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Guerra di Charlie Wilson (La)
regia Mike Nichols
con T. Hanks, J. Roberts, P. Hoffman, A. Adams
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L'Unità, 7 febbraio 2008
La guerra si vince ai party
Come si salvò l'Impero americano e si tenne aperta la via orientale per il petrolio. Fosse il sottotitolo coraggioso e opportuno de La guerra di Charlie Wilson, avremmo riconosciuto al sagace Mike Nichols la capacità di aver raccontato cosa rappresentò per gli interessi strategici dell'Impero numero 1 la guerra vinta dai montanari afgani nel 1989 contro gli invasori russi. Una tegola caduta in testa alla nomenklatura sovietica, che di lì a breve non saprà più controllare lo sgretolamento della sua ampia fascia di influenza. Ma non certo di un film di guerra si tratta, quanto piuttosto di una tipica "vicenda eroica", vera fino a prova contraria, raccontata in un libro del 2005 dal giornalista Gorge Crile. Con diversi e poco noti manovratori: un piacente deputato democratico texano dalle mutande bollenti e il bicchiere facile, un'aristocratica discendente dei Washington in affari con il presidente pakistano Zia e un sanguigno uomo Cia di origini greche.
Il primo è appunto Charlie Wilson (Tom Hanks) che, a parte le buone cause perseguite negli anni, fu per lo meno equivoco, legatissimo a diverse lobby. Tant'è, per non smentirsi, oggi è sposato con un'ex ballerina ed è stato un lobbysta del governo pakistano dopo essersi ritirato dalla politica. Nell'80 si mise in testa che bisognava fermare l'avanzata russa armando i Mujahideen. O per dirla alla "democratica": bisognava fermare il massacro di innocenti afgani. Nell'arco di quasi un decennio riuscì a far spendere al Congresso, in maggioranza democratico nonostante il repubblicano Reagan, 1 miliardo di dollari. A spalleggiarlo, e a tessere alleanze improbabili e "blasfeme" – mettendo insieme soldi e armi di Israele, Pakistan, Arabia Saudita e Cina contro il pericolo sovietico – Joanne Herring (Julia Roberts), sua amante occasionale ma soprattutto granitica leonessa dell'aristocrazia americana più anti-comunista, sposata con il fondatore della Enron. Dio solo sa quanto i governi sono generosi con le aziende che fanno affari in giro per il mondo e quanto parsimoniosi con la gente comune.
Il terzo pilastro della vicenda Gut Avrakotos (Philip Seymour Hoffman nominato all'Oscar), un esperto della zona medio-orientale che sapeva chiamare le porcherie con il loro nome. Di eroico quindi ci fu ben poco, altrettanto di umanitario. Mentre gli interessi economici trasversali fioccavano. Per chi guarda quindi scegliere per quale Impero fare il tifo sembra un paradosso del buon senso. E mentre Tom Hanks perde sempre più verve, Julia Roberts è imbalsamata da un personaggio remoto e truccatissimo e Philip Seymour Hoffman si diverte a strabiliare con il suo trasformismo, Mike Nichols e lo sceneggiatore Aaron Sorkin sembrano indecisi su che luce gettare sui personaggi. Va bene il tono da farsa, i brucianti botta e risposta tra Gus e Charlie e le trovate macchiettistiche per stemperare i complicati intrecci geopolitici vomitati sullo schermo. Meno certi set ricostruiti nei retrobottega degli Studios. Da evitare le scene di guerra, che gareggiano quanto a improbabilità con quelle recenti di Leoni per agnelli. Però in quel caso (film tra l'altro problematico, prolisso ma a suo modo centrato sui suoi temi) ci avevano risparmiato l'onnipresente glorioso sottofondo di musica classica, con tanto di display e conteggio degli aerei russi abbattuti. Ci sarà stata dell'ironia ricordando quei morti veri?
