Alba, Il giorno,
la notte (L')
di Dario Niccodemi
Commedia in tre atti
Corriere della Sera, 8
ottobre 1921
Il teatro si sviluppò lentamente dal coro; quando dal coro
si staccò un personaggio, il teatro era già nato; quando
esso ebbe due personaggi, un protagonista e un antagonista, era quasi
giunto all’uso della ragione. Più tardi si annetté nuovi
interlocutori; e la sua prima grande liberazione fu la possibilità,
non facilmente raggiunta, di far parlare sulla scena quanti attori
voleva. Piacque a Dario Niccodemi rifiutare, per una volta tanto,
- e l’aveva già fatto, anch’egli vittoriosamente,
Roberto Bracco, - le ricche risorse della scena moderna. Spontaneamente
si pose nelle condizioni d’inferiorità entro le quali
si dibattevano la commedia e la tragedia primitive; scrisse tre atti
a due soli personaggi, ai quali concesse appena l’aiuto di
qualche voce uscente dalle quinte, e nulla più.
Con quella maestria che tutti gli riconoscono e con quel modo suo proprio di
dare al dialogo i soprassalti, le sospensioni, direi quasi le crisi dell’azione,
egli è riuscito, tuttavia non senza qualche artificio, a tenere attento
e interessato il pubblico, a farlo spesso ridere e a farsi ad ogni atto ripetutamente
applaudire. Forse fu mosso a fare questo tentativo da un sentimento di reazione
contro troppe stramberie del teatro contemporaneo. Pensò che valeva la
pena di mostrare che, a prendere semplicemente un signor Lui e una signora Lei
e a farli parlare ragionevolmente e a farli sentire umanamente, chi abbia talento
e virtù schiettamente creative può scrivere una commedia senza
ricorrere a invenzioni e a capovolgimenti bizzarri; e che, tra le difficoltà che è bello
arditamente affrontare, son forse maggiori quelle che traggono qualche cosa di
vivo dall’ultimo o dal penultimo confine della semplicità, che quelle
che traggono nuvole fosforiche dal complicato e dal tortuoso.
Io mi permetto di mettere avanti un’obbiezione: la commedia, che iersera
abbiamo udito con continuo piacere, è a due personaggi perché non
ne comportava assolutamente di più o perché l’autore ha voluto
costringerla a vivere solo con due personaggi? E rispondo che la sua felice e
originale ideazione avrebbe tratto maggiore intensità e pienezza di espressione
da una più grande libertà di mezzi e di espedienti. La parola che
Dario Niccodemi ha voluto dire sarebbe stata pronunziata più chiaramente,
se egli non si fosse comandato il dovere di ridurla a qualche sillaba di meno
di quello che era forse necessario. Ma se nei tre atti a due personaggi, che
furono rappresentati iersera, sentiamo qua e là lo sforzo, bisogna convenire
che c’è della genialità anche in questo sforzo; se l’autore
non riesce sempre a celarci che a qualche cosa ha rinunciato con una specie di
tirannica volontà, dobbiamo anche riconoscere che il Niccodemi, pur essendosi
comandata una grande povertà di mezzi, in quella povertà è riuscito
a vivere ed a muoversi da ricco, e persino con fasto.
La commedia ha tre fasi che il titolo definisce. L’alba, con l’incanto
nuovo e verginale della sua luce incerta, e la notte, con il suo profondo mistero,
sono propizie all’illusione dell’amore, che il giorno, con il suo
vittorioso splendore, o distrugge o per lo meno attenua, illuminando pienamente
la realtà. Dario Niccodemi ha posto di fronte, all’alba, due giovani
che non si conoscono e li ha avvolti nella dolce e tenera imprecisione dei primi
pallori del mattino, dando a ciascuno di essi un sentimento stupito e languido
dell’altro, li ha fatti litigare e quasi respingersi di giorno, li ha uniti
in una commossa estasi sotto il pio brillare delle stelle, quando la notte ritorna.
Lei si chiama Anna; è una signorina assai bella e assai vivace; le piace
uscir di casa, al tempo della villeggiatura, quando bisbigliano, al risveglio,
i primi uccelli nei boschi. Lui si chiama Mario; deve battersi fra poche ore
per una stupida baruffa con un signore che suona il mandolino, e, poiché deve
battersi, è nervoso e gira per la campagna all’alba. Vede la bella
giovane creatura, le si accosta, la mette in fuga, l’insegue, entra a forza
nel suo giardino. Perché Anna non chiami gente sarebbe troppo lungo raccontare.
Dario Niccodemi sa leggiadramente persuaderci che, proprio, ella, non solo non
può far mettere alla porta l’indiscreto violatore di domicilio,
ma anzi deve assolutamente ascoltarlo. Ce ne persuade con un’accorta finezza
di botte e risposte che agganciano la presenza di lei alla presenza di lui. Quando
poi Anna apprende da Mario che egli sta per arrischiare la vita in un duello,
si turba, si preoccupa, s’impietosisce. In quell’ora, in quel mezzo
buio, in quella trepida speranza di cose meravigliose che dà sempre il
dì quando nasce, le figure, i pensieri, le forme, si ingrandiscono. Per
poco Mario non pare ad Anna un eroico morituro. Non posso seguire qui tutto il
dialogo; dirò solo che Anna finisce a dare un bacio a Mario; un bacio
che deve essere l’augurio, il talismano nella imminente prova delle armi.
L’ora consente di vivere un po’ trasognati, di pensare con una specie
di stupore, di avere un sentimento del reale velato, misterioso, poetico.
Poi la luce trionfa, e con la luce la vita riprende le sue proporzioni. Il grande
sbigottimento di Anna diventa una ragionevole e sopportabile inquietudine, che
non toglie alla bella fanciulla nemmeno la voglia di mangiare una saporita colazione.
Quando Mario viene a mostrarsi illeso, egli appare ad Anna un po’ meno
eroe misterioso di prima; ed Anna appare a Mario una cara graziosa bizzarra piacente
fanciulla, ma non così spiritualizzata come la vide sulla soglia del dì,
quando egli era anche forse sulla soglia della morte. Anzi adesso gli sembra
persino un poco civetta. E l’uno e l’altra hanno già dei rimproveri
da farsi, e diffidano, e si scrutano, e fanno diventare quella soave illusione
dell’alba un vero e proprio flirt, ora acre, ora tenero; più acre
che tenero. Ma cala più tardi la sera; buio in terra e una pallida luna
in cielo; nell’oscurità si ricompie la trasformazione del preciso
in impreciso, e la signorina corteggiata e il suo corteggiatore si trasfigurano
in due innamorati palpitanti di ebbrezze ineffabili. L’illusione ha ridisteso
i suoi veli; tutto si è approfondito, ha acquistato un più vasto
significato, e, ciò che è sorprendente, sembra naturale. L’amore,
nato poche ore prima, l’amore che ha già avuto tante alternative,
ora si benda per non vedere in faccia la felicità, e per goderla tutta
ciecamente. Ecco, Anna e Mario sono fidanzati.
Tutto questo, detto qui sommariamente, avviene attraverso una continua
successione di episodi, spesso freschi e delicati e poetici, talvolta
scaltri; ora ricchi di abbandoni sentimentali felicissimi, ora fatti
di sottili armeggiamenti, nei quali, più che i guizzi delle
anime dei personaggi, si vedon quelli della mano agile e sicura dell’autore.
Ma, nell’insieme, questa commedia di bravura è una commedia
riuscita, proporzionata, graziosissima e spiritosa. |