pessimismo, sentimento antimarxistico per eccellenza, si rimedia, o si cerca di convincersi di rimediare, come si può, facendo perno sull’amicizia, sulla lealtà, sui residui dell’amore… e, fortunati loro, sulla possibilità del divorzio. Sì, perché, voltala e rivoltala, magari con tonalità e andamento casti ed insoliti, trepidi di contenuta delicatezza e schietto ritegno, siamo rimasti al “terzetto” di veneranda memoria. Unica variante, oltre il tono: sono tre personaggi ognuno dei quali, in varia guisa, sacrifica l’amore all’amicizia.
Si tratta di una dozzina di sequenze che vanno dal 1942, il momento più tragico e desolato del tremendo assedio di Stalingrado, quando la morte  era certa e incerti ne erano soltanto i modi: per fame, per freddo o per bombe; al 1946, quando, sopravvissuti per miracolo, faticosamente ma vittoriosamente, si comincia  a fare, bene o male, ognuno la propria strada; al 1959, quando si può dire di essere arrivati e ci si accorge, sul piano umano, di essere dei falliti per via che gli adolescenti divenuti adulti si rendono conto di essersi accoppiati – complice l’orgoglio, la malintesa sete di libertà, la solidarietà compassionevole, l’insufficiente coraggio, il bisogno di affetto protettivo – in modo sbagliato; e si decide di cambiar posto al tavolo della vita, senza, beninteso, marxisticamente cessare di essere utili agli altri (anche gli eroi di Cechov si illudono, appunto, di fare altrettanto per un domani migliore…: i conti tornano).
E così… “Quando è finito l’uomo? Quando capisce che tutto, nella sua vita, è stabilito e che non si aggiungerà niente a quello che già è. Non parlo della posizione, parlo di qualcosa di più…” Oppure: “…I sogni giovanili… chi li ha traditi? Io? Un mediocre. Faccio della brutta poesia…” . O sennò: “…L’uomo deve molto alla provvidenza che gli ha concesso di vivere su questa terra. Ma pensa quanta gente è morta… perché noi fossimo eccezionali, entusiasti, felici… Dove sono finite tutte le promesse?...”. Sembra di sentir parlare zio Vania. Uno zio Vania riveduto e corretto. Uno zio per i poveri.
I tre privati problemini, spiccati dal contesto di un problema, in ogni senso, tanto più grande – l’autore possiede la patetica ma non invidiabile facoltà di rendere intimisticamente piccolo tutto ciò che sfiora – escono dalla regia di Valerio Zurlini – le giuste scene sono di Zeffirelli e la giusta traduzione di Guerrieri – modulati e ritmati in un realismo sensibile, mobile e vario; che evita l’insidia in agguato di un dolciastro sentimentalismo, in virtù della nervosa verità conferita, ai minuscoli eroi del banale quotidiano, dalla Guarnieri, dal Giannini e dal Brogi, applauditissimi e dotati di un’arte sincera, spoglia, umile e limpida, ma non per questo meno scaltra ed espressiva, come non è frequente ascoltare sui nostri palcoscenici.

   
© Sipario 2011