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Classe (La)
regia Laurent Cantet
con F. Bégaudeau, N. Amrabt, L. Baquela, C. Rachedi, J. Demaille, D. Doucouré
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Il Tempo, 8 ottobre 2008
Quando il cinema si assimila al reale. Costruendolo come una finzione, ma lasciandogli i toni, i tempi, la gente e le voci del quotidiano; come se nascesse lì, di fronte alla macchina da presa. È l'esperimento, dai risultati splendidi, di Laurent Cantet, dopo due film di successo, "Risorse umane" e "A tempo pieno" (il terzo, "Verso il sud", è da dimenticare). Un liceo in un quartiere marginale di Parigi. Una classe di ragazze e ragazzi e multietnica, riflesso delle odierne periferie parigine. Al centro, un insegnante di lingua francese, François Bégadeau, che è stato effettivamente insegnante e che, da quella sua esperienza, ha ricavato un libro che è adesso la guida del film di Cantet.
Non c'è, nell'azione, un vero filo conduttore anche se, all'interno, vi si possono percepire linee, sensi di marcia. I primi, l'impegno dell'insegnante per ottenere che i suoi allievi, usi ad esprimersi in gergo, parlino correttamente la lingua francese. I secondi, la presenza, attorno, di insegnanti di altre materie, anch'essi con le loro aspirazioni e i loro metodi, specie nei confronti della disciplina. Da ultimo uno scontro di François con la classe che lo contesta perché lui, tanto attento alle parole, se n'è lasciata sfuggire una da cui, per la rivolta subito esplosa, seguirà l'espulsione di un allievo. Così, finito l'anno, François si sentirà quasi in colpa con il timore che i suoi metodi fossero sbagliati.
Non ci sono i soliti contrasti, buoni-cattivi, autoritari-permissivi, che si incontrano nei film di ambiente scolastico, anche nei migliori come "L'attimo fuggente". C'è una cronaca obiettiva, all'insegna dell'immediato, "vissuta" da autentici allievi di scuole parigine e dallo stesso Bégadeau. Gesti naturali, mimiche mai contraffatte (per ottenerle si sono incontrati 3000 studenti), dialoghi fatti quasi sempre autonomamente scaturire dalle situazioni in cui tutti quei personaggi venivano coinvolti senza indicazione di un testo preesistente, quasi a loro insaputa. Uno spaccato di vita dal principio alla fine. All'inizio con curiosità, al momento di chiudere con la mestizia di aver intuito un fallimento. Aveva ragione Zavattini: inutile aspirare alla poesia, è già tutta nel reale.
Gian Luigi Rondi
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L'Espresso, 17 ottobre 2008
Diario di classe
L'ultimo film di Laurent Cantet, Palma d'oro a Cannes, è piaciuto per il suo estremo naturalismo. Ma è artefatto e complesso, lontano da quel realismo che soltanto pochi sarebbero davvero in grado di riconoscere
"La classe" di Laurent Cantet, diario di un anno scolastico vissuto da un professore e da studenti adolescenti (14-17 anni) tra le pareti d'un liceo periferico parigino ovviamente multietnico (africani, asiatici), Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes, è piaciuto molto per ragioni sbagliate. Spettatori e critici ne hanno esaltato la sincerità, il naturalismo, l'essere "più vero del vero". Errore: è uno dei film più artefatti e complessi, lontano da quel realismo che soltanto pochi sarebbero davvero in grado di riconoscere; e presenta un nuovo genere di legame colto tra cinema e scrittura.
Il regista, che desiderava fare un film su una classe scolastica in modo che diventasse megafono e microcosmo della Francia contemporanea, si imbatte per caso nel libro del trentenne professor François Bégaudeau 'Entre les murs'(pubblicato in Italia da Einaudi col titolo 'La classe', più ricco e sottile del film). Decide di usare il libro come "materiale documentaristico", chiede all'autore di interpretare l'insegnante protagonista e di partecipare al lavoro di sceneggiatura. Costruisce i personaggi degli studenti a volte fondendo le caratteristiche di diversi ragazzi presi dal libro. Organizza un laboratorio di recitazione al quale partecipano per un anno una cinquantina di studenti: ne sceglie 25 per il film, e insieme con loro ne sceglie i genitori per le scene di colloquio con gli insegnanti. A nessuno fa leggere la sceneggiatura. Filma tutto con tre macchine da presa, per catturare ogni faccia o gesto imprevisti.
