L'Olocausto armeno
secondo i Taviani
Il racconto dell'eccidio da parte dell'esercito turco è forte,
sanguinoso e straziante, una rappresentazione pietosa e perfetta
Un getto di sangue scarlatto sulla porta bianca della stanza dove il
patriarca agonizzante riesce a invocare: «Fuggite...fuggite».
La premonizione condensa La masseria delle allodole, gran film che Paolo
e Vittorio Taviani hanno tratto dal romanzo di Antonia Arslan (Rizzoli):
la vasta famiglia, il massacro degli armeni da parte dell'esercito turco
nel 1915 che evoca tanti eccidi contemporanei, gli affetti sconfitti,
la fine di un popolo.
Poco conosciuta, la persecuzione degli armeni iniziata nel 1894, dopo
una pausa quasi pacifica, con la prima guerra mondiale divenne uno sterminio
organizzato: 1.900.000 morti, pochi sopravvissuti dispersi nell'esilio.
Nel 1915, al sospetto d'amicizia con i russi nemici confinanti, si unì un
altro movente politico-militare: il partito di destra nazionalista dei
Giovani Turchi scelse l'eliminazione degli armeni per acquisire popolarità e
qualificarsi leader della Grande Turchia. I maschi armeni, anche i bambini
e i neonati, vennero uccisi perché non potessero perpetuare la
stirpe. Le femmine vennero deportate nel deserto e lì lasciate
morire. I beni, le case, i patrimoni vennero sequestrati. Alla fine della
guerra, i processi per crimini contro il popolo armeno dopo le prime
condanne vennero sospesi. Non ripresero mai, gli armeni mai ebbero giustizia,
e da allora la Turchia ha sempre negato ogni propria responsabilità nell'eccidio.
Non c'è guerra peggiore di quella combattuta tra gente che si
dà del tu, che ha familiarità o amicizia di rapporti: questa
convinzione dei Taviani fa sì che il fatto storico visto attraverso
la vicenda di una famiglia si trasformi nel film in qualcosa di vivo
e coinvolgente, in un'emozione personale. La parte centrale, il racconto
dell'eccidio, è forte, sanguinoso e straziante, diverso da ogni
opera precedente dei Taviani, eppure simile per le immagini meravigliose
e il loro stile bellissimo che racconta senza spiare da vicino i dettagli:
teste mozzate o castrazioni a colpi di sciabola, bambini infilzati, donne
che vengono prese con violenza o si offrono per fame. Una rappresentazione
così pietosa e perfetta da attenuare la parte iniziale famigliare
e l'epilogo. Il film d'amore e d'odio non potrebbe dire di più sulla
natura umana e quasi spaventa: se evoca il passato presente, cosa sarà nel
futuro?
Alessandra Levantesi