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Felicità porta fortuna (La)
di Mike Leigh
con Sally Hawkins, Eddie Marsan, Alexis Zegerman (Inghilterra, 2008)
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Corriere della Sera, 12 dicembre 2008
L'allegria per dire no alle ingiustizie
Una ventata di allegria travolgente, positiva ma non casuale, non televisiva, la porta Mike Leigh raccontando il carattere aperto di una maestrina che ogni giorno colora il mondo. Ed è quel mondo grigio degli esterni-interni londinesi proletari, dove si incontra gente triste e irascibile per cui la scuola di flamenco (scena cinicamente divertente) può rappresentare alternativa di vita. Commedia umana-sociale dove la splendida Sally Hawkins (premio a Berlino) insegna sopravvivenza morale coltivando istintiva gioia di vivere nel fragile quotidiano. Leigh riesce a trasformare la predisposizione al bicchiere sempre mezzo pieno in una qualità intima ma anche pubblica, perché la maestra Poppy insegna a reagire alle ingiustizie del mondo con buonismo non retorico. E regala un personaggio che non dimenticheremo in un film che una regia sottile rende pieno di sfumature, sottintesi, silenzi, commozioni.
VOTO: 8
Maurizio Porro
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Il Mattino, 6 dicembre 2008
Leigh e l'ottimismo istruzioni per l'uso
Si risolvein un vero «one woman show» il nuovo film di Mike Leigh, esponente del neorealismo britannico meno rabbioso e ideologizzato di Ken Loach. In effetti «La felicità porta fortuna» esibisce un piglio controcorrente nel raccontare le pene quotidiane e i multiformi impegni di una trentenne londinese d'oggi, che senza essere cretina o ritardata riesce sempre e comunque a sorridere alla vita. È ovvio che «La felicità porta fortuna» («Happy-Go-Lucky») giochi tutte le sue carte sulla performance di Sally Hawkins, la beniamina del regista incoronata migliore attrice alla Berlinale del febbraio scorso. Pauline - detta Poppy - è uno di quei personaggi che vogliono farsi amare per quelle doti di effervescenza, ottimismo e simpatia che potrebbero rappresentare l'arma segreta contro la finta seriosità di una società arida e conformista. Tesi, in fondo, non meno polemica di quelle promosse dai proletari di Loach, ma svolta in totale affiatamento con la Hawkins, che non esita a regalare un travolgente campionario di smorfie, battute e mattane alla «sua» maestra elementare tintinnante di braccialetti e vestita in maniera super-kitsch. Se a qualcuno un personaggio così eccessivo ma corretto (basti pensare all'ammiccante minuetto allestito dal copione sull'incontro-scontro con l'insegnante di guida burbero e razzista) potrebbe persino dar fastidio, il film nel suo insieme riesce a tenere fede al proposito di divertire castigando il presente o viceversa.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 5 dicembre 2008
La travolgente allegria della maestra Poppy: un' arma invincibile contro il mondo grigio
Nel film di Woody Allen Sogni e delitti era Kate, ma non saprei proprio ricordare cosa facesse. Per Mike Leigh era stata la Samantha di Tutto o niente, la ragazza con la madre alcolizzata e tanta fame di sesso, ma già la Susan del Segreto di Vera Drake farei fatica a individuarla in qualche scena. Come dire che Sally Hawkins poteva essere una delle tante bravi attrici di scuola inglese capaci di dividersi tra cinema, teatro e televisione senza però stamparsi mai nella memoria. Poi vedi La felicità porta fortuna e ti chiedi come hai potuto non accorgerti mai di un' attrice così mercuriale, di una recitazione così intensa, di un volto così indimenticabile. Fai paragoni azzardati, incroci Rita Tushingham in Non tutti ce l' hanno e Carole Lombard in Vogliamo vivere, ma continui a restare molto lontano da quel sorriso tutto-denti così affascinante e contagioso, da quell' ironia disarmante, da quella vitalità strabordante. E allora capisci che un po' di merito è anche di Mike Leigh, che ha saputo inventare una storia capace di esaltare le qualità della sua protagonista senza tradire la sua tradizione di regista «sociale». E tutto comincia a incastrarsi nel posto giusto. La felicità porta fortuna, titolo italiano dell' originale Happy-Go-Lucky, era stato presentato all' ultimo festival di Berlino, dove la protagonista aveva vinto (giustissimamente) l' Orso d' oro per la miglior attrice. Sally Hawkins interpreta il ruolo della trentenne Paulina detta Poppy, maestra elementare con una incontenibile voglia di vivere. Lo scopriamo già dalle prime scene dove cerca invano di socializzare con un austero venditore di libri e scopre senza tanti drammi («non ho potuto nemmeno salutarla per l' ultima volta») il furto della bicicletta. Poppy divide un appartamento con la collega Zoe (Alexis Zegerman), che però insegna in un' altra scuola, e riempie la giornata come tante sue coetanee: preparando le lezioni per i suoi allievi, scherzando con le amiche e offrendosi qualche serata in discoteca. Uno di quei tipici spaccati della società inglese (Poppy abita a Londra, nel nord della città) cui ci ha abituato Leigh, a cavallo tra proletariato acculturato e piccola borghesia impiegatizia. Solo che per una volta il contesto sociale passa in secondo piano (o comunque non è così determinante e invasivo) per lasciare spazio a un quadro più intimista, dove i personaggi servono al regista per raccontare i tanti modi con cui le persone possono reagire di fronte alle sfide della vita. A far venire a galla queste modalità ci pensa Poppy, la cui carica di allegra vitalità sa spingere le persone a tirar fuori il meglio o il peggio di sé. In