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Fiaba dei tre maghi (La)
di Luigi Antonelli
Avventura fantastica in tre atti
Corriere della Sera, 28 giugno 1919

I tre maghi sono quelli della Verità, della Giustizia e della Poesia. Dall’epoca delle favole, il mondo s’è intristito e imborghesito; e i tre maghi se ne dolgono e vengono a rinfrescarlo e ringiovanirlo, regalando una fiaba al mondo moderno. A dire il vero, il mondo moderno che ci presenta l’Antonelli è un mondo nel quale ogni uomo è una formula, una cosa vuota di vera passione e senza connotati; sicché i maghi non spiccano in esso che per il vestito e il nome che sa di fantasia. Vediamo un gruppetto di cinque persone che si sono incontrate in piroscafo, tornando dall’America, e hanno fatto comunella. Sono: l’arricchito ed epilettico Gonzalo; suo figlio, l’ingenuo giovinetto Osvaldo; un dovizioso vinattiere di Mendoza, senza nome; Barbara, sua esagitata e sensibile consorte, che ha voglia di indurre in peccato quel casto Giuseppino che è Osvaldo, ed è già l’amante del quinto compagnone della comitiva, Gaspare, socio del marito di Barbara.
Tra di essi scoppia un dissidio. Sono morti, a bordo, i genitori di un bimbo di pochi mesi. Quei cinque viaggiatori adottano l’orfano. Ma accade che un giorno il bambino viene gettato in un pozzo. Da chi? Non si sa. E a dire il vero non ci interessa. La morte di quella creaturina che non appartiene a nessuno dei cinque, e non dà perciò a nessuno d’essi un dolore che ci commuova, ci lascia freddi. Manca ogni drammaticità all’inesplicabile omicidio, e il mistero di quel delitto e l’ombra di quel piccolo morto non sono presenti come terribili realtà tra i personaggi.
Il problema che affanna i cinque è la ricerca dell’assassino. Per questo interrogano il dottor Fox, psichiatra, che non riesce a trovare il bandolo della matassa. Del resto, egli ha altre preoccupazioni. Ha una figlia, Palmina, che vorrebbe dare in moglie al giovinetto Osvaldo. Le cose stanno a questo punto, quando i tre maghi decidono di cominciare le loro operazioni. Ciascuno di essi dominerà quel piccolo mondo per un giorno. Primo agisce il mago della Verità. In breve tutti i cinque, e, insieme, il dottore e Palmina, sono presi dal bisogno frenetico di essere sinceri.
Barbara confessa d’esser l’amante di Gaspare e d’appetire i baci inesperti di Osvaldo; Gaspare comunica al suo socio che gli ha tolto la moglie e, per di più, lo deruba; il marito di Barbara dichiara apertamente che sa benissimo d’essere tradito, ma lascia fare perché il suo socio gli è utile: il dottore proclama la propria ignoranza e la propria ciarlataneria. Sta, certo, per uscire da qualche bocca la parola che rivelerà chi fu l’uccisore del bambino. Ma tutte quelle confessioni hanno acceso, tra ingannatori e ingannati, una tale rissa che il mago, per paura di peggio, rompe l’incanto. Tutti tornano bugiardi come prima.
Al secondo atto è già spuntato il giorno dominato dal mago della Giustizia. Gonzalo è morto cadendo in un precipizio; ma, da una lettera che ha lasciato si apprende, verso la fine dell’atto, che egli si è ucciso per il rimorso d’aver affogato il bambino. Grande scompiglio produce lo scoppio di questa bomba. Il dottore non vuole dar più in moglie Palmina a Osvaldo. Osvaldo si dispera perché non può più amare e rispettare l’ombra di suo padre, e sente di aver ereditato non solo un delitto, ma anche la terribile possibilità di divenire anche lui un criminale: risolve perciò di uccidersi. Barbara grida che la colpa di Gonzalo fu riscattata dal dolore di Osvaldo.
Ci sono in questa scena molte voci vibrate, molte apparenze di drammaticità; ma dove sia la giustizia assoluta non sappiamo. Forse è in quel suicida che espia. Ma il dottore che nega la figlia al figlio incolpevole di un omicida, è nella giustizia relativa. Barbara è troppo innamorata di Osvaldo, perché possiamo credere che ella perdoni per ragioni che non dipendano dalla sua cieca passione. Non è nella giustizia assoluta neppure Osvaldo che, certo, dovrebbe compatire in suo padre un pazzo, non detestare un perverso. E se il ragazzo vuol uccidersi lo fa in nome dell’utilità sociale, se volete, non in nome della giustizia assoluta. Non ci può essere giustizia assoluta che richieda, alla cinese, lo sterminio dell’innocente famiglia di un colpevole. Ma a questo punto scocca la mezzanotte; il giorno del mago della Giustizia è finito. La tempesta si calma.