Pasquale Colizzi
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Il Manifesto, 8 febbraio 2008
Se gli Usa ridono dell'anticomunismo
Strane storie succedono in questo mondo. Una è quella di Charlie Wilson un deputato del Texas che nei primi anni '80 si trastulla cercando di ottenere il meglio dalla sua posizione. Soprattutto in termini di sesso. Ha fatto i conti senza Joanne Hering una delle donne più ricche e potenti dello stato, oltre che sua amante. Lei è un'anticomunista viscerale, di quelle che proprio scaricano fumo dalle narici quando vedono il rosso. Così la signora convince Charlie che l'atteggiamento del governo statunitense nei confronti dell'invasione dell'Afghanistan da parte dei sovietici è decisamente inadeguato. Un milione di dollari di finanziamento per chi combatte i russi. Roba da ridere. Charlie comincia a darsi da fare. Traffica, trama, armeggia, mette insieme personaggi ambigui dei servizi segreti egiziani, israeliani e quant'altro. Va in Pakistan, dove Joanne era console onorario per meriti petroliferi. Grazie a lui, nel giro di 9 anni i finanziamenti Usa sono diventati 1 miliardo di dollari, con armi sofisticate in mano agli afghani. Che infatti ricacciano i sovietici. Insomma, Charlie Wilson ha sconfitto l'impero del male: il comunismo. Peccato che poi quegli stessi afghani diventeranno i nemici giurati degli Usa. Ma questa è un'altra (bella) storia. Mike Nichols affronta la vicenda con leggerezza, si affida a Tom Hanks giuggiolone e puttaniere chiamato a un compito storico e a Julia Roberts riccona che vede lontano quando c'è di mezzo la minaccia comunista. Personaggi un po' troppo macchietta, anche se il dubbio che davvero fossero così un po' rimane, e allora emerge in tutta la sua prepotenza l'interpretazione magistrale di Philip Seymour Hoffman come agente Cia. Forse è proprio lo spirito di fondo democratico del film il suo limite maggiore di fronte a una storia, a suo modo, invece straordinaria.
A.C.
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Il Messaggero, 8 febbraio 2008
Nichols, se il sangue
diventa whisky
Tom Hanks come Nanni Moretti. Ha deciso di mostrare il sedere. A posteriori, il posteriore di Hanks è l'elemento più provocatorio de La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols (leggenda vivente: da Il laureato a Closer). Il politico crapulone e licenzioso del titolo (Tom Hanks) ama il whisky e le belle donne. Una di loro (Julia Roberts) lo convincerà a finanziare i mujaheddin in Afghanistan contro gli odiati comunisti invasori. Siamo nei primi anni '80 e grazie alla folle squadra di Charlie, tra cui compare anche un burbero agente della Cia (Philip Seymour Hoffman, candidato all'Oscar), in nove anni il budget anti-Urss in Afghanistan cresce da 5 milioni a un bilione di dollari. La guerra verrà vinta ma poi gli Usa abbandoneranno quel popolo a se stesso. E sappiamo come andrà a finire. Doveva essere una satira al vetriolo e invece domina la carezza. Charlie Wilson è un boy scout che sbevazza (ecco perché il timorato Hanks accetta il ruolo), le scene di guerra sono più ingombranti dei retroscena politici e ogni personaggio, anche il più laido, è reso bellissimo dalla cinepresa del vecchio maestro Nichols, più accondiscendente oggi che ai tempi di Comma 22. Una guerra con il whiskey al posto del sangue.