questo modo il film è costruito su una serie di incontri/scontri, dove la protagonista è messa a confronto con i tanti possibili «caratteri» di una commedia umana realistica e quotidiana. C' è l' impiegato di libreria musone e taciturno, la direttrice di scuola che la coinvolge in una scuola di flamenco (una delle scene più esilaranti), l' istruttore che le deve insegnare a guidare, la sorella incinta che «schiavizza» il marito, il barbone che parla da solo e in fine l' assistente sociale. Tutti incaricati in qualche modo di mettere alla prova la forza d' animo della protagonista e verificare fino a che punto quella specie di istintiva voglia di gioia renda davvero più felici. Lo si vede perfettamente nei duelli con l' istruttore di guida (Eddie Marsan), orgogliosamente chiuso nella sua rabbia e nel suo risentimento, il cui mondo di certezze e di «didattica» automobilistica (l' idea del triangolo formato dagli specchietti retrovisori merita un piccolo oscar della sceneggiatura) va in frantumi non solo di fronte all' ironia e all' impossibilità di irregimentare Poppy ma soprattutto per colpa del fascino che la donna sa esercitare (involontariamente) su di lui. Così, allo stesso modo, la parentesi notturna con il barbone solipsistico (Stanley Townsend) serve a ricordare alla protagonista - e allo spettatore - che non tutto è risolvibile con un sorriso o una battuta e che la realtà a volte ha delle ragioni difficili da accettare. Tutto questo, comunque, Mike Leigh lo filma con gli occhi allegri della sua protagonista, eroina di un mondo quotidiano dove l' entusiasmo e la voglia di vivere si rivelano le armi più importanti per affrontare ogni giorno il grigiore di un mondo che ha bisogno di essere ridipinto a colori vivaci. Proprio come le maschere che Poppy usa per far divertire i suoi piccoli allievi.
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 5 dicembre 2008
Mike Leigh,
l'arma del sorriso
A Berlino fu un colpo di fulmine. Da anni non si vedeva un'ondata di buonumore così contagiosa in un festival. Merito di Mike Leigh e dell'impagabile Sally Hawkins (orso d'argento), una maestra d'asilo così survoltata da diventare una cartina di tornasole della crisi attraversata dal malconcio Occidente. Specie sul fronte maschile. Sorriso a prova di bomba, abiti assurdi, graziosa ma soprattutto buffa, come una Geraldine Chaplin giovane, Pauline detta Poppy vive con un'amica, gira in bici (e se gliela rubano si fa una risata), è sempre single ma senza drammi, appena può zompa sul tappeto elastico per pura gioia di vivere oppure prende lezioni di flamenco (scena esilarante: il regista di Segreti e bugie è un direttore d'attori meraviglioso). E ha sempre una battuta, un gesto, uno sberleffo con cui smonta i musoni, i nevrotici, gli infelici che incrocia. Nessuna fuga però: non siamo in Mamma mia!. Al momento giusto Poppy saprà capire e curare un allievo violento. Ma non verrà a capo dell'ometto paranoico che le dà lezioni di guida e che pian piano si rivelerà un autentico pazzo. In mezzo, tipi strambi, incontri fugaci, momenti preziosi, come in un rovescio svitato di Naked, il capolavoro di Leigh. Un gran film, che per giunta mette allegria. Quanti altri ce ne sono?
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 5 dicembre 2008
La felicità è donna
Una giovane donna londinese vitale, aperta, sempre ridente o sorridente, espansiva, curiosa e innamorata della sua vita che le piace, maestra elementare tra bambini che le piacciono, luminosa, allegra, è la protagonista de La felicità porta fortuna di Mike Leigh, il regista inglese di Sorrisi e bugie. Non è una stupida, al contrario, né un'illusa. Càpita che si scontri con il lato oscuro dell'esistenza: un istruttore di guida divorato dalla nevrosi, un vagabondo smarrito, una sorella vicina al parto che vuole appiattirla, irreggimentarla e responsabilizzarla, una bicicletta rubata in un baleno. Ma non permette (non lo fa apposta, le viene naturale) che gli elementi negativi la schiaccino o la rendano triste, tetra.
Ha un gruppo di amiche e colleghe con le quali si trova bene, affettuosamente, scherzosamente, con ironia e autoironia. Può portare al collo un piccolo arcobaleno. Le piace scoprirsi sempre nuove capacità: con energia e piacere prende lezioni di pedana elastica, di guida, di flamenco. Se porge la mano e non gliela stringono protesta: «Non sono infetta». Se si affacciano dubbi prevede: «Vedrai che ce la facciamo». Se la criticano «Sei l'apologia del caos» lei non si turba, tratta tutti senza paura, disponibile e amabile. A volte s'interroga: «Dove sono gli uomini decenti?», e a volte li incontra. Se si innamora di un assistente sociale conosciuto a scuola, è perché prende lei l'iniziativa di chiedergli il numero di telefono e poi di telefonargli: nell'amore è amorosa, discreta, e non rinuncia all'allegria della sua natura.
Questo perfetto ritratto femminile, interpretato molto bene da Sally Hawkins, premiata all'ultimo FilmFest di Berlino come migliore attrice, non ha nulla di sciocco, nessuna petulanza da Vispa Teresa: può essere invece in polemica contro il clima luttuoso che pervade le nostre società occidentali e che impedisce una buona disposizione, un sincero apprezzamento della vita; può essere un modello che non sarebbe male imitare. Il bel film segue la sua protagonista, senza una autentica trama: e termina con lei e un'amica che remano con calma sul laghetto d'un parco, come a simboleggiare la persistenza delle donne, la loro capacità di resistenza, il loro coraggio della solitudine.
Lietta Tornabuoni
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