Locandiera (La)
di Carlo Goldoni
regia Luchino Visconti
scene e costumi Luchino Visconti e Piero Tosi
con Rina Morelli, Paolo Stoppa, Mastroianni, Tedeschi, De Lullo, Rossella Falk e Flora Corbelli
Corriere Lombardo, 28 marzo 1953
La tanto discussa o, per meglio dire, la tanto insolentita regia di Luchino Visconti applicata a La locandiera, ripropone in forma provocante la antica questione del verismo goldoniano: un equivoco al quale contribuì a portar acqua anche un brutto ma esplicito sonetto di Giosuè Carducci. Il verismo è come lo chewing-gum: lo si può tirare dove si vuole. Si tratta di una parola che, presa in sé e per sé, vuol dire tutto e niente. È verismo quello di Machiavelli come lo è quello di Zola, quello di Molière come quello di Dante Alighieri, come quello di Guido Gozzano; un affresco di Giotto con una fotografia in rotocalco. Non è il termine che conta bensì l’aggettivo che lo qualifica.
Nel caso particolare, dobbiamo a una geniale intuizione critica di Eugenio Levi – annunciata alcuni lustri fa e poi abbondantemente saccheggiata dimenticandone la paternità, da critici e recensori anche autorevoli – la definizione del verismo di Goldoni come realtà inventata dalla fantasia su dati precisi della osservazione comune e quotidiana trascelti, fusi e governati secondo una costante e personale esigenza musicale di contrappunto e di ritmo. Come si vede è un verismo alquanto discutibile e, in ogni modo, specialissimo: materiale sacrificato e bruciato a favore di una necessità di stile e non viceversa.
Ciò premesso, che poi Goldoni, come ogni poeta autentico, sia stato un fedele per quanto ivolontario interprete dell’epoca, della società e della cultura a cui appartiene è una constatazione ovvia, secondaria seppure importante. Parimenti è comprensibile che, sempre improntandola al proprio personale genio poetico, tale interpretazione dovesse poi naturalmente riuscire legata alle prospettive di classe, di temperamento e di educazione di colui che la esprimeva. Nessun altro quanto lui, siamo d’accordo, fu maggiormente svincolato da ogni e qualsiasi preoccupazione estranea a una piena libertà espressiva, autonoma ed esclusiva. Chiedere a Goldoni atteggiamenti, sollecitazioni o prese di posizione di indole moralistica o addirittura sociale equivarrebbe pretender un’intenzione educativa, che so?, dal canto di un fringuello.
D’altra parte, c’è anche da chiedersi se e fino a che punto sia consentito, specie quando si passi all’atto pratico della sua realizzazione scenica, ridurre un autore, e per giunta un autore di teatro, a un mero fenomeno stilistico.
Certi fatti contano pure qualche cosa. Goldoni era un borghese permeato, sia pure a propria insaputa, ma in ogni modo assai più e più profondamente di quel che lì per lì possa apparire, di quella cultura razionalistica e illuministica, e perciò scettica, critica, e corrosiva la quale, senza averne l’aria, forse senza rendersene conto, avrebbe sgretolato a breve scadenza un mondo secolare sottoponendolo a un rivolgimento, sulla cui eredità, bene o male, viviam tuttora. Era uno spirito borghese in una società fondamentalmente ancora assolutistica. È in un certo senso la stessa posizione del Parini. E si sa quel che accadde. Proprio in virtù di un’ esigenza di assoluta indipendenza espressiva, da Goldoni non poteva risultare, come non risultò, né una visione né tanto meno un’ adesione a una realtà o a una società aristocratica. Aggiungete che si trattava di un borghese fortemente pervaso di tendenze popolari e di simpatie plebee. La sua opera, dove non c’è un nobile, faccia bella o cattiva figura – e il secondo caso è assai più frequente del primo – che possa nemmeno lontanamente reggere il paragone con la vivida immediatezza umana e la perfetta obiettivazione poetica dei suoi personaggi borghesi e popolani, la sua opera parla chiaro.
