Sorelle in guerra
Lasciando da parte Fellini, sono forse Vittorio De Seta, Elio Petri, Marco Bellocchio, Fabio Carpi, Roberto Faenza e Marco Ferreri i registi italiani il cui lavoro è più legato, direttamente oppure no, alla psicoanalisi freudiana o junghiana, ossia al maggior veicolo di conoscenza, insieme con il marxismo, della realtà contemporanea. Anche se i due strumenti di conoscenza vengono considerati obsoleti, passati di moda, persino ridicoli, restano importantissimi e preziosi: a patto che a pretendere di usarli non siano registi americani. In questo caso, è un disastro: quasi sempre la psicanalisi si trasforma, nelle mani di quegli autori di cinema, in psicologismi polverosi, in idee-citazioni lette chissà dove e quando, in luoghi comuni logori.
Soprattutto quando il regista americano è di buona volontà, un uomo fragile prodotto da genitori troppo forti quali Gena Rowlands e John Cassavetes: come Nick Cassavetes, appassionato alle difficoltà dei rapporti umani e alle mutazioni della personalità. Il suo 'La custode di mia sorella' racconta d'una ragazzina convinta che i genitori l'abbiano messa al mondo soltanto per far sopravvivere la sorella maggiore, malata di leucemia, costretta a continue operazioni, trapianti, trasfusioni. Con pazienza e dolore, per tentare di curarla, la ragazzina si sottopone a sacrificare il proprio sangue, il proprio midollo spinale, le proprie cellule staminali. Quando le chiedono un rene, però, agisce diversamente: decide di intentare causa ai genitori per recuperare i diritti sul proprio corpo, agli affetti che le sono dovuti, sulla funzione personale che può avere nella vita. Avrà dodici, tredici anni, troppo pochi per capire le proprie autentiche motivazioni, i veri rancori: ma è la sorella malata a guidarla, a unirsi a lei in una identificazione parziale che diventa totale.
Lietta Tornabuoni