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Monaca fauza (La)
di Pietro Trinchera
Corriere Lombardo, 13 maggio 1965

Stavamo proprio in pensiero che, questa settimana, ci dovesse mancare il solito classico del mercoledì. Grazie  a una tempestiva trasferta al Nuovo della “Compagnia napoletana” non siamo rimasti delusi. Si tratterà magari di un classico abusivo, un mezzo classico in attesa di promozione ma, insomma, lo abbiamo avuto ed è ciò che importa. E così, dopo il classico ignoto dello Strabile di Trieste, ora abbiamo anche il classico dialettale del “teatro Bracco”.
Come si dovrebbe regolare uno che pensasse di plagiare il Tartufo senza lasciarsi cogliere con le mani nel sacco? Potrebbe, per esempio, cambiargli sesso: da uomo trasformarlo in donna, di un falso devoto fare una falsa devota, di un prete una monaca. È precisamente quel che è avvenuto nella Monaca Fauza, copione popolar-realistico, rappresentato nel 1726 e lasciato ingiustamente dormire, manoscritto, per due secoli e mezzo, negli archivi della “Società storica napoletana”, dove starebbe tuttora se Giulio Trevisani non fosse andato a ripescarlo per includerlo nel primo dei due preziosi volumi della sua esemplare antologia del teatro partenopeo, edita dal ????????Gguarda o Guaanda????????’ nel 1957.
Era l’opera prima, non più superata dalle successive, di un autore ventiquattrenne, Pietro Trinchera, che ne scrisse altre trentasette, oltre a una caterva di libretti d’opera, in una breve vita: in tutto cinquantatré anni; finita in carcere dove, notaio figlio di notai, essendosi malato della lue del teatro, e rovinatosi come impresario, era finito per debiti. Fu una morte atroce, conseguenza di uno strambo suicidio per paura a causa delle minacce di un carceriere, o un giudice che fosse. Morì alla giapponese, col ventre squarciato e le budella di fuori, essendosi praticato un vero e proprio harakiri col coccio di una pignatta rotta. Grane con l’autorità ne aveva avute altre per il vizio, nei suoi copioni, di toccar cose che non volevano toccate, esempio la religione.
Del povero ed eccentrico Trinchera, pescate da un totale oblio, si tengono ancora a galla – esclusa, beninteso, la commedia in questione, che, a galla, avrebbe meritato di esserci rimasta sempre –: La Gonoccolara, nella quale la buona volontà di Benedetto Croce volle vedere un presagio della Locandiera e La Tabernola abenturosa dove, in farseschi estri da opera comica, torna il medesimo argomento della sua prima commedia, con le vicende gaglioffe di un poco di buono che si finge frate per imbrogliare il prossimo, come la monaca falsa nei tre atti festosamente applauditi ieri sera e – altri meriti a parte – se devo dire il vero, la cui decantata originalità mi sembra più apparente che reale per varie considerazioni, eccettuato il sesso della protagonista. Primo, perché la figura del frate, vero o finto, impiccione, ipocrita, ruffiano, avido e simoniaco, appartiene abbondantemente alla nostra novellistica e anche al nostro teatro come appartenne alla cronaca quotidiana, in un arco che va, nientemeno, dal Boccaccio al Machiavelli. Secondo, perché dovette letteralmente pullulare fino a non farci più caso, nella comune realtà della Napoli bigotta e superstiziosa del settecento, che, su 270.000 abitanti, annoverava 16800 preti regolarmente consacrati: professionisti con le carte in regola per così dire. Figurarsi i dilettanti e gli abusivi, monaci, suore e conventi.
Come si vede, con tradizioni letterarie così illustri e con offerte della cronaca tanto dirette, pressanti e di tutti i giorni, non occorreva essere né un anarchico né un illuminista di professione, e tanto meno un ateo o un anticlericale schedato – come una certa moda odierna propensa a far defluire tutto verso la protesta sociale amerebbe far credere –, per tirarne in scena una, e, tanto più, trattandosi di un autore che, destituito di un temperamento di moralista e privo, sì, di uno stile, un linguaggio da artista autentico, ebbe però merito di una certa attenzione alla realtà popolaresca.
Gli manca perché il personaggio assuma un significato protestatario o dirompente, la visione critica di una società e l’indignazione morale necessaria. E infatti, il personaggio rimane metà letterario e metà documentaristico; previsto, facile, esteriore, subito scoperto, senza finezze e sottofondi, privo di inquietante mistero. Direi anzi che in un copione dove gli altri due personaggi femminili – quelli maschili no, son tutti convenzionalmente generici – hanno lo spicco di una vitalità carnale sincera, aggressiva  e perfin arditamente sfacciata, proprio lei la monaca falsa, rimane il personaggio umanamente meno realizzato, mi spingerei quasi a dire più ingenuo ed indifeso.
Se ne può fare di tutti i segnati, tramite false devozioni, finte estasi, miracoli truccati e lussurie imprudenti, deve ringraziare la buaggine monumentale del padrone di casa, avaro e geloso solo perché così vien detto che sia, senza che vi corrisponda la benché minima realtà interiore. E non mi sembra nemmeno indovinato e di buon gusto mandare in fumo col venerando mezzuccio dell’agnizione provvidenziale – rasentando il pericolo di un incesto – la ruffianata con la quale ha tentato di corromperne la moglie, scoprendosi che l’amante che le voleva appioppare è un fratello perso di vista da piccolo.
Ciò non vuol dire che manchino le intuizioni ardite e gli anticipi importanti: quella fanciulla, esempio, così donna volitiva e franca che difende il proprio amore a morsi e a calci, disposta a tutto, contro tutti. Come non mancano le situazioni saporose. La scena corale dello smascheramento della indegna, con finti maghi, fantasmi e diavoli da carnevale, sembra chiamare il ritmo e il colore di un travolgente concertato rossiniano per trovare la sua fiabesca verità.

Alla sciolta rielaborazione e ammodernazione, tendenziosamente fedele e fedelmente tendenziosa del testo, ha lavorato, col suo grande istinto teatrale, Eduardo De Filippo. Alla regia, l’amore, la obbiettività e la precisione di Gennaro Magliulo, direttore della compagnia; alla recitazione netta ed affiatata; la finta umiltà della Pisano, la quale ha fatto bene a ricordarsi che l’interprete ideale sarebbe stata la Borboni; la tanto esagitazione del D’Alessio, la furbesca vivacità del Di Napoli, il persuasivo buonsenso della Fierro, la sensuale impetuosità della Luce, l’aitante impazienza del Cannavale e la caricaturale comicità del Casagrande; alle scene, il gusto pittorico di Nicola Rubertelli; ai costumi il piacere coloristico di Luisa Schiano; agli applausi il divertimento del pubblico.
   
© Sipario 2011