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Giusta distanza (La)
La Giusta distanzadi Carlo Mazzacurati
con Giovanni Capovilla, Ahmed Hafiene, Valentina Lodovini, Giuseppe Battiston.
 
L'Unità, 31 ottobre 2007

Accolto con calore e partecipazione alla Festa di Roma, dove era in concorso, La giusta distanza di Carlo Mazzacurati è stato scritto con un appassionato team di sceneggiatori e conferma lo spessore dell'autore padovano. Dal Toro alla Lingua del Santo, passando per straniere in fuga, Mazzacurati sta seguendo una sua traccia di ricerca, che finisce sempre per indagare nella vita di personaggi comuni. Il gusto con cui tratteggia esistenze ordinarie turbate da un evento improvviso, da una decisione o un colpo di testa, ha acquistato un tratto peculiare e riconoscibile. In quest'ultima prova si immerge proprio in quella "eterna" provincia (padana) che sembra partorire insieme personaggi calviniani e misteri alla Lucarelli. E tra foschie felliniane (Rimini non è poi così lontano) getta luce su un fatto di cronaca raccontato da un cronista alla primissime armi (Giovanni Capovilla), che sta imparando ancora quale sia la giusta distanza per descrivere correttamente cio che avviene. A esporgli le regole del mestiere un navigato giornalista (Fabrizio Bentivoglio in un piccolo cammeo).

Della vicenda non si possono svelare troppi particolari. A meno che non li abbiate già letti altrove. Ne è motore involontario una giovane maestra (Valentina Lodovini) che arriva in un paesino immaginario dalla Toscana. Aperta, disponibile, nascostamente lusingata di tanti sguardi addosso, vive quell'ambiente claustrofobico come un male necessario e tutto sommato divertente come una ricerca antropologa su campo. Intorno le si muove un nugolo di personaggi di colore e spessore differente. Un commerciante piacione e arrogante (Giuseppe Battiston) le prova tutte ma alla fine è un meccanico tunisino (Ahmed Hafiene) che riesce a superare le sue resistenze (anche culturali) e la conquista. Il film sembra cambiare pelle almeno due volte, passando da momenti di pura commedia al giallo di provincia. Ma ha anche il merito di saper leggere con grande acutezza (e senza pretese sociologiche) il rapporto tra "stanziali" di una comunità e gli elementi estranei, come i cittadini stranieri o le facce nuove. Una pellicola che mantiene "la giusta distanza" da ogni elemento della storia senza rinunciare alla passione di racconto quasi "letterario".

Pasquale Colizzi

 
La Repubblica, 2 novembre 2007
"La giusta distanza" tra paesaggio e cuore

Regista italiano di pregio ma la cui generosità non sempre ha fatto centro, Carlo Mazzacurati ritrova con La giusta distanza (titolo che ha il suo riferimento specifico nel lavoro giornalistico e di informazione, ma funge perfettamente da metafora di tutto) il suo centro. Lo ritrova in special modo grazie a quello che è il principale personaggio del film: il paesaggio. Il paesaggio, miracolosamente non ancora fagocitato dalla metropoli diffusa e dei "non luoghi" spalmata su tutta la pianura Padana, della Bassa veneta in prossimità del Delta.

Il cuore del suo film Mazzacurati lo ha messo in alcuni contrasti. Quello tra l'immobilità atemporale dei suoi luoghi e lo sconvolgimento umano e antropologico dei suoi abitanti. Quello - sul quale il senso del film si gioca - tra un'immigrazione certo non rose e fiori ma spesso inserita e apprezzata, e abitanti autoctoni di quel Nordest neo-opulento che sono, secondo il regista, i veri sradicati e le principali vittime di una modernità che li ha riempiti di offerte e ha fatto loro perdere la bussola e ogni prospettiva di felicità. Sta a cuore a Mazzacurati, comunque, l'invito ad andare al di là della sintesi giornalistica che appiattisce tutto sul leghismo o sul berlusconismo.
(p. d'a.)

