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Duchessa di Langeais (La)
La Duchessa di Langeaisdi Jacques Rivette
con Jeanne Balibar, Guillaume Depardieu, Michel Piccoli, Bulle Ogier, Francia-Italia, 2007
 
La Stampa, 13 luglio 2007
Ma quanto è piatto
l'ennesimo Balzac

Nuovo adattamento dal romanzo di Balzac La duchessa di Langeais dopo quello del 1941 con Edwige Feuillere e il copione di Jean Giraudoux che apportò notevoli variazioni all'intrigo. Stavolta il veterano della Nouvelle-Vague Jacques Rivette ha voluto attenersi al dettato letterario, ma il film corretto quanto esangue manca proprio della capacità di Balzac di far balzare dalla pagina appassionanti e come vivi i suoi personaggi. Siamo nel 1823, Armand generale napoleonico ritrova in un monastero spagnolo la duchessa Antoinette, fattasi suora dopo il fallimento del loro amore, e la supplica invano di tornare fra le sue braccia. Dopo di ciò veniamo riportati a Parigi 5 anni prima per seguire la tormentata schermaglia fra lei e lui, culminante in un rapimento della donna organizzato per conto di Armand dalla «Società dei 13».

Al ciclo dedicato a tale associazione segreta appartiene infatti il romanzo balzacchiano; sicché nell'epilogo vediamo di nuovo i 13, all'assalto stavolta del convento con un risultato amaro. Pur raccontato con puntigliosità, il film tralascia ogni spiegazione sulla misteriosa congrega e non riesce a rendere convincenti gli atteggiamenti dei protagonisti. I quali sono Guillaume Depardieu e Jeanne Balibar (più efficace nella sua malinconia lui di lei) e altri attori di buon nome, tra i quali Michel Piccoli e Bulle Ogier, nella circostanza scarsamente utilizzati.

Alessandra Levantesi

 
L'Unità, 12 luglio 2007

Ambientano a ridosso della Restaurazione francese, periodo storico giudicato con severità per la sua ipocrisia e grettezza, La Duchessa di Langeais (Concorso Berlino 07) segna il ritorno di un autore di movimenti interiori e di pulizia d'immagine come Jacques Rivette. Con un'opera dai movimenti tellurici e una coppia di interpreti dalla personalità magnetica. Nonostante il regista abbia confessato di aver scoperto tardi Balzac (che "con Dostoievski sono i due autori da leggere se si vuole fare ciname" diceva Rohmer), con Christine Laurent e Pascal Bonitzer ha sceneggiato il romanzo omonimo. Traendone un thriller sentimentale giocato rigorosamente a due. Del rapporto amoroso emerge la parte più incredibile e difficile da delineare: la volontà di sopraffare, conquistarsi l'altro da una posizione di superiorità. Il titolo originale del film, "Ne touchez pas la hache" (Non toccate la mannaia), si riferiva all' avvertimento di un guardiano mostrando la lama che aveva tagliato la testa a Carlo I. In un equilibrismo spasmodico tra etichetta e sentimento, si fronteggiano nella Parigi delle residenze nobiliari Antoinette de Navarreins (Jeanne Balibar), prestigiosa e civettuola moglie di un duca e il generale Armand de Montriveau (Guillame Depardieu), un uomo d'armi serioso e meditabondo, con gamba offesa, che è tornato in Francia dopo aver rischiato la vita in giro per il mondo. I due si conoscono ad una festa per iniziativa della duchessa. Che invita lo a casa sua intuendo di averlo colpito. E subito confessa a lui e a se stessa: "Temo che ci sia molto egoismo nella mia richiesta".