Insomma, una costruzione minuziosa e accurata. Pochi di noi hanno frequentato o frequentano ora una scuola parigina di periferia: gli studenti e il professore possono sembrare santini appiccicati al muro, i ragazzi troppo miti (e i pochi ribelli sono tutti neri), gli insegnanti troppo idealisti e dediti al loro lavoro. Si può provare un senso di falsità, di ipocrisia: ma il risultato è molto interessante e bello proprio per come la sua artificiosità sembra convincente naturalezza.
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 17 ottobre 2008
Se la conoscenza resta l'unica difesa
Un film miracolosamente in delicato equilibrio tra documento e finzione, da parte di Laurent Cantet, regista che ha sempre preso il lato poetico della sociologia (Risorse umane, A tempo pieno) ancorandosi al presente. Racconta la quotidiana odissea di un professore progressista di una terza media di Parigi, classe multietnica e Francois Bégaudeau è se stesso, autore anche del libro Einaudi. La storia vive nel suo farsi, viva e immediata anche se organizzata con personaggi, trovate e scopre dinamiche nuove, non facili né semplici nel rapporto didattico, disegnando un enorme punto di domanda sulla nostra società in divenire. Utile il dialogo? Il disagio esplode, la conoscenza è l'unica difesa rimasta. La classe rappresenta l'antropologia del cinema vero, la sua funzione morale di grimaldello con la verve simpatica di due ore che passano in un lampo ma non si dimenticano più.
VOTO: 9
Maurizio Porro
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L'Unità, 9 ottobre 2008
Dentro i conflitti di classe
Pensate al rischio che può prendere un autore a girare oggi, in piena esplosione teen, un film su una classe di 13nni e 14nni. Visto che sono inseguiti da tv e operatori telefonici e blanditi da marche di abbigliamento e colossi dell'intrattenimento, perché sono gli unici nel globo ad avere un briciolo di fiducia nel futuro (e quindi a spendere con spensieratezza), gli adolescenti davanti ad una macchina da presa come minimo si trasformano in istrioni pronti al "lancio nel mondo del cinema". Pur vero che a rappresentarli ci vuole poco per gli sceneggiatori svogliati: i luoghi comuni sulla gioventù di oggi sono tutti lì negli scaffali dei blockbuster. Aspettatevi il prossimo Moccia. Trappola scampata da Laurent Cantet – ma il rischio era basso - già allo scandaglio di contesti sociali per lo meno problematici (con Risorse umane e A tempo pieno mischiava rapporti padri-figli con la dura legge del mercato del lavoro), Palma d'oro per un reality "entre les murs": non un film sulla scuola ma un occhio "tra le quattro pereti" di una classe. In cattedra Francois Begaudeau, autore del libro omonimo, successo editoriale col racconto della sua esperienza di insegnante e quindi sul set di nuovo accanto a veri colleghi e davanti a veri studenti, ma non suoi: attori volontari usciti da un laboratorio in cui si improvvisava mettendo qualcosa di se nei personaggi già definiti. Poi vacanze estive sacrificate per girare il film. Tutto sommato ragazzi molto più volenterosi nella realtà che nella finzione.