Ora entra in azione il mago della Poesia. E ci aspettiamo un atto in cui, finalmente, una ferace fantasia crei una primavera d’immagini. Ma la poesia ci delude; e si limita a far sì che qualche personaggio secondario e vagamente simbolico si senta un poco migliore, e che il dottore discorra in versi. Inoltre induce Barbara a rinunciare ad Osvaldo e a spingerlo, ella stessa, tra le braccia di Palmina. Quel mago è dunque quello della bontà? Bontà e poesia sono in qualche modo parenti. Ma la bontà è una poesia tutta umana, e tra quei personaggi, così vuoti d’umanità, la poesia non arriva alla bontà, perché in verità non consola nessuno, nemmeno Osvaldo, che ci è apparso pochissimo innamorato di Palmina. Viceversa la bontà non arriva alla poesia perché non è sostanziale, ma esteriore ed accidentale, e manca di quell’alone indistinto che rende universali le piccole cose che circonda. Il mago della Poesia ha ottenuto, in ogni modo, migliori risultati degli altri due maghi. Anche quando il sortilegio sarà finito, un grano di dolcezza resterà nei cuori. Questo dice l’autore. Ma non ne siamo convinti, tanto poco ci parve che entro quei personaggi ci fossero dei cuori.
Sì, l’appunto maggiore che si può fare a Luigi Antonelli è di non aver portato la fiaba tra uomini vivi, in modo che entro le sue luci fantastiche qualche cosa della nostra anima si illuminasse. La sua novella sceneggiata è garbata, piacevole; ma manca di vera fantasia inventiva, di quella fantasia che da un punto di partenza bizzarro deriva fragili, fresche e variopinte invenzioni. Il mago della Verità non compie grandi prodigi; scioglie la parlantina degli uomini presi nel cerchio della sua fascinazione, come fa la polverina di Brighella nelle Maschere di Illica e di Ma scagni: provoca una scena d’ingiurie e di minacce molto semplice e non certo nuova; quindi produce le conseguenze più facili ed elementari. Più ingegnosi, più comici casi avremmo voluto che scatenasse. Il mago della Giustizia non genera fatti nei quali si scorga una logica inesorabile, o si senta il premere d’una necessità lucida e possente, o il dramma di anime che la giustizia passando stritola. Assistiamo solo a un tergiversare, a un anfanare confuso e rumoroso, entro il quale le intenzioni dell’autore si appannano.
Quello della Poesia ho già detto che è il più futile mago, incapace di creare nemmeno con un incantesimo di parole un’aria di sogno. E quale poesia poteva trarre l’Antonelli da un marito ingannato e contento, da un amante gaglioffo, da una Messalinetta cupida di frutta acerbe, che, fino a quel punto, egli ci aveva presentati come semplici macchinette parlanti, e dai quali poi ha fatto sgorgare delle risoluzioni generose senza che esse nascessero dal profondo con sacrificio, e una lagrima le accompagnasse? È successo che in questa commedia, che dovrebbe essere di fantasia, non appena fu attenuata la sorpresa di vedere tra i vestiti moderni le tonache colorate dei maghi e i loro occhi rutilanti e le loro ombre proiettate nel cielo, gli effetti maggiori, quelli che determinarono il buon successo, non furono ottenuti da invenzioni fantastiche, ma dalla comicità di una scena d’ingiurie e dalla sonorità di una scena d’invettive. Quando siamo giunti al terzo atto, in cui la fantasia poteva regnare, l’interesse scemò. Valeva dunque la pena di risuscitare le vecchie favole senza dirci una parola nuova, né di passione né di poesia? Ma l’Antonelli s’è divertito a colorire e a narrare, e poiché sa narrare bene, con vivacità, con gusto, con giustezza di tono, con misura, ha molto divertito il pubblico. Diceva il Florian che per scrivere delle belle favole bisogna credere ad esse. Forse alla sua fiaba Luigi Antonelli non crede, e l’ha piuttosto inventata con scaltrezza, che immaginata con ispirata ingenuità.

   
© Sipario 2011