Piccola (La)
di Massimo Bontempelli
Dramma in tre atti
Corriere della Sera, 11 febbraio 1915
Serata di battaglia e di ardenti discussioni. Da un pezzo una commedia non suscitava tanto calore di difese, tanta vivacità di opposizioni. Buon segno. Segno che l’autore non è di quelli che battono le vie facili e comode.
Ma la commedia è vulnerabile. Ecco il suo nodo drammatico. Federico Solmi, nove anni prima che l’azione cominci, è stato l’amante della signora Matilde Palmieri. Poi ha dovuto partire. I doveri della sua professione di diplomatico lo hanno portato lontano. La signora Matilde è morta poco dopo. Suo marito, Luigi Palmieri, è rimasto con una bambina, Elena. Quando Solmi frequentava la casa dei Palmieri, Elena non gli si mostrava molto amica. Se egli tentava di prenderla sulle ginocchia, ella gli sfuggiva di mano. Nel suo piccolo cuore si agitava un oscuro sentimento, che suscitava nella bambina i pudori della donna. Era una specie d’amore taciturno e scontroso.
Nove anni, come s’è detto, sono passati. Solmi è rimasto sempre lontano. Elena è cresciuta, ma è rimasta ancora, per tutti, la piccola. È una strana creatura, talora trasportata da impeti frenetici di gioia, talora triste, chiusa, enigmatica. Ha bisogni accesi di indipendenza e di solitudine. L’abbagliano le visioni di forza concentrata e muta. In lei le passioni saranno violente. In attesa di queste passioni s’è fidanzata con un giovane, Giovanni D’Ancona. Non per amore; per inerzia sentimentale.
In questo momento della sua vita, Federico Solmi, che, nel frattempo, s’è ammogliato a Parigi, torna per un breve riposo a Roma. È subito festosamente accolto in casa Palmieri. Elena sente risorgere l’ardore misterioso e sognante dei suoi teneri anni. E questo ardore diventa incendio. Distrugge tutto, anche il ritegno. Ella sa bene che Solmi ha moglie. Ma questo, anzi, la fa più foscamente avvampare. Poiché quell’uomo, che vede sempre in lei la piccola, non parla, ella stessa gli rivela il suo amore. Gli si butta addosso col suo corpo giovine, col suo fiato odoroso, con la febbre della sua anima e dei suoi sensi. Federico è preso dal fascino, ma resiste; pare talora che stia per abbandonarsi a quel gorgo oscuro di passione colpevole; ma subito si riprende. Non tanto però, che nelle sue parole, nel tremito della sua voce, non baleni l’amore. Allora Elena si inebria di questa scoperta. Ella è fuori da ogni convenzione; è ossessionata, febbrile. Egli vuol fuggire, non può, non trova una via d’uscita. E intanto il ricordo della madre di Elena, di quella morta dello stesso sangue di Elena, lo atterrisce. Si dibatte, si difende, ma quando tutto è vano, grida ad Elena la verità. Un urlo disperato della piccola fa accorrere il padre, al quale ella grida: “Quell’uomo è stato l’amante di tua moglie”.
Che può avvenire ora? Luigi Palmieri e Federico Solmi si incontrano il giorno dopo la rivelazione. È presente il fidanzato di Elena. La scena è tormentosa. Che si diranno? Che faranno? Potranno essi trascinare nel crudele dibattito la morta? Quale soluzione ci può essere per un così mostruoso nodo? La violenza contro il superstite, dopo tant’anni? L’odio contro l’adultera, ora che tutto è spento di lei e intorno a lei? “Ci vorrebbe un fatto nuovo”, mormora Federico. Ed Elena che sente, dice: “Eccolo il fatto nuovo”, e si uccide, piantandosi nel petto un piccolo pugnale.