Perché la classe di una scuola parigina di periferia è di quelle "difficili": niente di drammatico ma francesi, arabi, africani e cinesi ci convivono proiettando se stessi nella futura nazione. Ci stanno carenze di partenza, rancori storici, diffidenze e strane alleanze. C'è chi non si sente francese pur essendolo, chi se ne frega, ci sono i gangsta, il dark, la bella, la sfacciata, chi non si sottomette e quello con il cappuccio sempre tirato sugli occhi. E chi critica gli esempi "razzisti" del prof, perché usa sempre "nomi di bianchi ricchi". L'affresco è spontaneo, fluido e immediato: la camera instancabile sonda sguardi, posture e modi di vestire mentre Begaudeau fa il suo mestiere, tirando fuori la personalità di questi ragazzi, portandoli al rango di veri personaggi, come fanno i bravi prof che non si fossilizzano sullo stereotipo buono/cattivo. Delicato il siparietto dei genitori, veri accanto ai figli: c'è l'arabo fiero e ambizioso che vuole che il figlio vada "più avanti di me", la signora borghese che sogna un liceo di alto livello per il suo, la madre africana che nemmeno parla il francese. Cantet non fa sociologia ma cronaca, nella maniera più semplice. Però guai a sottovalutare il lavoro di costruzione di questa messa in scena, l'equilibrio naturale, la giustezza dell'involucro che calza a pennello ai non-attori. A Cannes banlieuve parigina batte Gomorra uno a zero. Ora se le contenderanno anche agli Oscar.
Pasquale Colizzi
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Il Mattino, 11 ottobre 2008
Nella «Classe» lezioni di vita
Oltremodo originale e spiazzante, «La classe - Entre les murs» non viene per unire, ma per dividere il pubblico. Vincitore a sorpresa della Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes, nel maggio scorso, il film di Laurent Cantet - sbrigativamente soprannominato il Ken Loach francese - è un raro esemplare di quasi-documentario tratto dal libro omonimo pubblicato due anni orsono dal trentasettenne François Bégaudeau, interpretato dallo stesso ex insegnante di scuola media e realizzato facendo «entrare nelle loro parti» ventiquattro alunni di un turbolento liceo del ventesimo «arrondissement» parigino. Grazie al duro training preparatorio cui i ragazzi si sono volontariamente assoggettati, e al delicato equilibrio raggiunto tra immedesimazioni e recitazioni, la regia di Cantet cerca innanzitutto di trascendere il contesto claustrofobico della quotidianità scolastica. Inoltre le lezioni, i collegi dei professori, i metodi d'insegnamento, l'irruzione del mondo esterno, i ruoli ricoperti o rifiutati dalle famiglie e la conflittualità permanente innescata dalla multietnicità del gruppo riescono via via a trasmettere non solo e non tanto le pene della categoria disprezzata e malpagata degli insegnanti, ma soprattutto i dubbi e i drammi dei ragazzi tutti incapaci, sia pure nella loro mescolanza sociale, di forgiare il comportamento sui canoni della disciplina e della gerarchia e di «tradurre» in qualche modo il codice imparato dalla strada in quello della cultura e dell'apprendimento. Il protagonista, ovviamente, non fa che registrare delusioni e sconfitte; ma Cantet sa intravedere, tra gli incrostati ingranaggi dell'autoritarismo e della discriminazione, anche uno slancio energetico che preserva il suo excursus dal consueto vittimismo sociologico-progressista. Certo, il ritmo del racconto prende il suo tempo e raramente rinuncia all'altalena dei primi piani; eppure tematiche complesse e irrisolte come quelle dell'immigrazione e dell'integrazione sembrano illuminarsi di una luce più intensa proprio grazie allo stile insieme lieve ed intenso.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 10 ottobre 2008
Quando la vita quotidiana di un normale liceo francese rivela la bellezza del cinema