E infatti il rapporto di conoscenza, seppure la donna gli conceda il privilegio di entrare nell'intimità del suo boudoir, non sfocia mai in qualcos' altro. La donna è calcolatrice e allo stesso tempo fragile: misura gesti e parole, si ammanta di vaghezza, soppesa esposizioni e necessarie ritirate, nonostante abbia realizzato di essere innamorata. In nome dell'etichetta si può tutto. Lui invece diventa sempre meno formale, travolto da una passione divorante, e via via più esplicito. "E se esigessi?" si chiede. Decide che risponderà alla temperanza di Antoinette con crudele intemperanza: "Acciaio contro acciaio, vedremo quale sarà il cuore più tagliente". Il prologo e il finale del film sono girati in un convento di suore di clausura su un'isola spagnola, dove la donna si è rifugiata dal mondo. E dove viene scovata dal generale. Ma la storia è da classificare: amori fuori tempo. Rivette lascia uno sfondo neutro alla vicenda sentimentale, del tutto attuale, con stacchi neri e didascalie sovraimpresse a spiegare o sottolineare il punto di vista di un osservatore imparziale. E mostra che capacità di galleggiamento esercitino gli uomini nelle vicende del cuore. Facendosi scudo delle argomentazioni più varie: il prestigio sociale, il denaro, la religione, l'orgoglio. I due amanti, filmati in interni molto freddi ed esterni caldissimi, vivono la vicenda su posizioni sfalsate, restando insoddisfatti, delusi, frustrati. Recitazione controllata e tutta "interiore" per l'anomala coppia Jeanne Balibar-Guillarme Depardieu. Michel Piccoli ha una piccola parte.

Pasquale Colizzi

 
Corriere della Sera, 13 luglio 2007
Anestetizzata la versione al cinema del romanzo dell' autore francese

La duchessa di Balzac «tradita» da Depardieu jr

L' attore Herbert Marshall, notissimo ai suoi bei dì, pur avendo perso una gamba nella prima guerra mondiale, continuò ad apparire nei film mettendo in pratica ogni sorta di accorgimenti per dissimulare la sua minorazione. Dirigendo Guillaume Depardieu, che ha subito un guaio analogo dopo un incidente di motocicletta, Jacques Rivette si è comportato in modo opposto. Nel film La duchessa di Langeais, dal romanzo di Honoré de Balzac, Depardieu junior viene sottoposto a fatiche inenarrabili: non c' è ambiente che non debba attraversare con passo claudicante, non c' è scalino che gli venga risparmiato. E se il tutto da un lato risulta imbarazzante, dall' altro conferisce al veterano bonapartista Armand de Montriveau un peso doloroso che dall' interprete stinge sul personaggio. Per cui il duetto centrale, che racconta l' amore impossibile fra il generale e la marchesa Antoinette nella Parigi della Restaurazione, risulta alquanto squilibrato: tanto lui è vero, tanto lei è manierata. Non so se Guillaume possa essere considerato un attore eccellente, ma certo è difficile immaginare per questo ruolo uno più giusto di lui; mentre Jeanne Balibar agisce e parla come se fosse la Greta Garbo che non è, incoraggiata dal regista che nel doloroso frangente del distacco amoroso le fa accarezzare i mobili alla maniera della Regina Cristina. Per cui vale la pena di ricordare che nella precedente versione filmica del libro (1941, regia di Jacques de Baroncelli, dialoghi di Jean Giraudoux) la duchessa era incarnata da un mostro sacro come Edwige Feuillere e si volava alto nei cieli del gran teatro. Il cinema francese è come un signore che quando è a corto di risorse può sempre staccare qualche assegno su vari conti in banca intestati a Balzac, Maupassant, Flaubert, Zola e (perché no?) Simenon. Fuor di metafora, i registi parigini continuano a ricorrere da oltre un secolo a una sterminato patrimonio romanzesco che conoscono e amano, a differenza di ciò che succede da noi dove lo scaffale della narrativa è molto più striminzito e fuori mano. Rivette è stato uno dei protagonisti della presa del potere da parte della Nouvelle Vague, che buttò giù dai loro piedistalli René Clair, Autant Lara, René Clement e altri. Oggi che ha l' età del nonno, il regista di La duchessa di Langeais realizza film molto simili a quelli del deprecato «cinema di papà». Pezzo centrale nella trilogia balzacchiana Storia dei 13, La duchessa non ha sempre convinto i critici: se Henry James elogia la precisione dell' autore che affidò le bozze da correggere a una gentildonna esperta di usi e costumi dell' alta società, un critico come Mario Bonfantini definisce il romanzo «macchinoso e di un tragico fittizio». Rivette e i suoi sceneggiatori tengono a proclamare la loro fedeltà al testo, ma si tratta di un atteggiamento più formale che sostanziale. Perché se la vicenda è rispecchiata perfettamente nella sua tripartizione (un prologo, un antecedente e un epilogo), con un' ambientazione suggestiva per ciò che riguarda il monastero dell' isola, le motivazioni dei personaggi risultano schematiche e quando entrano in scena i misteriosi 13 non si sa chi sono. Sulla durata di oltre due ore, i tira e molla di Armand e Antoinette risultano stucchevoli fra un continuo tintinnio di campanelli per chiamare la servitù, l' accensione o spegnimento dei candelabri, il fuoco da ravvivare nel caminetto, le visite annunciate con sussiego. Né bastano a riaccendere l' interesse le pregevoli partecipazioni di Bulle Ogier, Michel Piccoli e Remo Girone. Il tutto in una cornice post-viscontiana estetizzante e priva di nerbo. Della carne e del sangue di cui si nutre il romanzo, nelle raffinate immagini di William Lubtchansky resta ben poco; e Jacques Rivette rischia di venir ricordato come l' anestetizzatore di Balzac.

