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Distanza (La)
di Sabatino Lopez
Commedia in tre atti
Corriere della Sera, 29 ottobre 1921

C’è, in una piccola città piemontese, una castellana di grande nascita, di gentile e chiara bellezza, colta, arguta, illibata: la marchesa Dianora di Primasco. La cittadina ha un ginnasio, dove alcuni vecchi professori finiscono stancamente la loro carriera ed alcuni giovani l’iniziano. E tutti i giovani frequentano il castello dei Primasco, e finiscono a innamorarsi, uno dopo l’altro, della bella signora, che sorride indulgente e tramuta a loro passione in una rispettosa amicizia amorosa rimanendo fedele a suo marito, il marchese di Primasco, bell’uomo, dai potenti appetiti, gagliardamente scostumato, che non la rende felice.
Un anno capita, all’ombra del castello dei Primasco, Marino Serralunga, un professore novello, meno addomesticabile degli altri. Pieno di ingegno e di dottrina, e di ruvido orgoglio, poco avvezzo al viver morbido della società elegante, sgraziato ed impetuoso e schietto e sempre sulle difese, non è disposto ad accogliere bene gli inviti della marchesa. Teme, in essi, gli inganni di Alcina. La sua povertà non lo umilia, ma gli comanda la sdegnosa alterigia della solitudine. Figlio di un bidello, superati, tra privazioni acerbe, gli anni di studio, tutto quello che lo distrae dalla severità del suo lavoro gli sembra frivolo. Perciò, sebbene la marchesa che ha udito parlare di lui con curiosità ed ammirazione, venga in persona a pregarlo di frequentare la sua casa, sulle prime rifiuta. Ma poi si lascia domare, e va al castello, e ci torna, e vi si trova bene. La scorza, no, non gli si alliscia: ma lo spirito gli si placa dentro; tanto che si trova, talvolta, a dire parole di grazia accompagnandole con gesti da orso. Quella sua irsuta mansuetudine davanti alla donna bellissima, è amore bello e buono, ed egli non se ne accorge.
Quanto alla marchesa, sente quello che c’è di alto di forte e di libero nel cervello e nel carattere di quel suo amico selvatico: e anche ella, nauseata dalle dissolutezze del marito, presa dal fascino dell’intelligenza, dell’originalità del Serralunga, lo ama senza confessarselo, inconsapevolmente, lieta di lui, non sgomentata dal sentimento che per lui nutre, perché è tutto candido e generoso.
Ma gli avvenimenti precipitano. Marino, con la sua inesperienza del mondo, incapace di scegliere tra le cose che vanno dette e quelle che vanno taciute, un giorno rivela alla marchesa un amorazzo di suo marito con una serva di casa. La marchesa indignata, non perché sia gelosa di un uomo che non ama più, ma per la qualità della donna con la quale il marchese la tradisce, e per la notorietà scandalosa di questa debolezza ancillare del marito, scaccia la cameriera. Il marchese, alla sua volta, scoperto che l’autore della rivelazione è il Serralunga, lo prega di levargli l’incomodo e di non farsi più vedere al castello. Allora, tra il professore e la signora, tra l’ospite scacciato e la donna che, non solo lo ama, ma profondamente lo stima, avviene una scena nella quale tutti e due, quasi senza volerlo, si rivelano la loro passione. Non possono separarsi, non vogliono. Né d’altra parte ella è donna da prestarsi ad una effimera avventura; né egli vorrebbe che l’alta idea che ha di lei fosse contaminata. Perciò non trameranno un inganno, non s’appagheranno d’un intrigo peccaminoso. Il loro sarà il pieno, il sincero amore, davanti a tutti. Si uniranno per vivere insieme, amanti, se non potranno essere sposi, ma pubblicamente, alteramente, per sempre. Egli lavorerà per lei, per la bellezza della sua anima e del suo sorriso; ella l’amerà perché egli fermi “i piè saldi sul termine – cui combattendo varrà a raggiungere”.
Questa è l’intenzione. Ma, ahimè, ciò che fu progettato non si compie. Molti piccoli fatti si accumulano per far sentire a Marino che una grande distanza di origine, di classe, di abitudini lo separa da Dianora. Egli scopre, fra l’altro, per un caso, che suo padre fu il bidello del padre di lei, principe di Melisangro, che vanta poco meno che regnanti fa i suoi antenati. Allora l’assale la paura dell’avvenire, di quella che sarà la sua vita accanto alla donna della quale sentirà, con rancore crescente, la superiorità; di quella che sarà la vita di lei quando, dopo la prima ebrezza del darsi, scorgerà ogni giorno in lui qualche cosa di inferiore e di goffo, sicché finirà ad amarlo con un po’ di umiliazione e di vergogna. Perciò Marino rifiuta la grande felicità di prendersi la bella signora, la rifiuta per amore del suo amore, per non guastarlo, per non farlo diventare una tormentosa realtà. Piange di dolore, piange d’ira, ma torna, col sapore di un bacio di lei sulle labbra, alla sua selvaggia solitudine.
Ecco la commedia; e una commedia di Lopez si ascolta sempre con piacere grande. Questo bellissimo ingegno, fino, probo, assennato, limpido, pensoso e spiritoso, acuto e benevolo, in tanto traviarsi di spiriti alla ricerca della pietra filosofale, ha sempre serbato fede all’arte sana, non tormentata da voglie smisurate, umana e verace e semplice, con, tutt’al più, qualche lusso di civetteria goldoniana. Ma, udendo i tre atti di ieri sera, m’è sembrato che il Lopez si sia fermato sulla soglia della sua vera commedia. E, badate, che la soglia è scolpita spesso da maestro, e vi si indugiano a parlare graziosamente figure e figurine piene di sapore. Ma perché l’autore si è limitato a dare a Marino il presentimento angoscioso della distanza che divide lui da Dianora, e non ci ha invece mostrato in azione, come questa distanza si faccia a poco a poco, spietatamente sentire tra due amanti allacciati da una passione potente? Che Marino si disperi perché ha la giusta percezione di quello che avverrà, che per paura del domani fugga la donna che ama, non è commovente; se commovente ieri sera ci è sembrato, fu perché, nel terzo atto, Lopez ci ha preso con l’impeto dell’eloquenza del Serralunga, perché gli ha fatto raccontare, in modo impareggiabile, in una breve scena che ha suscitato i più caldi applausi, la commedia che non ha scritto.

Per due atti e mezzo l’autore ha mosso personaggi, ha dovuto persino ricorrere talvolta a coincidenze, a incontri, a riconoscimenti, tutt’altro che impossibili, ma sempre poco graditi al teatro, per condurci, con abilità, spesso anche con artificio, vicino alla vera sostanza della commedia, traendo da essa alcuni belli accenti impetuosi, ma non i tratti di quella vita osservata che egli sa riprodurre così bene. La commedia di ieri è l’antefatto del vero dramma che l’autore ha visto, del quale ha compreso la bellezza, la forza e l’umanità. Per me, il difetto maggiore del suo lavoro è questo. Altri ce ne sono. Scene di una crudezza eccessiva, svolte per la necessità di allacciare l’azione davanti a personaggi che fanno da testimoni non senza imbarazzo e non senza inverosimiglianza; ma queste pecche derivano, secondo me, dal fatto che il Lopez si è fermato a maneggiare una materia fredda, sfiorando solo alla fine quella incandescente, entro la quale avrebbero dovuto torcersi e consumarsi i suoi due protagonisti.
   
© Sipario 2011