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Altra nanetta (L')
di Fausto-Maria Martini
Dramma in tre atti
Corriere della Sera, 8 dicembre

La vera Nanetta, la Nanetta che vediamo vivere e soffrire alla ribalta, fu, quasi ancora adolescente, vittima della brutale fiamma di un uomo. Quest’uomo è scomparso dalla sua vita. Ma alla povera Nanetta è nato un bimbo; e nessuno sa della sua sciagura e della sua creatura. Passano gli anni e Nanetta diventa moglie dello scrittore Giacomo Barzi. A lui ella non ha celato la sua caduta; ha solo tenuta nascosta la sua maternità.
Con un procedimento delicato e originale F. M. Martini ha travolto Nanetta e Giacomo in un dramma dove realtà e immaginazione si confondono; e la realtà creata dalla vita è guidata verso la catastrofe secondo il moto e la direzione che le imprime la finzione creata da un artista. È assai difficile isolare ed esporre con chiarezza i complessi di questo dramma. Mi ci proverò come posso.
Giacomo scrive romanzi e commedie; e, sempre, le figure della sua arte egli trae dalla vita. Un giorno, da quella donna che egli adora, teneramente e devotamente riamato, si stacca una figura ideale che le assomiglia. La verità di Nanetta si trasforma e si ingrandisce in lui, e gli offre la sostanza spirituale che gli servirà a foggiare la protagonista di una sua opera scenica. La storia di questo personaggio, al quale egli va dando lineamenti sempre più decisi, è, in principio, la storia stessa di Nanetta; ossia quella parte di storia che egli conosce: una fanciulla è indegnamente profanata; poi la vita pietosa la guarisce da questo avvilimento; ella ama un altro uomo perdutamente, ed è felice. Ed ecco che lo scrittore immagina, per questa creatura, più desolate vicende, che egli crede fantastiche, e che invece coincidono con le vicende della Nanetta viva. Egli ha sentito talvolta sua moglie parlare di un suo nipotino con tale appassionata dolcezza, che la figura, che egli stava delineando, gli si è arricchita di un elemento nuovo: la maternità. In tal modo, il suo personaggio, che non era che doloroso, ora porta con sé le ragioni di uno spasimo altamente drammatico. Se – pensa lo scrittore – questa triste maternità, che è la conseguenza di un’ora funesta, venisse ad un tratto a interporsi inesorabilmente fra la donna e il nuovo amore che la tiene tutta, il dramma potrebbe raggiungere una estrema potenza, e la figura femminile acquisterebbe una spasimante bellezza.
Ma quando Giacomo credeva di inventare, egli invece sentiva oscuramente una realtà della quale non poteva rendersi conto. Il nipotino, che con sì accorata voce di mamma Nanetta nominava, era davvero il suo figliolino, che una sorella di lei ha preso con sé e fa passare per proprio. Se Giacomo è turbato da quella che crede l’opera della sua fantasia, è solo perché la sua fantasia, misteriosamente suggestionata dalla realtà, è giunta fino alla soglia di essa senza vederla.
Quando egli descrive a Nanetta, per la prima volta, questa figura femminile che lo affascina,  quando confessa che essa gliene inspirò i primi tratti, Nanetta sussulta. La segreta virtù dell’arte, che, quanto più pare allontanarsi dal modello che prese ad imitare, tanto più aderisce ad esso, e si nutre della sua più recondita sostanza, l’empie di angoscia e di riverenza. Ella vuole che il marito dia al personaggio che sta creando il nome stesso che ella porta: Nanetta. Così nel mondo dei sogni, nel mondo delle irrealità, c’è un’altra Nanetta, una Nanetta, nata dall’ingegno e dall’amore, incorporea, ma presente. Noi sentiremo che, come essa fu, nel nascere, governata dalla realtà della vera Nanetta, ora diventerà, alla sua volta, padrona del destino di questa.
Perché, improvvisamente, il seduttore di Nanetta torna. È povero, infelice, solo. Rivuole la donna che fu sua ed è la madre di suo figlio. E minaccia. Ecco che se prima l’altra Nanetta assomigliava alla Nanetta vera, ora la Nanetta vera conosce lo strazio della Nanetta inventata dall’arte. La sua maternità, come Giacomo aveva pensato, s’interpone fra lei e l’uomo che ama.
Nella cieca disperazione nella quale è piombata, Nanetta, risoluta più che mai a non dir nulla al marito, eppure ansiosa d’aiuto, finge di discutere con Giacomo la vita e la sorte dell’altra Nanetta. Gli chiede, con la voce che trema, che cosa farebbe costei se l’uomo che macchiò la sua giovinezza tornasse, se insidiasse la sua felicità. Giacomo le risponde che ogni difesa le sarebbe consentita. Avrebbe anche il diritto di uccidere. Nanetta allora, guardando nel vuoto con gli occhi sbarrati, vede la sua immagine idealizzata, pronta al gran gesto liberatore che le sue piccole mani fragili non sanno osare. E l’altra Nanetta le appare grande, pura, eroica, poiché per il suo amore sarebbe capace di un sì folle e fermo coraggio.
A poco a poco l’altra Nanetta le comanda di imitarla, e la sopraffà e l’esalta e l’annulla: sicché quando l’uomo spietato che la reclama s’affaccia alla soglia della sua casa, ella scarica contro di lui una pistola, gridando disperatamente: “Non sono io, non sono io! È l’altra!”.

