Due donne, due generazioni a confronto, compresse tra le pareti di una
cella, tra i muri graffiati sui quali si addensano undici anni di silenzio.
E il silenzio si scioglie nella calura di una estate che sbuffa il suo
alito insopportabile, mentre dall’esterno si evocano vacanze distratte. La
gabbia di Stefano Massini, primo atto della “Trilogia del
parlatorio”, si costruisce su una trama solo accennata. Dopo undici
anni una madre, donna borghese e un po’ snob, scrittrice più per
noia che per talento, va a fare visita alla figlia, che sta scontando
una condanna per appartenenza a banda armata. Forse c’è la
possibilità di uno sconto di pena, forse è il caso di incontrarsi,
annullando il tempo passato, forse…. In una geometria scenica
appena disegnata, fra pochi oggetti che non rappresentano, ma riproducono
solo se stessi, dove lo spazio comunica la sua tautologica presenza,
si afferma con forza il potere della parola, affidato a un registro che
da letterario si fa concreto scambio di significati capace di far emergere
frammenti di verità. Si instaura presto una dialettica tra spazio
esterno – evocato dai colori estivi e dagli odori – e quello
interno – buio, immobile – che si fa simbolo di una più articolata
dinamica fra un’interiorità a lungo soffocata e una esteriorità che
fatica a trovare le “parole-per-dire”.
L’indifferenza ad auscultarsi, a parlare di sé, a parlarsi, si traduce
nell’uso di un linguaggio letterario, soglia semiotica che eclissa la verità del
profondo; e allora parlano i romanzi facili di una elegante borghese, e parlano
altri romanzi, più veraci, diari dell’esistenza, comunque letterari.
Ma tra improvvise concitazioni della parola, letteratura cede il passo al linguaggio – a
tratti afasico – del profondo, e può farsi scambio, senza filtri,
senza letteratura. In questa operazione drammaturgica, così affidata al
senso che promana dalle parole, la prossemica, la cinesica, la microfisionomia
(gli spettatori sono assiepati intorno alla scena) quasi cinematografica recuperano
il teatro. Lo spazio è invaso dalla dinamica di gesti e movimenti, dalla
distanza mantenuta timidamente rigida dalla madre, ai margini della scena, rispetto
alla centralità della figlia (è a “casa” sua), per
poi assumere una confidenza conflittuale che genera un guardarsi. E, infine,
un riconoscersi. Perché madre e figlia si sottraggono ai ruoli costituiti
e in un gioco di specchi del sé si vedono, forse per la prima volta, come
persone, al di là delle sovrastrutture della Storia. È per questo
che l’espediente narrativo della vicenda giudiziaria; ha solo lo scopo
di potenziare una distanza che renda più complesso l’incontro e
prepari l’emersione del profondo che riscatta l’iniziale, inesorabile
incomunicabilità.
L’attenta regia può liberare tutte le sue complesse e ricercate
sfumature grazie alla capacità delle due attrici, Luisa Cattaneo e Maria
Cristina Valentini, che hanno reso palpabile la claustrofobia della coscienza
che cerca incogniti, ma convinti, percorsi di fuga.
Mario Ruotolo