Francesco Alò
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Corriere della Sera, 8 febbraio 2008
Troppe chiacchiere per Hanks
In La guerra di Charlie Wilson c' è un minuto di cinema che vale tutto il film. Sta proprio all' inizio, prima dei titoli, quando sullo schermo appare il deserto in una notte di luna, con un musulmano inginocchiato che rivolge al cielo la sua preghiera, ma poi si alza e voltandosi verso di noi brandisce il lanciamissili e spara dritto alla macchina da presa. Difficile immaginare una sintesi più efficace della minaccia incombente in questo nevrotico inizio del XXI secolo, quando l' occidentale si scopre impotente davanti all' asiatico che, illuso di servire il suo Dio, prega e uccide. Peccato che nell' adattare il libro di George Crile su ciò che veramente accadde in Afghanistan negli anni 80 il regista Mike Nichols e il suo sceneggiatore Aaron Sorkin non siano rimasti fedeli all' icastica semplicità dell' incipit. Il cinema moderno si ritiene più acculturato e sottile del cinema d' epoca e infatti oggi nessuno oserebbe più firmare certe rozze contraffazioni della storia come i film hollywoodiani sulla Rivoluzione francese o sulla Civil War, in genere ispirati al rimpianto per Maria Antonietta o la Confederazione schiavista. Qui non si tratta però di discutere il carattere reazionario di certi messaggi, piuttosto di sottolinearne il taglio deciso, eloquente e superpopolare. Per appassionarsi a quelle rievocazioni (pensate a Via col vento ) non servivano particolari riferimenti culturali, le trame parlavano da sole. Nella sua sapiente rozzezza era un cinema alla portata di tutti, mentre per capire fino in fondo Charlie Wilson ci vorrebbe un politologo. Lo sfondo è quello di un conflitto semidimenticato, quello degli sparuti gruppi della resistenza afghana contro l' orda militare sovietica che invase e devastò il paese dal ' 79. Il deputato texano Charlie Wilson, tutto whisky donne e coca, è allertato dalla ricca damazza Joanne Herring, che in qualità di console onorario del Pakistan lo fa invitare a Islamabad. Di punto in bianco (e qui l' interprete, Tom Hanks, è davvero toccante quando di fronte al desolante spettacolo di un campo profughi gli occhi gli si riempiono di lacrime) il politico si rende conto dell' odissea di un intero popolo allo sbando, bersagliato dagli elicotteri russi e senza difesa. Urge aumentare il contributo segreto degli Usa ai mujaheddin per dotarli di armamenti adeguati; e Charlie porta in fondo la complessa operazione clandestina appoggiandosi alle furberie di Gus Avrakotos, un agente della Cia che riesce a coinvolgere nell' inghippo il dittatore pakistano Zia e i vertici di Israele. Nel film i protagonisti Wilson, Herring e Avrakotos sono incarnati, mantenendo i nomi e cognomi veri, da Hanks, Julia Roberts e Philip Seymour Hoffman. Questi tre ce la mettono tutta per sbrogliarsi attraverso dialoghi verbosissimi e lanciati a doppia velocità. Purtroppo i rapporti interpersonali non emergono abbastanza; e se la Roberts si ritrova fra le mani una mezza tinca anche all' eclettico Hoffman il copione non fornisce le occasioni che ha Hanks puttaniere redento. La guerra di Charlie Wilson svela di che torbidi intrighi, magari a fin di bene, si nutrono le svolte della storia, non di rado legate a iniziative di cui nulla emerge ufficialmente. Dopo il trattato di pace sottoscritto nell' 87 a Ginevra dall' Urss, gli americani non si occuparono più dell' Afghanistan; e Wilson, pur essendo riuscito a farsi dare miliardi per bombe e cannoni, non ce la fece a strappare un modesto contributo onde aprire qualche scuola nel paese devastato. Il risultato è l' odierna situazione senza sbocchi, con gli Usa nel mirino dei talebani da loro stessi armati. Ahimè, chi conduce ormai il gioco è il musulmano del prologo, quello che ci spara addosso.
Tullio Kezich
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Il Giornale, 8 febbraio 2008
Tom Hanks e Julia Roberts alleati nella guerra santa contro Mosca
Alle origini di Al Qaeda potrebbe essere il sottotitolo de La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols, storia del reale rappresentante texano (Tom Hanks) al Congresso di Washington che riuscì a far moltiplicare gli stanziamenti segreti degli Stati Uniti per le bande armate islamiche in Afghanistan fra il 1980 e il 1989, dotandole in particolare dei missili Sting, usati contro gli elicotteri sovietici.
Alcuni di quegli Sting sono ancora sul mercato delle armi e oggi abbattono, in Irak, elicotteri statunitensi, quando qualcuno può acquistarli con i proventi dei sequestri di stranieri...
