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Famiglia Savage (La)
di Tamara Jenkins
con Philip Seymour Hoffmann, Laura Linney
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La Stampa, 1 febbraio 2008
Lacrime e humour al capezzale di papà
Sorella e fratello, due adulti immaturi che si proteggono dalla vita rifugiandosi all'ombra dell'arte. Lei, Laura Linney, abita a New York, trascina una rassegnata relazione con un uomo sposato e ha frustrate aspirazioni di drammaturga. Lui, Philip Seymour Hoffman, insegna teatro a Buffalo, tenta da anni di ultimare una biografia su Brecht e non si decide a impalmare la ragazza polacca a rischio di rimpatrio con cui convive da tempo. Un giorno una telefonata da Sun City, Arizona, viene a sconvolgere la dimessa routine dei due: si tratta di prendere in carico l'anziano padre Philip Bosco, un tipo egoista e irascibile che con la sua trascuratezza ha contribuito a nevrotizzare i figli. Ma ora che è rimasto senza tetto ed è afflitto da demenza senile, come non occuparsene?
Nonostante la drammaticità della situazione La famiglia Savage è un piccolo romanzo di crescita che l'autrice Tamara Jenkins ha scritto e diretto in una chiave di sottile malinconia venata di humour e senza mai cadere nel sentimentalismo. Eppure si tratta di un film intimista, giocato proprio sulla forza dei sentimenti che legano i fratelli fra loro a al genitore. Un'affettività suggerita con grazia minimalista dalla regista e con ricchezza di sfumature dagli interpreti, entrambi straordinari, anche se solo la Linney è stata candidata all'Oscar.
Alessandra Levantesi
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Il Manifesto, 25 gennaio 2008
La commedia degli orrori quotidiani
Tamara Jenkins, dopo avere confezionato L'altra faccia di Beverly Hills, impacchetta un racconto poco edificante e ancor meno conciliante con La famiglia Savage. I suoi due protagonisti, interpretati magistralmente da Laura Linney e Philip Seymour Hoffman (lei candidata all'Oscar per questo film, lui per La guerra di Charlie Wilson), sono due fratelli adulti sconfitti dalla vita.
Lui è un professore, da sempre cerca di realizzare un libro su Brecht, vive da anni con una donna polacca ma quando le scade il permesso di soggiorno la lascia ripartire piuttosto che sposarla. Lei si arrabatta con lavori saltuari, rubacchia cancelleria negli uffici, scrive commedie mai rappresentate, si fa assistere dallo stato in maniera piuttosto meschina e ha una relazione senza speranza con un uomo sposato. Comunque si sono ritagliati una loro nicchia dove sopravvivere frustrati. All'improvviso però vedono le loro vite sconvolte. Il vecchio babbo, autoritario e lontano, è rimasto vedovo della donna con cui ha passato gli ultimi anni e, soprattutto, è affetto da demenza senile. Così devono farsi carico del vecchio, perché i figli della donna in una sequenza agghiacciante, mostrano loro il contratto prematrimoniale dei due anziani: l'uomo non ha diritto alla casa in cui ha vissuto. Certo, i legami di sangue, la famiglia, gli affetti, ma che senso ha occuparsi di quel personaggio scorbutico e ormai fuori di testa che oltretutto non si è mai occupato di loro? Resta il fatto. Vengono scoperti con gustoso cinismo gli altarini degli ospizi, odiosi e ancora più squallidi quando non si hanno risorse economiche. Vabbè, tanto papà neppure sa dove si trova. Non si salva nessuno in questa commedia degli orrori quotidiani, una centrifuga degli affetti e dei rapporti umani. Ma il talento della Jenkins sta proprio nella sua abilità di narratrice, nel delineare magnificamente i personaggi, nel cesellare dialoghi in situazioni al limite del sopportabile.
Perché questo è l'orrore vero, non quello dei mostri e dei vampiri, qui siamo di fronte a un'umanità scombussolata e demente dove l'unico modo per ribellarsi è impiastricciare di merda le pareti pulite. E alla fine far affiorare un amarissimo sorriso.
Alberto Castellano
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La Repubblica, 25 gennaio 2008
Carte scoperte nella famiglia Savage
UNO potrebbe anche reagire con un crisi di rigetto. Un film sulla malattia, la vecchiaia, il deperimento fisico e mentale? No grazie. Invece dovreste superare l'eventuale diffidenza perché La famiglia Savage è un bel film, magnificamente interpretato (Hoffman lo ricorderete nei panni di Truman Capote), che su questi temi e sul loro contorno vi farà ridere e pensare. In modo asciutto.
Jon e Wendy sono fratello e sorella, vivacchiano nella loro ordinaria infelicità lui inseguendo una carriera universitaria e saggistica che non decolla mai e lei, ancora peggio, illudendosi di essere una promettente ma sfortunata commediografa e di essere amata dall'uomo sposato che quando gli pare transita dal suo letto. Lontano dai loro pensieri umanamente (o meschinamente) concentrati sulle rispettive libertà (o solitudini) è l'anziano padre, che è stato un cattivo padre.