E allora? E allora tutto questo lungo discorso ci serve, mi pare, a ricostruire il processo interpretativo che deve aver guidato Luchino Visconti a proporci nel modo che ci ha proposto La locandiera e a farci concludere che non siamo di fronte né a un sacrilegio di lesa goldonità e men che meno a una beffa giocata al nostro maggior commediografo; forse nemmeno, a rigor di ragione, a un vero e proprio errore, ma soltanto a una esagerazione azzardata, consapevole e calcolata, in vista di un preciso risultato polemico suggerito dalle idee personali, legittime e rispettabili quando al loro servizio siano posti il talento, la coerenza e diciamo pure il coraggio di un regista come Visconti. Dopotutto è estremamente interessante anche assistere a un Goldoni non quale fu ma quale avrebbe potuto essere. Quanto ai luoghi comuni che corrono su La locandiera non prestate fede, vi prego, né alla sincerità, né alla bontà, né al candore, né alla generosità e nemmeno all’onestà della immortale Mirandolina. Appena gratti la superficie di quel garbo incantevole e di quella grazia disarmante, trovi una femminetta interessata, calcolatrice, scaltra, infida, volitiva, arida, crudele, perversa, e forse peggio. E chi meno di tutti dovrebbe fidarsene è proprio il servo Fabrizio così spicciativamente e cinicamente promosso alla fortuna di diventar suo marito. Sarà che mi sbagli, ma sulla fronte di Fabrizio s’avvertono pruriti di corna in vista. Fate che il Cavaliere torni una volta sola alla locanda e poi sappiatemi dire.
Gli altri poi… voglio dire i nobili e i titolati della mirabile commedia; tutti, non solo lo scalcagnato scroccone e abbietto marchese, costituiscono un mondo provvisorio e traballante senza più autorità e rispettabilità ad onta della sua baldanzosa sicurezza. Sembrano soltanto accondiscendenti, e sono in realtà dei deboli; dei gocatori spregiudicati e sono dei vinti senza sapere di esserlo. Piccole vittime dei loro piccoli sensi, delle loro piccole passioni, delle loro piccole manie. Coloro che impugnano le redini e in seguito impugneranno la frusta stanno dall’altra parte, dalla parte di chi li giudica con tanto distacco e li mena così bene e, diciamolo pure, così facilmente per il naso. Ancora una rivolta dei servi, ancora una beffa della strada al palazzo.
Il maggior contriuto alla non sempre unitaria coerenza stilistica – già compromessa in partenza – della rappresentazione, avvenuta al Manzoni e rimeritata di un vivo successo punteggiato da applausi a scena aperta, è stato fornito dall’elemento figurativo dello spettacolo. Le scene e i costumi dello stesso Visconti associato a Piero Tosi, di un gusto raffinatamente storicistico si rivelano ispirate a precisi elementi pittorici del Guardi, del Longhi e di Domenico Tiepolo, fusi e filtrati, si direbbe, attraverso la moderna tavolozza del Morandi. Dentro a questo quadro documentariamente esatto ed elegantissimo pur nella assoluta mancanza di ogni decorativismo convenzionalmente settecentesco, il regista ha orchestrato una recitazione accordata a un realismo piano discreto e insinuante; antilirico e antimusicale; privo di asprezze; anzi tanto più attenuato nel tono quanto maggiormente ricco, sciolto e variato nelle notazioni psicologiche e che dove si arricchì di estrose civetterie e di maliziose invenzioni, come in quasi tutto il second’atto, ottenne effetti di svincolata novità e di volubile verità.
La intelligentissima Mirandolina dell’assai ammirata Rina Morelli, punta su un’eccezionale capillarità di notazioni indirizzate verso una stilizzazione di diamantina trasparenza, trascurando un po’, a mio modo di vedere, quel sottofondo di sana volgarità e di provocante sessualità il quale, oltre ad essere nella natura del personaggio, era specialmente necessario considerare la particolare impostazione registica. Il marchese di Forlipopoli – fra parentesi: ecco una figura che sembrerebbe fatta apposta per dover tentare gli umori atrabiliari e gli estri barocchi di Memo Benassi – ebbe in Paolo Stoppa un interprete sarcasticamente crudele e quasi denigratorio. Il Mastroianni rude e spinoso cavaliere, il Tedeschi disinvolto conte d’Albafiorita, il De Lullo dinoccolato e insolente Fabrizio, furono anch’essi molto festeggiati. Rossella Falk e Flora Corbella interpretarono con la dovuta sfacciataggine le due commedianti finalmente ripristinate contro una stolta consuetudine che le voleva sempre tagliate all’esecuzione. |