New Age barocca
L'Albero della vita di Darren Aronofsky è un gran pastrocchio ridondante di simboli, a tratti divertente e pensato in grande
Il regista Darren Aronofsky, 38 anni, nato a Brooklyn, specializzato a Harvard, autore di due film già molto premiati, barba, baffi e una larga faccia da slavo, legato all'attrice Rachel Weisz, ha fondato una società di produzione e l'ha chiamata Protozoa Pictures, ha lanciato una società d'animazione, l'ha chiamata Amoeba Proteus, ha ideato un personaggio e l'ha chiamato Tomas Creo. Senza scherzi. Si può capire allora perché la sua inventiva scolastica e pretenziosa piaccia tanto alle persone incolte, perché stia diventando così alla moda.
Il terzo film di Aronofsky, 'L' albero della vita' ('The Fountain'), si occupa modestamente dell'immortalità. Segue il protagonista uno e trino (Tomás Creo, Tommy Creo, Tom Creo, sempre Hugh Jackman) tra la Spagna e il Messico dal XVI secolo al XXVI secolo, sempre intento a cercar di salvare dalla morte la donna amata. L'esploratore cinquecentesco cerca l'albero della vita che garantisce l'immortalità a chi ne beve la linfa; lo scienziato contemporaneo cerca una nuova cura contro il cancro della moglie; l'astronauta del futuro comincia a capire il mistero insondabile di vita e morte.
New Age, dicono. Un gran pastrocchio barocco: frati, scimmie operate al cervello, la religiosità dei maya, una passione coniugale senza fine, simbologia, la Fonte della Giovinezza, la volta del cielo e le voragini della Terra, il futuro che "è una cosa del passato". A volte divertente, comunque generoso e pensato in grande, il film aspettava dal 1999 di venir realizzato.
di Lietta Tornabuoni