Dodicesima notte (La)
di William Shakespeare
Old Vic di Londra
Corriere Lombardo, 21 giugno 1950
Lasciatemelo dire, La dodicesima notte rappresenta per il “barbaro” Shakespeare il momento delle armonie ariostesche. L’incanto di questo prodigioso gioco di scacchi dei cari inganni m’è sempre parso consistere nella divina misura delle sue auree proporzioni, esplicite ed implicite, formali e sostanziali, fantastiche e realistiche, comiche e sentimentali. E la stupenda rappresentazione offertane ieri sera, dai suoi interpreti meglio autorizzati, gli attori del londinese Old Vic, i quali hanno fatto sosta al Teatro Nuovo reduci dal Maggio Fiorentino prima di rivarcare il confine, me lo ha confermato.
Sulle soglie dell’Amleto, sul punto di affondare lo sguardo negli abissi dell’umanità delle grandi tragedie e, forse, per giocondare la mente oppressa dalle vermiglie atmosfere di tante macellerie che sfilano nei drammi storici, si direbbe che il poeta abbia voluto sostare un’ora per adunare i raffinati spiriti, le scettiche eleganze e le amorose volubilità del Rinascimento. Un narcisistico compiacersi della mente abbandonata agli itinerari della fantasia, libera, sì, di spaziare nell’irrazionale ma vigilata da precisi e razionalissimi controlli; dove la verità viene accettata quanto basta, e niente di più, per conferire alla favola quel tanto che è sufficiente ad ancorarla ad una attendibilità umana e psicologica, ma senza limitare, in alcun modo, le sue innumerevoli disponibilità di gioco fantastico; e dove tutto è governato da occulte e misteriose leggi musicali.
Non è certo qui, siamo d’accordo, che la cosmica poesia e la tellurica umanità shakespeariane soffiano nelle grandi trombe, ma raramente come nelle preordinate misure di questo racconto d’amore, l’arte ha celebrato i suoi portenti. L’amoroso e il comico, l’epitalamico e il realistico, l’avventuroso e il patetico si alternano, si fondono, si contrappuntano, si sdoppiano e si riuniscono con un’eleganza vigilata, un’educata castigatezza, una fiorita discrezione, insolite al linguaggio del poeta, come le parti di una sonata offerta a un’assemblea cortese di umanistici gentiluomini riuniti ad ascoltare la favola del duca Orsino, signore di una immaginaria Illiria, turbato e sommosso da petrarcheschi aneliti per la bellissima e malinconica Olivia che rifiuta il suo amore ma che è pronta ad ardere appena le si presenta un ambasciatore di Orsino nelle vesti di un paggio gentile. Ahimè! che il paggio è una fanciulla vestita da uomo, Viola; e insinua nella commedia un morbido, casto sapore di androgine tentazioni e di equivoci machiavelli. Ma Viola ha anche un fratello gemello, eguale a lei come una mela spartita, che può offrire ad Olivia gli attributi adatti a fondare un matrimonio sotto ogni aspetto rassicurante, mentre Viola, smessi i pantaloni, può offrire i propri al duca Orsino per altrettanto felici e rassicuranti nozze. E la cortese ballata, dopo aver lasciato la giusta parte di gioco anche a Sir Tobia, proto-Falstaff in sedicesimo, a un suo balordo e sgangherato sozio, al pedante e spropositante Malvolio, al buffone Feste dalle eleganze menestrellesche, e a un’adorabile serva scaltra, si conclude fra musiche e canti.
Non nego la verità della scoperta degli eruditi i quali individuano come fonte principale dell’opera Gli ingannati, una commedia varata dalla nostra Accademia degli Intronati e dalla quale anche il Bandello trasse materia per una novella. A me, però, la più intima e segreta ispirazione da La dodicesima notte sembra riallacciarsi a lontani accordi e fantasie da poema cavalleresco che consegna all’immaginazione del poeta una sostanza romanzesca da trasformare in idillio.
E come sanno recitar bene il loro Shakespeare questi attori inglesi! Con una venerazione e una fedeltà che non escludono né la familiarità né l’inventiva e una disinvoltura e una varietà che non incrinano di uno scrupolo l’unitario splendore dello stile. Sotto la guida, vigilata e precisa al punto di non essere nemmeno avvertita – e con un rispetto esemplare alla personalità dei singoli attori –, del regista Norman Marshall, portentosamente coadiuvato da Hedley Briggs che ha disegnato scene e costumi nei quali non si sa se più lodare il fasto, la fantasia o la raffinatezza, tutti intonati ed esaltati su uno sfondo nero e bianco, i diversi piani della commedia hanno trovato il loro tono, il loro colore e il loro rilievo inseriti in un ritmo, esteriormente uniforme ma ricchissimo di variazioni e di spezzature, di soste e di accelerazioni interiori. Salvo, forse, soltanto L’école des femmes di Jouvet, è stato lo spettacolo più armoniosamente bello al quale io abbia assistito.
Sul prodigioso insieme hanno spiccato in modo particolare Ernest Milton, un pedante Malvolio nel quale la deformazione caricaturale raggiunge un’originalità di stile stupefacente che gli ha valso applausi quasi ad ogni scena; e Clelia Johnson – che ha trovato in Paul Hansard un sosia sorprendente –, Viola dalla freschezza e dalla grazia primaverili. Ma nessuno degli altri è rimasto inferiore al tono di una classe eccezionale: Ursula Jeans femminile e malinconiosa Olivia, Roger Livesey un Sir Tobia di plastico realismo, Fabian Smith buffone la cui comicità è stata superata dalla sua abilità di cantore, Geoffrey Toone principescamente autorevole, Margaret Burton petulantissima e risentita servetta, e tutti gli altri indistintamente. Applausi molti, generati da una stupita ammirazione. Il pubblico non era numeroso e peggio per chi non c’era. Può fare ammenda stasera all’unica replica della commedia. |