Ci troviamo, come si vede, davanti ad una concezione ardita e nobile. È bello che il teatro tenti vie difficili. E il Martini ha, in questo dramma, raggiunto finezze e sottilità e nitidezze di ricerca psicologica e di espressione veramente singolari. Il pubblico gli fu grato della purezza delle sue intenzioni e della precisa forza con la quale ha superato tante difficoltà, e glielo dimostrò con calde manifestazioni di plauso. Certo, l’esasperazione spirituale di Nanetta è rappresentata in modo delicatissimo. Ma il suo dramma è, in fondo, minore di quello che sembra. È davvero sì terribile, come pensa Nanetta, il ritorno dell’uomo che l’ha disonorata? Poiché Giacomo conosce questa sua caduta, sarebbe davvero atroce che egli venisse a conoscere quella maternità che di quella caduta è la conseguenza? La sua felicità sarebbe davvero distrutta? E oltre a questa rivelazione quale male può fare il seduttore a Nanetta? Se egli la reclama, perché una volta la ghermì, certo ignara e forse proditoriamente, è egli in possesso di un diritto e di un potere che costringa Nanetta a staccarsi da Giacomo, che non solo l’ama sopra ogni cosa, ma è, per di più, il suo legittimo marito? O forse quel malvagio che ritorna, ucciderà Giacomo per vendicarsi? Per vendicarsi di che? E come mai, per quali ragioni, in nome di quale dolore, a un tratto rivuole una donna della quale non si curò più, un figlio del quale non seppe mai nulla? Se noi queste ragioni ignoriamo, la figura dell’invisibile nemico di Nanetta non riesce a essere fosca e minacciosa come sarebbe necessario. Questo fantasma che Nanetta teme tanto, a noi pare quasi innocuo; è troppo inesistente perché possa determinare un dramma. Perciò l’opera del Martini mi si presenta sotto un singolare aspetto. Voglio dire un’eresia. Ma fa pensare al Marivaux; un Marivaux triste, doloroso, con accenti tragici: un Marivaux che non tratta più una profumata casistica d’amore; sceglie una casistica più ardua, e più alta; ma la dibatte alla stessa maniera, facendo passare e ripassare un’anima per zone di luce e per zone d’ombra, ora attraverso la verità, ora attraverso la idealizzazione di questa verità, e compiacendosi di presentarla in atteggiamenti che sembrano opposti, e che a poco a poco, invece, coincidono. Naturalmente niente frivolità settecentesca; anzi un esperimento severo; ma tra il malinconico aroma di poesia che profuma la commedia, questo esperimento si intravvede e si sente. E mi pare che sotto tutta la fiamma della passione ci sia qualche cosa di freddo; che il dramma nasca da una volontà esterna, sempre presente e sempre vigilante.
   
© Sipario 2011