I personaggi di Camilleri sono divertenti ma un po' macchiette
Enormi faldoni rigurgitanti carte e polvere pronti a crollare sotto
il peso di un foglio in più, sono lo spazio scenico - ideato da
Antonio Fiorentino - in cui vive la commedia «La concessione del
telefono» che Andrea Camilleri con il regista Giuseppe Dipasquale
ha tratto dall' omonimo romanzo dell' autore empedoclino. Tra le scartoffie
si aggirano personaggi - gli originali costumi sono di Angela Gallaro
- travolti dalla valanga di equivoci, intrighi e complotti da loro stessi
messi in atto. Motore della complicata vicenda è la richiesta
di una concessione telefonica che il napoletano Pippo, abitante nella
Sicilia di fine Ottocento con la moglie Taninè figlia del ricco
commerciante don Nenè, marito in seconde nozze della giovane e
bella Lillina, fa alla prefettura. Telefono che servirà nei piani
del furbastro Pippo per fissare appuntamenti amorosi con Lillina. E la
domanda di concessione scatena una serie di situazioni che si stratificano
e si intersecano, protagonisti un prefetto truffaldino con la fissa del
pericolo socialista, mafiosi e integerrimi funzionari, corrotti e corruttori,
amanti e mogli, mariti e cornuti, padri e padrini. È un tourbillon
di accadimenti e quiproquò sotto i quali si cela il peso della
burocrazia, della mafia e del perbenismo. Una commedia che la regia spinge
decisamente sul piano della farsa e che gli attori interpretano con visibile
divertimento. Una farsa e una recitazione cui ogni tanto manca la misura
e i personaggi diventano macchiette che suscitano un riso meccanico e
il disegno di fondo si appanna. Uno spettacolo comunque divertente e
nella nutrita compagnia di bravi attori vanno segnalate le prove di Francesco
Paolantoni (nella foto, al centro), un Pippo opportunista che «tira
a campare» al meglio, del poliedrico Pippo Pattavina e del più raffinato
ma non meno divertente Tuccio Musumeci, di Alessandra Costanzo e di Gian
Paolo Poddighe. LA CONCESSIONE DEL TELEFONO Teatro Strehler, fino al
13 maggio
Magda Poli