Gastalda (La)
di Carlo Goldoni
Radiocorriere, 30 ottobre 1965
La gastalda e La castalda, una C al posto di una G: due versioni della stessa commedia (1751) a seconda che la protagonista parli in dialetto oppure in lingua; più volgarmente corposa ed incisivamente realistica la prima, nel trionfo prepotentemente plebeo dell’avidità e del calcolo femminile; più artificiosamente elegane e simmetricamente disposta la seconda, nel medesimo trionfo, meno pesante ma anche meno schietto.
Ecco un altro esempio ed un’altra prova, seppure ve n’era bisogno, di quanto sia falsa l’ipoteca di bonarietà e di moralismo, starei per dire vittoriani, posta sul nostro maggior poeta comico dallo “stupido” Ottocento; e che, di un autentico figlio dell’Illuminismo, dotato di tutto l’indifferentismo morale e l’intelligenza libertina della più stimolante cultura e del più scettico costume della propria epoca, istintivamente respirati nell’aria del civilissimo cosmopolitismo della Venezia settecentesca, fece la convenzionale e manierata figura da ex-voto del provinciale, timido e fastidioso “buon papà Goldoni”, così dura a morire e così nefasta alla sua originalità e alla sua grandezza.
Forse, più e meglio dei suoi limpidi capolavori, fissati nella magia di quel suo ambiguo e ingannevole realismo governato dallo spirito arcano della musica, che riscopre e reinventa la vertià al fuoco trasfiguratore della fantasia, all’ardua revisione critica contribuisce la riproposta di certe sue opere minori – e son tante –, inevitabile e indispensabile contributo sacrificato sulle vie dei più alti risultati, delle quali la radio e la televisione hanno l’indiscutibile e non abbastanza riconosciuto merito. (Vi godrete la commedia sul video questa settimana, interpretata da Lauretta Masiero, Cesco Baseggio e Nino Besozzi, per la regia di Carlo Lodovici).
Da quel totale ed esclusivo uomo di palcoscenico che egli fu, e che nella sua gloria racchiude anche il suo limite, come da sua reiterata confessione non poté, o non riuscì, mai a comporre una commedia che non fosse pensata ed adattata sul temperamento degli attori che ne sarebbero stati gli interpreti; e, del resto, non diversamente fece lo stesso Molière, così dissimile e così eguale a lui.
La gastalda apre la serie delle commedie scritte per il “ruolo” della servetta che, fra parentesi, quasi “prove generali” in vista dell’ora della immortalità, sarebbero pervenute al capolavoro stregato ed inquietante, il mistero adorabile e perfido dell’eterno femminino, appena due anni dopo, con La locandiera, il più completo ritratto femminile di tutta la nostra letteratura, e non ne conta molti; sorella non minore della Celimène molieriana e della Parigina di Becque. Dalla convenzionalità del ruolo alla verità della vita.
Ma, in quegli anni, la servetta della compagnia Medebac – tormento e gelosia della prima donna, consorte del capocomico: la ipocondriaca Teodora Medebac che, coi suoi vapori da finita ammalata vera, metteva in croce i comici e il poeta – era una donna morbinosa, non meno disinvolta che allarmante; dall’esistenza alquanto movimentata, che, tanto per incominciare, aveva seminato un marito, ingombro presto rimosso sulla strada di una reputazione da far rizzare i capelli: Maddalena Marliani.
Prima di qualificarsi attrice brillante dalle doti eccezionali, la inquieta signora, di giorno, ballava sulla corda in un baraccone a Piazza San Marco e, di sera, recitava al teatro San Moisè. Entrata in compagnia, il poeta, già oltre la quarantina, perse subito la testa e ne passò non poche. Già, le servette furono sempre il suo debole; ne seppe qualcosa la incoronatisisma singora Godoni, moglie di una pazienza e di una tolleranza esemplari. L’ “incantatrice sirena” apparteneva al genere di quelle “lusinghiere donne” che ripagano di “ingiurioso disprezzo”… e si burlano dei miserabili che hanno vinti” come dirà nella Locandiera il povero cavaliere di Ripafratta arrostitosi al suo fuoco, parlando per l’autore tanto quanto per sé medesimo.
Sia per farle far figura scrivendole delle belle parti che mandavano fuori dai gangheri la prima attrice, sia per vendicarsi di ciò che gli faceva passare, parecchio di quell’iradiddio di donnetta che dove passava seminava disastri, entrò nelle commedie scritte per lei. Commedie private celate nelle commedie pubbliche. Incommensurabilmente diversi gli esiti poetici ma, per esempio, il fondo umano, sarebbe più esatto dire disumano, della furbizia contadinesca, dell’avida grossolanità e dell’aridità calcolatrice tutte scoperte e dichiarate della Corallina nella Gastalda, è lo stesso della galante perfidia, della procacciante noncuranza, dell’egoismo prudente e della crudeltà mentale tutta fondi e sottofondi segreti, schermi, finte, cerimonie e riti civilmente insinuanti di Mirandolina.
Come, alla resa dei conti, medesimo è il gioco: abbindolare, dominare e approfittarsi, tramite il richiamo del sesso – perché di questo, in definitiva, si tratta – là di un vecchio babbione insatirito e pauroso della solitudine, ed è peccato che questo tema resti solo accennato; qua di un gentiluomo leale e affascinante nel vigore della giovinezza. Ciò che cambia è il profitto; e dalla diversa qualità di esso si valuti quanto sieno diverse le qualità dei due discorsi. Corallina, gastalda del ricco Pantalone, maschera ormai solo nell’emblematicità del vestito ma già sufficientemente figura umana, mira al sodo: campi, cascine, granai e cantine ben fornite; Mirandolina, esaltata dal proprio narcisismo femminile, soddisfa l’impagabile ebbrezza cerebrale del turbamento delle coscienze e del possesso dei cuori. Quella rimane immersa e paga nel venerando motivo della serva padrona col gusto dell’opera buffa settecentesca e colle maschere, le convenzioni, le situazioni e le cristallizzazioni della Commedia dell’Arte, aerate appena appena dalla novità ambientale della prima generica apparizione nella produzione goldoniana del tema della villeggiatura, preannuncio dei sinfonici sviluppi futuri, questa si affaccia alle soglie delle conturbanti avventure del vampirismo cerebrale, nell’eterna lotta dei sessi. Ma per arrivarci probabilmente è di là, da quell’egiismo elementare e rozzo, che il poeta non poteva non passare. |