Fino a quando non vengono convocati dal centro anziani che le finanze di papà non possono più permettersi per riprenderselo e provvedere alla sua non autosufficienza, non solo economica. Il momento della verità è ricco di sottili e anche commoventi sfumature.
Paolo D'Antoni
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Il Messaggero, 25 gennaio 2008
Un piccolo gioiello
su nevrosi e famiglie
Un fratello e una sorella diversamente infelici ma ugualmente nevrotici si ritrovano dopo tanti anni per accudire il padre anziano e poco amato ora affetto da demenza; e a forza di gaffes, liti, rese dei conti, fragili e laboriose menzogne, avviano un doloroso confronto. Potrebbe essere uno di quei film educati e ovvi che arrivano in serie dall'America delle Università e delle fondazioni culturali (i due protagonisti, come forse l'autrice, vengono da lì). Invece è una commedia agra piena di intelligenza e di annotazioni esatte, servita a meraviglia da tre attori formidabili (Laura Linney, anche candidata all'Oscar, Philip Seymour Hoffman e il monumentale Philip Bosco nel ruolo acrobatico del padre morituro che i figli non perdonano, anche se ora è soprattutto lui a non perdonare loro). La cosa più bella è forse il campionario di eufemismi, perifrasi, piccole ipocrisie con cui fratello e sorella mascherano continuamente, a se stessi prima che agli altri, smacchi e delusioni. Le scene più terribili quelle in cui i figli, vili, si rimpallano le scelte più ardue ("Papà, vuoi essere sepolto o cremato?"). Ma anche i parenti dell'ultima compagna, l'amante maturo della frustrata Linney (che nell'amplesso tiene la zampa al cane...), gli incidenti continui, sono un piccolo tesoro di amara ironia e di millimetrica precisione psicosomatica.
Fabio Ferzetti
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Il Giornale, 25 gennaio 2008
Il tenero imbarazzo di due intellettuali per l'inesorabile declino del genitore
I quarantenni Wendy (Laura Linney) e Jon (Philip Seymour Hoffman) devono misurare la loro esistenza con quella del padre, afflitto da demenza senile. Tra case di cura e ospedali trascinano il genitore nella loro incertezza. Sono degli intellettuali, inermi di fronte a ciò che la vita ha escluso dal loro itinerario virtuale. Ora devono affrontare un problema reale e risolverlo nel conflitto tra egoismo e amore filiale. I due mirabili interpreti cesellano gli imbarazzi, l'ansia e la dolcezza che li unisce, mostrando con pietosa ritrosia il malessere di ogni figlio di fronte al declino del padre, più consapevole di loro di quanto sta accadendo. La famiglia Savage non ha la ruffianeria di Sul lago dorato, con i gigioni Henry Fonda e Katharine Hepburn, ma possiede il pudore rasserenante che sa far accettare l'argomento senza truccarne le sgradevolezza.
Adriano De Carlo
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L'Espresso, 4 gennaio 2008
Conflitto fraterno
La compassione ha sostituito l'indignazione: si moltiplicano i film su anziani genitori con il Parkinson o l'Alzheimer, sui bambini inabili, su malati di nervi, su creature afflitte dai guai peggiori. Il grido 'Vergogna!' al quale registi e spettatori erano abituati fin dai Settanta diventa il gemito 'Poveretti'; non è un vantaggio, se i film pietosi non risultano belli e profondi sono lamentosi, tediosi. 'La famiglia Savage' di Tamara Jenkins è bello, e perdipiù analizza quel legame misterioso, impasto d'amore e di rivalità ostile, che è spesso la fraternità.
Fratello e sorella sono diversamente intellettuali, lui saggista e docente letterario, lei autrice di commedie. Hanno poca stima reciproca, non sono amici. Si vedono di rado. Si trovano inetti e sperduti nella foresta della vecchiaia del padre che non sentivano da anni. Li avvisano che questo padre non amato mostra i segni del morbo di Parkinson: non li riconosce, ha disimparato a vestirsi, non riesce a immaginare dove si trovi, non ricorda quasi nulla della sua vita, grida, crede che la figlia sia una cameriera incapace di fare il proprio lavoro, isola l'apparecchio acustico per non sentir discutere né litigare, ha scoppi d'ira lucida molto violenti. Lo ricoverano in clinica, ma si sentono per questo 'gente orribile', pieni di rimorsi e imbarazzi. Poi il padre muore, e ciascuno dei due, mutato e migliorato, riprende la propria vita.
Niente affatto sentimentale ma ricco di quei sentimenti autentici che tutti hanno sperimentato nell'esistenza, capace di raccontare il dolore con forza interiore e senza retorica, venato di ironia, interpretato da attori bravi, 'La famiglia Savage', secondo film della regista Tamara Jenkins, nel suo genere è pienamente riuscito, toccante.
Lietta Tornabuoni
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