Quasi ottantenne, Nichols ritrova il brio di Comma 22, girando un film di quelli che erano normali negli anni Settanta, quando non era strano che un soggetto verosimile, sostenuto da una sceneggiatura smagliante, trovasse i soldi per diventare un film per cittadini, non per consumatori.
Quando comincia il film, Wilson è un parlamentare malleabile giunto al terzo mandato; soltanto a causa di una matura e disinibita finanziatrice (Julia Roberts) si fa coinvolgere nel caso Afghanistan. È per compiacerla che manda all'incasso tutti favori fatti ai colleghi su questioni per lui senza interesse e allestisce, grazie a un agente della Cia (Philip Seymour Hoffman, eccezionale) un bis dell'Irangate, passando anche per grande politico.
Nichols non chiude il film con la churchilliana constatazione «d'aver ucciso il porco sbagliato» perché era evidente ancor prima dell'11 settembre 2001.
Maurizio Cabona
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La Repubblica, 8 febbraio 2008
"La guerra di Charlie Wilson"
un Forrest Gump alla Casa Bianca
Forrest Gump va a Washington. Negli anni Ottanta Charlie Wilson, senatore texano con la passione delle donne e del whisky, indice una crociata personale per armare la resistenza afgana contro l'esercito russo. Lo aiutano due personaggi pittoreschi: una miliardaria teocon in pubblico e libertina nella vita privata e un agente segreto un po' lubrico, emarginato dai superiori; con la collaborazione straordinaria di un trafficante d'armi israeliano. Impiegando molta energia e qualche ricatto, Wilson riesce nel prodigio di moltiplicare all'infinito gli stanziamenti militari in Afghanistan; dove, una ventina d'anni dopo, i guerriglieri rivolgeranno le armi contro chi gliele ha fornite.
A poco meno di quattro decenni da "Comma 22", il vecchio Mike Nichols dipinge i politici americani come individui perfettamente amorali; tanto che, a farci la figura dell'idealista, è un tipo tutt'altro che esente da ambiguità come Wilson. Il film, però, evita con cura di farne un eroe; anche grazie alla sceneggiatura caustica di Aaron Sorkin che è diventato l'esperto della Casa Bianca di Hollywood. Dialoghi godibilissimi, "tempi" degni della commedia americana, cast assortito al meglio.
Roberto Nepoti
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Il Mattino, 9 febbraio 2008
Così Hanks armò i ribelli contro i russi in Afghanistan
«La guerra di Charlie Wilson» si pone l'ambizioso obiettivo di sintonizzarsi indirettamente sul clima attuale di guerra permanente, mettendo a fuoco un episodio chiave della politica degli Stati Uniti dei primi anni '80. Il veterano Mike Nichols, autore di «Il laureato», «Comma 22», «Conoscenza carnale», racconta con determinazione la storia di uno dei più grandi intrighi politici americani ricostruito nell'omonimo libro da George Crile, anche se la sua vena polemica e radical è un lontano ricordo. Il contesto è quello del 1980, quando il mondo era ancora diviso in blocchi, l'Unione Sovietica esibiva la sua potenza militare invadendo l'Afghanistan e gli Usa, non potendo intervenire, si limitavano ad armare i ribelli afgani con operazioni segrete della Cia. A questo punto entra in scena Charlie Wilson, deputato di Huston più interessato alle donne e al whisky che alla politica, che manovrando sui fondi della Difesa riesce a portare gli stanziamenti a un miliardo di dollari. La parabola del semplice congressman texano che diventa decisivo nella cacciata dei russi dall'Afghanistan nel 1987 non ha né il respiro favolistico alla Capra, né l'incisiva problematicità di un complotto che di fatto armò i talebani e preparò il terreno all'11 settembre. Non brillano particolarmente Tom Hanks nel ruolo di Charlie e Julia Roberts in quello di una ricca donna texana sua amica, mentre è strepitosa la performance di Philip Seymour Hoffman nel personaggio di un indisponente agente della Cia.
Alberto Castellano
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