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Masseria delle Allodole (La)
La Masseria delle Allodoledi Paolo e Vittorio Taviani
con Paz Vega, Alessandro Preziosi, Mariano Rigillo, Andrè Dussollier, Mohammad Bakri, Angela Molina
Italia/Francia/Spagna/Bulgaria, 2007
 
La Stampa, 23 marzo 2007
L'Olocausto armeno
secondo i Taviani

Il racconto dell'eccidio da parte dell'esercito turco è forte, sanguinoso e straziante, una rappresentazione pietosa e perfetta

Un getto di sangue scarlatto sulla porta bianca della stanza dove il patriarca agonizzante riesce a invocare: «Fuggite...fuggite». La premonizione condensa La masseria delle allodole, gran film che Paolo e Vittorio Taviani hanno tratto dal romanzo di Antonia Arslan (Rizzoli): la vasta famiglia, il massacro degli armeni da parte dell'esercito turco nel 1915 che evoca tanti eccidi contemporanei, gli affetti sconfitti, la fine di un popolo.

Poco conosciuta, la persecuzione degli armeni iniziata nel 1894, dopo una pausa quasi pacifica, con la prima guerra mondiale divenne uno sterminio organizzato: 1.900.000 morti, pochi sopravvissuti dispersi nell'esilio. Nel 1915, al sospetto d'amicizia con i russi nemici confinanti, si unì un altro movente politico-militare: il partito di destra nazionalista dei Giovani Turchi scelse l'eliminazione degli armeni per acquisire popolarità e qualificarsi leader della Grande Turchia. I maschi armeni, anche i bambini e i neonati, vennero uccisi perché non potessero perpetuare la stirpe. Le femmine vennero deportate nel deserto e lì lasciate morire. I beni, le case, i patrimoni vennero sequestrati. Alla fine della guerra, i processi per crimini contro il popolo armeno dopo le prime condanne vennero sospesi. Non ripresero mai, gli armeni mai ebbero giustizia, e da allora la Turchia ha sempre negato ogni propria responsabilità nell'eccidio.

Non c'è guerra peggiore di quella combattuta tra gente che si dà del tu, che ha familiarità o amicizia di rapporti: questa convinzione dei Taviani fa sì che il fatto storico visto attraverso la vicenda di una famiglia si trasformi nel film in qualcosa di vivo e coinvolgente, in un'emozione personale. La parte centrale, il racconto dell'eccidio, è forte, sanguinoso e straziante, diverso da ogni opera precedente dei Taviani, eppure simile per le immagini meravigliose e il loro stile bellissimo che racconta senza spiare da vicino i dettagli: teste mozzate o castrazioni a colpi di sciabola, bambini infilzati, donne che vengono prese con violenza o si offrono per fame. Una rappresentazione così pietosa e perfetta da attenuare la parte iniziale famigliare e l'epilogo. Il film d'amore e d'odio non potrebbe dire di più sulla natura umana e quasi spaventa: se evoca il passato presente, cosa sarà nel futuro?

Alessandra Levantesi

© Sipario 2011