Mazzarella trionfa tra Roth e Olmi
Superba prova dell'attore milanese ne «La leggenda del santo bevitore»,
ma la pur suggestiva regia di Andrée Ruth Shammah sembra non cogliere
appieno il finale afflato religioso del dramma
Soltanto uno scrittore dall'anima bella di poeta come Joseph Roth poteva
raccontarci in poche paginette limpide e asciutte una di quelle storie
che fanno subito breccia nel nostro cuore, La Leggenda
del santo bevitore. È la
storia, passata anche sul grande schermo in un film di Ermanno Olmi (Leone
d'oro nel 1988), di un clochard, Andreas, che una sera di primavera a
Parigi incontra un distinto e misterioso signore che gli offre duecento
franchi. Una somma che Andreas s'impegna a ricevere al patto di restituirla
alla chiesa di Santa Maria di Batignoles dove c'è una statuetta
di Teresa di Lisieux con cui l'ex minatore dalla vita scioperata ha un
debito.
Soltanto forse quello straordinario attore che risponde al nome di Piero
Mazzarella, dal nostro teatro e dai nostri registi (salvo Strehler) mai
valorizzato a dovere nella sua lunga carriera, è capace, sulla
scena, di far rivivere in tutta la sua pienezza umana il grandioso, grandioso
nella sua miseria, personaggio. Farlo rivivere con quella misura e delicatezza
di tocco nella sua asprezza e nella sua malinconia. Farlo rivivere, guidato
con mano discreta da Andrée Ruth Shammah, lì sul palcoscenico
di una minuscola e periferica saletta di periferia che è l'attuale
provvisoria sede del milanese teatro Franco Parenti.
Rifuggendo il pittoresco, giocando in penombra, per restituire l'atmosfera,
alla regista milanese bastano gli accenni di qualche nostalgica canzoncina
e una scena minima che rappresenta un bistrò le cui pareti ad
angolo ricevono le immagini di una Parigi piovosa e d'antan.
A Mazzarella basta appoggiarsi al bancone del bar o sedersi a un nero
tavolino di ferro e con quella sua mimica che nasce da una vibrazione
interiore, con quella sua voce roca e carica di nebbia, il tono ironico
e distaccato, mirabilmente disvelare la parabola di un uomo che fugge
il passato e ogni tipo di responsabilità, ma conserva un'anima
semplice e un'ingenuità disarmante, più vittima che colpevole
anche se la sua vita è segnata da macchie torbide e nere. Un uomo
che, come Roth, ha scelto l'esilio e muore nelle braccia di una ragazzina
sconosciuta che si chiama Teresa e che Andreas scambia per la santa innocente.
Dopo aver chiesto a Dio «una morte così facile e così bella».
Dell'afflato religioso del racconto forse il finale non coglie in pieno
la risonanza, ma lo spettacolo (cui contribuiscono, figurine di contorno,
Linda Gennari e Giovanni Lucini) è di quelli che possono lasciare
un segno.
Domenico Rigotti