Pazza del "27" (La)
di Jean Guitton
Corriere Lombardo, 3 febbraio 1953
Oh, non sarà certamente il signor Jean Guitton a riscrivere “l’elogio della follia”. L’antica fama di Erasmo da Rotterdam non ha nulla da temere. Chiedete a me che li conosco: la pazzia è un mistero sacro; e i pazzi, quando si mettono ad avere della fantasia, in fatto di coerenza e di ragionevolezza – e soprattutto di divertimento – sono sempre in grado di dare dei punti agli autori che scrivono commedie su pazzi, non esclusa la esagitata ma prolissa posciadina pescata, non si sa come, durante il solito piccolo cabotaggio della importazione a scatola chiusa, nel repertorietto periferico del teatro francese d’una decina d’anni fa; e allestita con fastosa quanto sprecata diligenza dalla spensierata Compagnia Milly-Rimoldi-Riva-Siletti ieri sera per l’oblioso pubblico dell’Olimpia.
La pazza del “27” è un copione in quattro atti e ne possiede almeno tre più del necessario. Come semplice farsa in un atto, esso potrebbe far ridere gaiamente per una mezz’ora. Ma quante sono le farse in un atto che fanno ridere gaiamente con dei pazzi trattati da savii e con dei savii trattati da pazzi?! Consoliamoci pensando che, come si dice, restiamo nella tradizione; e ciò farà piacere a tanta brava gente di nostra conoscenza soddisfatta di non sentirsi mancare la terra sotto i piedi.
Siamo, come ben immaginerete, in una di quelle cliniche per malattie mentali reperibili soltanto nei copioni scacciapensieri; dove i ben noti malati che si credono Napoleone primo – mai che si ritengano Napoleone III! – e Santa Giovanna d’Arco vanno e vengono e bivaccano come vecchi coloniali nell’ufficio del direttore, senza che nessuno ci faccia il minimo caso. Bensintende che, a loro volta, medici e infermieri, in quanto a manie, eccentricità e fissazioni varie, nulla hanno da invidiare ai loro degni pazienti regolarmente e generosamente beneficiati di un congruo trattamento terapeutico che non conosce altre alternative fuorché la doccia scozzese e la classica camicia di forza.
In codesto sconclusionato ambiente che usurpa indegnamente il nobile e severo titolo di manicomio, viene a cercare rifugio una giovane intraprendente signora sanissima di mente, almeno così assicura l’autore. Ma è lecito dubitarne. Essa ha trascorso la notte fuori dal talamo coniugale dedicandosi a non precisate voluttà, in compagnia del solito amico di famiglia.
La fantastica gentildonna ha avuto questa originale pensata per sfuggire alle iraconde sanzioni del marito, uomo violento e inamabile. Il professore proprietario dello stabilimento aderisce immantinente alla singolare proposta; anzi, allo scopo di rendere più persuasiva la messa in scena, obbliga la nuova inquilina a sobbarcarsi la non lieve fatica di fingersi colpita da totale amnesia retroattiva. È un alienista cosiffatto e bisogna aver pazienza. Poi arriva un signore per bene, di bella presenza e sentimentalmente espansivo; altrettanto sano di mente, sempre secondo l’intenzione dell’autore; e forse non immemore del caso Bruneri-Canella, riconosce nella finta amnesiaca la sua amatissima moglie, scomparsa da casa un lustro prima, preda, a quanto mi è parso di capire, di una forma simile alla ninfomania, ma potrei anche sbagliarmi.
Per far breve una storia già troppo lunga, alla fine la protagonista, istituendo il confronto fra un marito vero, detestabile per quanto cornuto, e un aspirante marito, desiderabile per quanto ingenuo, e trovandolo a tutto vantaggio del secondo, decide di regolarsi di conseguenza: trascura gli incomodi dati dello stato civile; e, pur potendo giurare che non ha letto un rigo di Pirandello, se ne va col nuovo venuto lasciandosi riconoscere come quella che tu mi vuoi. Anche lei è una gentildonna cosiffatta e bisogna aver nuovamente pazienza. Alla peggio, se le cose dovessero aggravarsi, resterà sempre la risorsa di un paio di elettroshock. Seguono, anzi proseguono, le escandescenze dell’amico di famiglia e del tradito; e dopo che tutti i personaggi, a turno, sono passati sotto la doccia scozzese e dentro la camicia di forza, la commedia lascia libero il pubblico di tornare a casa e mettersi a letto sognando le delizie di Mombello.
Parrà strano, ma il dialogo, riuscendo, non si sa come, ad essere più spiritoso della sostanza alla quale risulta applicato, ce la fa a tener su fino in fondo il non memorabile copione distraendo il buonsenso e stimolando l’ euforia dello spettatore disposto a lasciarsi prendere sottobraccio e deciso di stare allegro costi ciò che costi.
La commedia è stata accolta con cordialità dalla benevola platea; allestita con vivacità da Luciano Ramo; e recitata con brio da Milly ricca di un’aggressiva femminilità, da Adriano Rimoldi sincero, caldo ed insinuante, dal lepido Siletti applaudito a scena aperta; dal Martini, dal Gregorio e dalla mia cara amica Isabella Riva adattatasi, stavo per dire degradatasi, a trasferire al femminile una balorda macchietta maschile pur di portare qualche risata di più al modesto bilancio generale. |