Tullio Kezich

 
Il Tempo, 14 luglio 2007

«La Duchessa di Langeais» era un romanzo della «Commedia Umana» che Balzac, nelle «Scene della vita parigina», aveva ricompreso nella sezione detta «dei Tredici» di cui faceva parte anche quella «Ragazza dagli occhi d’oro» già riletta per il cinema da Jean-Gabriel Albicocco. Jacques Rivette, però, uno dei Grandi del cinema francese, non si è rifatto né a quella riduzione né alle altre, numerosissime, che hanno portato testi di Balzac sullo schermo. Si pensi al nostro Soldati per «Eugenia Grandet» o a Robert Vernay per «Papà Goriot». Se un esempio si è dato, quasi certamente è quello che gli ha offerto di recente il suo amico e collega Eric Rohmer che però, anziché a Balzac, ne «La nobildonna e il duca», si era limitato a ispirarsi al diario di un’aristocratica inglese rimasta senza paura in Francia durante la Rivoluzione Francese. Risolvendolo con uno stile che, pur con la più salda autonomia, sembra ricordare quello che ha guidato adesso Rivette nella sua rivisitazione del romanzo di Balzac. Una rivisitazione quasi alla lettera, anche negli splendidi dialoghi, nello stesso tempo, però, totalmente creativa, all’insegna di quel cinema di cui, in Francia, Rivette è uno degli esempi maggiori. Si comincia nel 1823, in un’isola spagnola dove un generale francese, Armand de Montriveau, è stato inviato a ristabilire l’autorità del Re Ferdinando VII. In un convento di Carmelitane Scalze ritrova, sotto il velo, la duchessa Langeais, oggi Suor Teresa, da lui follemente amata cinque anni prima nella Parigi della Restaurazione. Subito dopo si risale a quel periodo, descrivendo l’incontro sulle prime solo mondano fra la duchessa e il generale, poi, per il generale, diventato un amore assoluto, accolto dall’altra con una tale civetteria, sia pure solo apparente, da trasformarlo in una gelida ripulsa. Fino a un equivoco che ne ribalterà tutti i termini, e in modo drammatico. Una schermaglia sottile, in una cornice di salotti e di balli che però lascia sempre spazi abilissimi alle psicologie e al loro evolversi via via sempre più contradditorio. Ricostruendo l’epoca con immagini e costumi preziosissimi, graduando gli incontri e gli scontri con fine ed elegante dinamismo e facendoli sostenere da battute di dialogo che, nella versione originale, erano un gioiello purissimo, senza mai una ridondanza, anzi, pur nella loro distanza d’epoca, sempre asciutti e «parlati». Un film alto, di rigore assoluto. I protagonisti, Jeanne Balibar e Guillaume Depardieu, non hanno molti carismi, ma basta «ascoltarli» per esserne conquistati.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011