 
Corriere della Sera, 26 ottobre 2007
Se la vita del Nord Est si tinge di giallo

Fedele al suo panorama preferito del Nord Est torna sul delta del Po Carlo Mazzacurati che racconta alla Simenon la vita noiosa di un immaginario paesino dove l' arrivo di una maestrina carina porta subbuglio sentimentale e sociale nel cuore di un bravo meccanico, immigrato tunisino e integrato. Parallelamente un giovane vuole diventare giornalista e il capo di un giornale di provincia (un impagabile Bentivoglio) gli spiega che scrivendo non bisogna mai emozionarsi troppo, ci vuole la giusta distanza. Un poco in ritardo, quasi una glossa narrativa al discorso già compiuto, scatta la molla «gialla» che permette un riscatto morale, una dimostrazione collettiva di ordinario razzismo e il ritorno alla volgarità contemporanea che l' autore esprime con tocchi magistrali e una serie di caratterizzazioni feroci. In un cast di giovani bravi e inediti, spicca Giuseppe Battiston, sposato con una russa via Internet, e altri «non eroi» sommersi. VOTO: 7,5

Maurizio Porro

 
Il Manifesto, 20 ottobre 2007
La provincia felliniana e sottotraccia di Mazzacurati
Con «La giusta distanza», il regista torna a raccontare esistenze e solitudini nei luoghi del profondo nord

Sarà giusta la distanza breve che separa la presentazione del nuovo film di Carlo Mazzacurati alla Festa del cinema con la sua uscita in sala? Quel che è certo è che La giusta distanza è titolo perfetto per il film.È un giornalista che spiega al ragazzino aspirante cronista locale come affrontare quel che succede nella zona. Non si può essere troppo distaccati da quel che si racconta rischiando così di apparire freddi, ma neppure bisogna lasciarsi coinvolgere troppo dalla conoscenza dei personaggi protagonisti di qualche vicenda, si potrebbe essere fuorviati dalle emozioni e se ti fai prendere dall'emozione sei fritto. Insomma, bisogna mantenere La giusta distanza. Una stupidaggine a effetto, che Mazzacurati evita con cura, provando invece profonda empatia per i suoi personaggi, compresi quelli negativi, quasi a dire che un male assoluto non esiste, esistono comportamenti negativi, discutibili, censurabili ma la metaforica pena di morte per i cattivi va evitata. Poi i suoi protagonisti sono gente qualunque: il tabaccaio, la maestra, il meccanico, l'autista dell'autobus, l'estetista, il piadinaro, il giornalista e lo studente, il manager del call center erotico e l'avvocato, ognuno con i suoi pregi e i suoi difetti. La storia è semplice: la maestra del paese è uscita di testa (e quando riappare è come un sogno felliniano, unico momento fantastico del film), ne arriva una nuova, giovane e dinamica. Un po' tutti sono affascinati da lei. Il tabaccaio arricchito, con moglie rumena scelta da un catalogo in Internet, sfoggia lo yacht e le mani lunghe, il meccanico tunisino la spia dal bosco e le sistema un'auto usata, il ragazzino le aggiusta la connessione Internet e spia le sue mail, l'autista ferma l'autobus per darle una mano quando ha l'auto in panne. Intorno a lei ruota un microcosmo che ha cambiato pelle. Qualcuno ha fatto fortuna, qualche immigrato è arrivato, i ragazzini sono più sboccati, la provincia italiana è raccontata senza esasperazioni, anche se ci scappa il morto e riaffiorano i pregiudizi. Quel che conta è il clima di incertezza, quello che invita a vivere i tempi arraffando quel che si può, come fa il tabaccaio che si inventa la pesca d'altura nell'Adriatico, spendendo per comprarsi il Suv e le vacanze esotiche tutto compreso. Non è cattivo, neppure lo dipingono così, è un uomo dei nostri tempi. Come dei nostri tempi è l'immigrato che ha una sua etica e una sua cultura che difende senza integralismi, solo che, a differenza del cognato, non intende diventare un «occidentale»", per questo non beve (quasi mai) vino, soffre per la condizione di solitudine, spia la maestra, sino a quando nasce un rapporto. Ma, accidenti, lei tiene la giusta distanza, vive la cosa come una parentesi, in attesa di cambiare posto (deve andare in Brasile come cooperante) e frequentazioni. Per lui è un investimento diverso, non si tratta di un'avventura erotica, ma di una scelta profonda.
Mazzacurati torna sui luoghi del suo primo film, in quella provincia che non ha alcuna intenzione di lasciare (anche per il montaggio del film non ha voluto andare a Roma). Luoghi che sono cambiati più nelle persone che negli scenari, lì la banalità e la casualità del male è più evidente. Non c'è bisogno di serial killer e di sangue che sgorga copioso, basta poco per sconvolgere le tranquille esistenze del paesino di Concadalbero, inesistente ma realistico a ridosso del delta padano, dei cani morti ammazzati, poi un omicidio che arriva nel finale. Ma non si urla. Neppure nel film che lavora sottotraccia, stana la solitudine che attanaglia un po' tutti in un affresco poderoso e avvincente nel suo rifiuto di diventare sensazionalismo per cercare invece emozioni. Vere.

Antonello Catacchio

© Sipario 2011