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Prima linea (La)
La Prima lineadi Renato De Maria
con Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Lino Guanciale, Riccardo Rognone
 
Il Messaggero, 20 novembre 2009

Gli anni di piombo ma senza radici

Sfatiamo subito un luogo comune che ha inquinato a lungo il dibattito ostacolando non poco gli autori de La prima linea. I film “sul terrorismo” non hanno niente di più o di meno degli altri film. Finché non sapremo ripensare e ri-mettere in scena quella stagione - il cinema italiano ci ha aiutato per decenni a riflettere sulla nostra storia - il terrorismo resterà un incubo insondabile. Mentre a chi lavora su quella frazione dell’ultrasinistra che negli anni Settanta scelse le armi va chiesto quanto si chiede a tutti i film storici. Scelte narrative nette e incisive; massimo rispetto dei fatti e della loro logica interna (a meno che non si scelgano strade poetiche come nel notevole Buongiorno, notte di Marco Bellocchio); credibilità di volti, gesti, sfondi, parole; scavo psicologico e sociale adeguato alla portata dell’aberrazione e dei suoi effetti. Non chiediamo la luna: un anno fa La banda Baader-Meinhof di Uli Edel provò, con ben altri mezzi produttivi in verità, che il cinema può ricostruire con chiarezza e rigore una trama complessa di eventi, motivazioni, ramificazioni politiche e ideali. La prima linea delude perché ricorre a iconografie scadute (increscioso il manifesto ricalcato sul Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, quando fra l’altro un personaggio del film dice chiaramente “Siete la prima linea di un movimento che non c’è”). E offre una ricostruzione tanto lacunosa da divenire distorta. Non si tratta di eroicizzare o giustificare. Queste sono preoccupazioni da supermercato, banalità. Si tratta di scegliere su quali episodi e dettagli puntare. La prima linea intende raccontare la fine, il senso di sconfitta, di accerchiamento, di spreco. Troppo poco per un film, troppo ovvi i modi. Non bastano facce atone, sguardi spenti, voci sempre soffocate. Come in ogni cronaca, ci chiediamo chi, come, dove, cosa, perché. Invece dobbiamo accontentarci di tre delitti esemplari: un dirigente gambizzato; Alessandrini, magistrato democratico, abbattuto alle spalle mentre porta a scuola il figlioletto, crimine particolarmente odioso che provocò un’ondata di sdegno (molto belle le scene di repertorio dei funerali a Milano), per giunta a soli 5 giorni dall’ammazzamento firmato Br dell’operaio genovese Guido Rossa; infine l’omicidio Vaccher, giovane “delatore” interno all’organizzazione. E poi? Il film dovrebbe illuminare psicologie e radici, dire da dove venivano, umanamente e politicamente, Sergio (in parte ci riesce) e la Ronconi (qui invece il nulla assoluto: una telefonata alla madre e stop). Insomma semplifica, omette, banalizza, rimanda ad altre fonti. E lascia tutto sulle spalle degli attori, che in mancanza di un racconto più solido e circostanziato non possono fare miracoli. Un’occasione mancata.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011