Moglie saggia (La)
di Carlo Goldoni
regia Carlo Lari
elementi scenici Carminati
costumi Cascella
con Lidia Ferro, Fausto Tommei, Lucio Rama, Ottavio, Alina Moradei, Guidi, Allegranza, Corallina, Zerbetto, Mauro, Bernardi, Degara, Bianchi
Corriere Lombardo, 5 novembre 1954
Batti e batti, della persistente moda dei classici ha finito con l’avvantaggiarsi anche il nostro prediletto Goldoni. Quest’anno, per limitarci soltanto a Milano, il Piccolo Teatro fra pochi giorni esordirà addirittura con tre commedie del veneziano in una sera sola: la Trilogia della villeggiatura; stasera, tenuta a battesimo dalla televisione, debutterà con La donna di garbo la nuova Compagnia della città di Trieste; e ieri sera il gruppo del Sant’Erasmo ha felicissimamente inaugurato la stagione con La moglie saggia. È una rifioritura della quale non sto a dire quanto siamo soddisfatti. È sempe stata una nostra fissazione che, superati alcuni vecchi e falsi pregiudizi, Goldoni possa ritornare a far parte del comune repertorio, sia in dialetto, sia in lingua, con la garanzia di interessare e divertire il pubblico e di procurare ottimi affari. E col vantaggio, trattandosi di una produzione sconfinata, di offrire numerose scoperte che possono riserbare delle autentiche rivelazioni in sede di validità poetica. Basta saper scegliere. E saper leggere.
La commedia allestita ieri sera e che, salvo errori, non riappariva sulle nostre scene dal ’28, quando ne fu interprete Andreina Pagnani, porta la data del 1752 e s’era lasciata precedere da parecchi capolavori universalmente riconosciuti. Per un verso, essa rappresenta una regressione dalle posizioni raggiunte e vittoriosamente affermate sul piano della riforma goldoniana; per un altro, essa offre delle innegabili anticipazioni di carattere drammatico e psicologico, criticamente molto interessanti e che, con un po’ di buona volontà, si potrebbero anche qualificare preromantiche. Il difetto di quell’equilibrio ritmico e di quell’armonia architettonica – costituenti il segreto ineguagliabile della poesia di Goldoni, autore non puramente e semplicemente realistico come molti ancora credono, ma inventore di una propria realtà disposta dalla fantasia e controllata da arcane leggi musicali – che si nota nella commedia, deriva proprio da queste due non conciliate e forse non conciliabili posizioni.
Parrà strano ma, almeno secondo me e contrariamente all’opinione corrente, le parti ancora vive e interessanti – limitatamente al caso particolare di questa commedia, intendiamoci bene – non sono le seconde, vale a dire le più moderne, ma restano le prime, le più antiche e cioè le maschere.
E me lo spiego. Eccettuato Pantalone, il quale, tutto compreso, fissato e chiuso nella sua rigida posizione di padre, preclusa a qualsiasi evasione, estranea al proprio rapporto umano, della maschera non conserva ormai che il nome quasi per un’arcaica pigrizia del poeta – e benissimo ha fatto Carlo Lari a romperla con la tradizione e a vestirlo come un borghese qualunque – tutte le altre maschere, Brighella principalmente, scatenano sì la loro strampalata inventiva e fanno i loro liberi lazzi in un continuo entrare e uscire dalla commedia attraversandola come una ventata d’aria che penetra dalle finestre d’una casa borghese e s’involi dalle porte, portandovi effluvi e profumi, colori e suoni inopinati e repentini; ma non cessano per un momento di rimaner vincolati – interessi abitudini sentimenti e predilezioni – alla loro condizine di servi che hanno compiuto una precisa scelta affettiva di questo o di quel padrone, e ad esso, a modo loro, restano fedeli e complici riflettendo deformata la personalità che da tale scelta promana; e assumendo, nei loro riguardi una posizione di critica minuziosamente e puntualmente articolata – ecco la novità! – a fatti precisi e a circostanze quotidiane.
Plebei contro aristocratici? Chissà. Per poco che si forzi il discorso, non sarebbe poi del tutto arbitrario dedurne il quadro di una classe sociale che comincia ad avere coscienza di sé stessa e si pone già in posizione prepolemica con le classi che le stanno sopra e dalle quali dipende: l’aristocrazia non solo, ma anche la borghesia e – vedi caso curioso – con assai più evidente simpatia per la seconda che per la prima. Può essere significativo il fatto che sia proprio il servo Brighella a salvare la vita alla borghese Rosaura che l’aristocratico Ottavio tenta di avvelenare. Del resto, raramente come in questa commedia Goldoni ha maltrattato i nobili. Tutte le cattive qualità sono per loro, mentre tutte quelle buone vengono riservate ai borghesi. Oltre che da due emeriti scrocconi spettegolanti che girano ai margini della vicenda come i parassiti della commedia antica, quelli sono rappresentati da un marito volubile, insofferente, volgare e malvagio; e da una marchesa a dir poco civetta e disfafamiglie per la quale egli ha perso la testa fino a trasformarsi in un vero e proprio criminale che tenta – ed è un po’ forte giungendo psicologicamente del tutto impreparato il gesto; colpo di teatro senz’altro e non dei migliori – di sopprimere la propria moglie versandole dell’arsenico in una limonata.
