Gatta sul tetto che scotta (La)
di Tennessee Williams
Teatro Manzoni
regia Raymond Rouleau
scene di Piero Tosi
con
Gino Cervi, Gabriele Ferzetti, Lea Padovani, Vittorina Benvenuti, Irene Aloisi, il Dominici, il Taini, l’Altamura
Corriere Lombardo, 20 gennaio 1958
Sconsigliabile la lettura ai minori di sedici anni. E poi si dice la moglie di Putifarre. Nell’ultima commedia di Tennessee Williams, offerta sabato sera alla fulgida platea del teatro Manzoni, la prima attrice impiega dalle nove e quaranta a mezzanotte e mezza per portarsi a letto il primo attore; e il sipario scende consentendo dello scetticismo sul risultato. Se si pensa che i due volonterosi sperimentatori non presentano né malattie in atto, né mutilatori impedimenti, che non arrivano a mettere insieme nemmeno sessant’anni in due, e che sono marito e moglie, davanti a Dio e davanti agli uomini, sono più che giustificate allarmanti previsioni sulla consistenza del matrimonio e sulla futura percentuale delle nascite della popolazione americana.
Senza avere le ragioni del casto Giuseppe, a parziale attenuante, il renitente può invocare la temporanea slogatura di una caviglia, la permanente smodata predilezione per l’alcol, un temperamento vampiresco della sua affliggente consorte, e qualcos’altro di più complesso e meno confessabile, concernente il proprio istinto sessuale, ma non si sa. L’autore che, si capisce, tiene parecchio a questo motivo, mentre per tutto il resto non ha peli sulla lingua e dice pane al pane con la ben nota brutalità, è poi molto evasivo, prudente e possibilista sull’argomento; preferisce non compromettersi e lasciare le cose in sospeso. Per un copione che intende mettere alla gogna il puritanesimo, tuonare contro l’ipocrisia e spezzare una lancia a favore della tolleranza è un risultato a dir poco singolare.
Questo giovane Brick il quale non sa nemmeno lui che pensare di sé stesso, farebbe bene a passare da uno psicanalista. In una mezz’oretta gli si chiarirebbero le idee. Col vantaggio assicurato, se non altro, di smetterla di rovinarsi il fegato con l’alcol, sia che lo faccia per dimenticare, sia che lo faccia per non essere costretto a veder chiaro in sé stesso, sia che lo faccia per lo schifo di sé e degli altri.
Da quando gli è morto – whisky anche lui! – un suo carissimo amico, compagno di competizioni sportive – il trambasciato giovinotto si è messo a dormire sul sofà rifiutandosi risolutamente di coricarsi a fianco della pruriginosa Margaret: La gatta sul tetto che scotta, che titolo, misericordia! Rimorsi? Fedeltà alla memoria? Complessi, insomma.
A farglieli venire è stata proprio lei, Margaret, il giorno che, gelosa di un limpido sodalizio, pago di qualche furtiva stretta di mano, prese da parte l’amico e, con malignità pari all’acume, gli insinuò il perfido sospetto che il suo affetto per Brick non fosse semplice amicizia ma qualcosa di ben diverso.
Honny soit qui mal y pense! A indiscrezione, indiscrezione e mezzo. Per persuadere la sospettosa, e sé medesimo insieme, quel tale fece una cosa che non avrebbe dovuto fare: volle dare, proprio a lei, sul momento – capitemi – la prova materiale del contrario; come se potesse valere qualcosa, con tanta gente che procede su doppio binario. Bene, volevo dire male: non gli riuscì. Sconvolto decise di togliersi di mezzo e scelse la via della bottiglia che, puntualmente, lo spedì all’altro mondo. E Brick, pare, lo sta imitando.
Ora la gatta, più che mai smaniosa e innamorata, geme, prega, impreca, supplica, minaccia, miagola e graffia, senza risultato. Nel consorte non trova che fastidio, risentimento, odio. Aneliti viscerali a parte, essa ha anche un’altra e non meno deplorevole ragione di cercare di persuadere l’intransigente al disarmo: l’eredità del suocero. È, costui – unico personaggio umanamente vero ed artisticamente persuasivo della commedia – una sorta di re del cotone. Nella sua sterminata e pingue tenuta, alla foce del Mississippi, sono convenuti, per festeggiare il compleanno, i parenti. I due infecondi malmaritati che sono, va un po’ a capire perché, i due prediletti del vecchio; e un altro figlio con relativa moglie, forniti di cinque pestilenziali marmocchi, più uno in viaggio. Ha un bell’essere il ritratto della salute, il buonuomo, nemmeno lui esente da una malaccetta consorte, non sa che quello sarà l’ultimo suo compleanno. Certi esami clinici, appena compiuti, non lasciano speranza; un cancro bello e buono. E non si pensa nemmeno di operarlo, col fior di chirurghi che dicono di avere laggiù.