La commedia era cominciata assai bene. Il primo atto, ben proporzionato, bene incorniciato, con personaggi disegnati con forza e con gusto, con un dialogo tutto pieno di rivelazioni psicologiche, aveva diffuso per la sala il senso d’una bella vittoria italiana. Ma al secondo atto la commedia perde la sua effusività e la sua bella nudità. Un po’ di letteratura s’abbarbica alle scene, le immagini, un po’ preziose, si incastonano nel dialogo. E il personaggio della piccola presenta il suo primo problema. Il pubblico la osserva, ma non se la spiega. È certo che quella furia di passione femminile che si rivela per la prima, il coraggio di quella vergine che si getta tra le braccia di un uomo ammogliato che cerca, restìo, di respingerla, sorprendono più che convincere. Noi abbiamo conosciuto nel primo atto una fanciulla un po’ romantica, un po’ volontaria; abbiamo anche capito che un sentimento oscuro e trepidante l’attira verso Federico Solmi; siamo preparatissimi a vederla completamente innamorata di Solmi, ma nessun dato psicologico, nessun indizio, ci potevano far credere che quella piccola, improvvisamente, sarebbe stata capace di superare tanti ostacoli di naturale timidità, tanti freni di fanciullesco pudore, da offrirsi quasi ad un uomo che ha moglie e che non può darle quindi che il peccato e non l’amore. Io non dico che terremoti di questo genere non possano far sussultare il cuore e i nervi di una fanciulla. Dico che bisognava mostrarci perché e come questo è avvenuto. Lo scoppio delle crisi è pittoresco, ma non è mai molto interessante, se non sappiamo come esse si siano maturate. Tuttavia si può passar sopra a questa difficoltà evitata dall’autore. Egli ha prestato ad Elena delle parole sì calde, sì immaginose, sì espressive, che, malgrado certe agghindature descrittive, hanno trascinato il pubblico ad un lungo caldo ripetuto applauso. Ma, sfuggito a Scilla, l’autore è andato a batter contro Cariddi.
Quando Federico rivelò ad Elena d’essere stato l’amante della madre di lei il pubblico ebbe un sussulto. Non per pudore! Ben altre audacie ha avuto la scena moderna! Ma si rivoltò contro il modo di questa rivelazione: “Credi tu che io non abbia amato altre donne?” – chiede concitato Federico. – E poiché Elena risponde che ciò non la riguarda, egli afferra, sopra una tavola, il ritratto della morta e grida mostrandolo alla fanciulla: “Questa, questa!”. Ecco dunque: una confessione così difficile direi quasi così impudica davanti a una figlia – non solo è fatta con parole aperte e rudi che nessun uomo si permetterebbe certo di pronunciare – perché saprebbe certo trovar mille modi di dire il vero più leggeri, più sfumati, più dolorosi, più rispettosi della morta e della viva – ma è anzi rinforzata, resa più brutale dalla presentazione dell’immagine della madre. Quell’imprudente di Federico strappa i veli d’ombra che fasciano quella povera scomparsa, le denuda la faccia, dice quasi alla figlia di lei: “Guarda questa faccia di tua madre, è la faccia della mia amante”. Mescola alle sue parole terribili la presenza fisica dell’assente.
In quel momento Federico è fuori della vita, fuori della verità; è un greggio arnese di teatro che cerca di ottenere con effetto l’imitazione di una passione, e ottiene l’effetto contrario. L’autore ha perduto il tono e la misura. Sdrucciola ormai sopra un terreno infido. Elena, al padre che accorre, urla una parola melodrammatica: “Federico è stato l’amante di tua moglie”. Ora, tutto può darsi; può darsi che in quel cuore di innamorata, offesa, notatelo bene, non nel suo sogno, ma in una ossessione di desiderio fisico, sorga subito il risentimento verso la madre morta. Ma dato, e non concesso, che tutti gli altri stadi della sua disperazione e del suo orrore possano essere sorpassati di un salto, dico che c’è ancora tempo prima che la donna che nel cuore e sulle labbra di Elena era stata “la mamma”, diventi, su quelle stesse labbra, “la moglie di suo padre”. Ammetto che quell’accusa atroce, che colpiva più il povero vecchio che l’adultero, abbia potuto scappare fuori da una bocca furente, ma sostengo che solo a teatro poteva trovare la forma sonora nella quale Elena l’ha espressa.
Il terzo atto non risolleva la commedia. Il nodo è insolubile. L’autore lo sa, lo sanno i suoi personaggi. Essi, invece di soffrire veramente, hanno l’aria di cercare per l’autore il modo di chiudere il dramma. Se noi osserviamo quello che essi dicono ci accorgiamo che tutto il senso delle loro parole è questo: “come se n’esce?”. E non ne escono bene. “Ecco il fatto nuovo!”, grida Elena uccidendosi. Ma è invece un fatto vecchio, che non è veramente drammatico perché non è una conseguenza, ma una scappatoia, non è una soluzione, ma una facilitazione. |