Questi invece hanno per campioni un padre che se non appare tre volte buono con quel che ne consegue, lo è almeno due volte e mezzo; e la protagonista, modello dei modelli di tutte le mogli. Lei innamorata, lei fedele, lei modesta, lei rassegnata, lei che tutto soffre dall’indegno. Senza un cedimento, una perplessità, una ribellione. Rosaura è la virtù personificata con la lettera maiuscola e il distintivo sul petto. Troppo per risultare una donna viva e un personaggio poeticamente realizzato. Accade press’ a poco per lei ciò che accade alla Griselda del Boccaccio. Intorno a questa figura femminile nell’Ottocento si è fatto del rumore eccessivo promuovendola a eroina moderna ante litteram e deducendone, non del tutto a torto, una commedia “a triangolo”. Paolo Ferrari addirittura se ne impossessò per scrivere una di quelle commedie noiose pretenziose e sputasentenze, come lui solo sapeva scrivere: Amore senza stima.
Il fatto è che Goldoni, genio del comico, era negato al serio e al drammatico. Appena vi si accostava, lui così morbido, cangiante, volubile, imprevisto, sorprendente, inesauribile graduatore di sfumature e insinuatore di sottintesi maliziosi e spregiudicati, nell’umoristico diventava schematico, letterario, prudente, impacciato, maldestro e goffamente moralistico. Sarà magari dipesa anche dal rigore dei tempi ma, per usare un’osservazione penetrante di Eugenio Levi, è anche legittimo porsi da un punto di vista contrario e chiederci se non sia da rimpiangere non già un mondo drammatico non realizzato per il moralismo dei tempi, ma un comico sciupato per il moralismo del poeta.
E infatti, per percepire i sussulti della gelosia, gli ardori della verace passione, una sfumatura di deluso sconforto e una interiore e mite fierezza in Rosaura, bisogna demolire faticosamente un muro di programmatica dignità di parata e di ostentata rassegnazione esemplare che ne sciupano irrimediabilmente la genuinità. Ci si arriva nella scena con la rivale; e resta, è vero, una delle più belle e audaci di tutto il teatro goldoniano. Ma essa giunge tardi; e dopo è come se non fosse mai divenuta; ci si avvia verso il lieto fine con la maggior buona grazia passando disinvoltamente sopra perfino a un tentato uxoricidio, senza che nulla muti, salvo una automatica e repentina resipiscenza da parte del marito, nell’anino dei personaggi. Ben diversa è invece la funzione – che influenza e condiziona si può dire da capo a fondo tutta la commedia – dell’altra scena famosa, la prima del primo atto coi servi riuniti in attesa che sia terminato il festino dei loro padroni e intenti a toglier loro, senza riguardo alcuno, i panni addosso. Esagererò, ma qui c’è aria di Molière.
La pista del teatro circolare si addice in modo sorprendente alle maschere. Qui esse tornano, in un certo senso, alle origini, quelle della strada, con un ravvicinato contatto e una più immediata comunicativa col pubblico. Le loro scene sono state anche le più gaie e brillanti uscite dall’amorosa e diligente regia di Carlo Lari, partecipe alla fine, in mezzo ai suoi attori, del caldo successo punteggiato di numerosi applausi a scena aperta e di un mucchio di risate.
Lidia Ferro, festeggiatissima, ha offerto a Rosaura un’umana verità ricca di pudico sentimento, e ne ha variato l’immobile e uniforme psicologia con intelligenti finezze interiori. Un successo personale ha ottenuto Fausto Tommei col suo divertentissimo e fantasioso Brighella. Lo scrupolo, lo studio e l’umiltà con cui questo dottissimo attore mostra di voler tornare ad inserirsi nella scena di prosa in tempi di dilaganti diserzioni rivistaiole, sono veramente lodevoli. Lucio Rama è stato uno stizzoso e antipatico come Ottavio, Alina Moradei, dalla quale avrei desiderato un maggiore rigore stilistico, ha fatto un’attraente marchesa Beatrice. Un vivace e agile Arlecchino è riuscito il Guidi; controllatissimo e perfino un po’ spento Pantalone, l’Allegranza; una furba e agile Corallina, la Zerbetto; pronti e volonterosi: il Mauro, il Bernardi, il Degara e il Bianchi. Elegantemente stilizzati i bei costumi del Cascella e i magri elementi scenici del Carminati. Ieri sera gli attori mi sono sembrati più o meno tutti un po’ inibiti. Un maggiore slancio e un maggiore abbandono non potranno che giovare alle repliche. |