Proprio vero che, a questo mondo, non si è mai contenti. Con quello che il morituro possiede, ci sarebbe da vivere da nababbi per tutti. Viceversa, è già cominciata una lotta a coltello per l’eredità; escluso solamente il malinconico Brick, tutto occupato nella commemorazione del caro defunto. La gatta che, se ha i precordi in tumulto per la passata astinenza, ha anche il cervello vigile per i propri interessi, si rende conto dello svantaggio di dover lottare contro la parte avversa che può far pesare sulla bilancia cinque nipotini contro nessuno. “Se non vuoi deciderti per non farmi un piacere, sacrificati almeno per poter ereditare tutto questo ben di Dio”, essa supplicò l’inaccessibile Brick. Macché, più miagola e meno ottiene. E così, quella che si era presentata come un’angosciosa tragedia dell’istinto, diventa una volgare commedia di interesse.
Non prima, però, di essere passata attraverso alla fase intermedia di un dramma delle coscienze. Ciò avviene in una tesa e dolorosa spiegazione fra padre e figlio, una lunga, potente e bella scena madre che prende tutto il secondo atto e, nel frastornante melodramma di tutto il resto, testimonia il valore e l’autorità di un geniale, seppur intemperante, talento drammatico.
La tua responsabilità e la tua colpa nella fine del tuo amico, la tua vergogna e la tua angoscia odierne – dice il padre al figlio – consistono nella viltà di non esserti posto al disopra della generale ipocrisia e aver guardato fino in fondo, insieme, la verità. La stessa viltà al servizio della ipocrisia – ribatte il figlio – per cui nessuno dirà a te che hai i giorni contati. E la commedia potrebbe, dovrebbe finir qui, su questa nota di comprensione di due vinti, raggiunta attraverso una crudele disperazione.
Riesplodono, invece, le dispute per la successione; finché la gatta esce in una trovata degna di lei: sono incinta, grida. Nel mio grembo vive una creatura di Brick. E il moribondo che, da un esultante inno alla vita soccorsa dalla salute è passato a un’incerta rassegnazione alla morte, fa capire che le lascerà la maggior parte delle sue ricchezze.
Che resta da fare, ora, al misero Brick davanti, è il caso di dirlo, al colpo basso della moglie? Disgustato di tutto moralmente e fisicamente sfinito, dargliela vinta, subire il ricatto che solo se… allora essa gli procurerà, come una droga, l’alcol di cui ha bisogno per uscire da sé stesso; e fare il possibile perché la menzogna diventi verità. Il risultato fra nove mesi.
Son lontani i tempi di Zoo di vetro. Quell’armonia, quella discrezione, quella pena raccolta. Williams non ha fatto che esasperare, o appesantire, involgarire, sofisticare, melodrammatizzare tutti i suoi motivi. D’opera in opera, disastrosamente, con l’aiuto di una tecnica che non ha più nulla da invidiare a Sardou e a Bernstein, ha, sempre più truccato da commedie coraggiose, una preordinata amministrazione del morboso che irrita il pubblico quel tanto che basta a stimolarne l’interesse e la discussione ed è ugualmente attento a riparare subito sul compromesso, pur di assicurarsene l’assoluzione. Per ritrovare il timbro dell’autentico suo talento, bisogna liberarlo dal peso opprimente di un’ossessione e di una speculazione del sesso che rasentano già la monotonia: svincolarlo da una misoginia che oltrepassando la tragica e ragionata concezione strindberghiana della donna come nemica, diabolica corruttrice del razionale mascolino, non appare ormai che gratuita e immotivata avversione fisica. Valgono come prova i personaggi femminili, nessuno escluso, di questa commedia; la quale diventa plausibile e toccante solamente quando esclude la protagonista in libello alla quale fu intitolata e scritta.
Però, che bella esecuzione, nelle mani d’un maestro della regia come Raymond Rouleau, con l’appoggio determinante della stupenda scenografia di Piero Tosi! Un po’ esteriore e sonora se si vuole, ma con una precisione di ritmi, un’evidenza plastica, una armonia formale, una ricchezza di suggestioni eccezionali. Raramente ho sentito recitare Gino Cervi con altrettanta verità umana. Il successo personale toccatogli premia una delle più belle interpretazioni della sua carriera. Gabriele Ferzetti gli è stato poco da meno per schivo pudore ed interiore sofferenza. Avessero recitato tutti come loro due! Benché scarsamente personale e relativamente partecipe, Lea Padovani è stata, tuttavia, una diligente esecutrice dei dettati registici; come lo sono stati: Vittorina Benvenuti, Irene Aloisi col grembo truccato da otto mesi, il Dominici, il Taini, l’Altamura e gli altri. Qualche fischio risoluto alla commedia non è valso a deprimere il successo dello spettacolo. |