A volte il miracolo succede. Ti siedi in platea e per una volta ti sembra che lo schermo si trasformi davvero in una finestra che si apre sul mondo. Per una volta senti aria pura che entra nel cinema e scompiglia i capelli, cancella le convenzioni e le abitudini. Succede con La classe, il film di Laurent Cantet che ha vinto l' ultimo festival di Cannes riportando la Palma d' oro in Francia dopo ventun anni (strappandola a un altro film che procurava le stesse sensazioni, Gomorra di Matteo Garrone). E se ci ripensi, alla fine, ti rendi conto che il merito non è né della storia (un anno nella vita di un liceo francese di periferia, che si conclude senza nemmeno sapere chi è stato promosso o bocciato. Senza sapere chi ha vinto o ha perso) né del fascino o della bellezza degli interpreti (normalissimi studenti liceali trasformati in attori grazie agli incontri settimanali con il regista: più o meno dei «normali» corsi integrativi). No, alla fine il merito è proprio del cinema, della sua capacità - a volte - di cogliere attraverso la recitazione e la messa in scena qualche briciola di realtà. Di verità. Di bellezza. All' origine c' è il libro autobiografico di François Bégaudeau Entre les murs (ora tradotto in italiano col titolo La classe da Einaudi), che racconta in forma molto libera e diaristica un anno di insegnamento nelle prime classi di un liceo del ventesimo arrondissement, il collège Françoise Dolto di Parigi. Un libro che ha avuto un certo successo in Francia e che ha spinto l' autore ha lasciare l' insegnamento per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e al giornalismo. Laurent Cantet è partito da qui, ma non si è limitato a scegliere degli attori, o aspiranti tali, per «dare forma» al testo letterario. Ha deciso di lavorare per un anno intero con i ragazzi che frequentavano davvero quel liceo, invitando chi voleva recitare a degli incontri settimanali. Con i 25 più assidui (e più motivati) ha cominciato, insieme a Bégaudeau (che nel film interpreta se stesso, il professore di lingua francese), a tratteggiare i caratteri degli studenti che si sarebbero visti nel film, ognuno inventando situazioni e atteggiamenti ma anche portando esperienze personali e proposte. Molti degli «autoritratti» che a un certo momento gli studenti scrivono sono usciti dalla fantasia dei soli ragazzi, così come il carattere ostico e scostante di Souleymane (Franck Keita) o quello ribelle di Kohumba (Rachel Régulier) o quello curiosamente riflessivo di Wei (Wei Huang). Mentre altre volte l' identificazione era più diretta, come per la «contestatrice» Sandra (Esméralda Ouertani). Questo materiale umano, Cantet l' ha usato per raccontare alcuni momenti della vita scolastica di una classe di quindicenni, senza disperdersi in un' inutile voglia di dire tutto ma scegliendo di privilegiare alcuni momenti significativi. O comunque problematici. Come l' insegnamento della lingua francese in una classe (e in una società) ormai intimamente multirazziale. Come il rapporto didattico che si instaura (o si dovrebbe instaurare) tra docenti e allievi. Come il percorso di maturazione che la scuola dovrebbe favorire e che spesso finisce per ostacolare. Come il livello di responsabilizzazione che gli insegnanti sanno mettere in gioco nella loro professione. Senza mai fare una specie di cahiers des doléances, dove elencare i tanti problemi della scuola, ma sforzandosi sempre di restituire la complessità e lo spessore delle cose. Cinema, dunque, come strumento capace di leggere e interpretare il reale, come calamita per trattenere solo i momenti essenziali (è chiaro che la scena del consiglio di classe, con le due rappresentanti che sghignazzano e si distraggono, è «costruita», perché funzionale a far avanzare il racconto. Così come la scena della reazione di Souleymane al giudizio negativo dei professori e poi il successivo consiglio di disciplina). Ma anche cinema come specchio del mondo quotidiano, capace di restituire nella sua sfaccettatura la verità dei volti e delle persone, la ricchezza del mondo quotidiano, la sua impossibilità di incasellamento o semplificazione. E, da qui, cinema come strumento di conoscenza e di analisi, non perché divide i buoni dai cattivi ma perché li confonde, li mescola, li incrocia. Perché pone problemi che si rifiuta di risolvere (non è questo il compito del cinema) e anzi ingarbuglia ancora di più le risposte. Perché pur svolgendosi tutto all' interno delle mura scolastiche fa sentire quello che succede fuori e che finisce per «invadere» anche la classe (la moda attraverso i vestiti, la famiglia attraverso i genitori, la cultura attraverso le curiosità). E perché pur durando due ore e otto minuti non ha mai un attimo di pausa o di rilassamento. Dobbiamo aggiungere che un film così sulla scuola italiana sarebbe un altro auspicabile miracolo?
Paolo Mereghetti
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La Stampa, 10 ottobre 2008
La strada entra in classe
Qualcuno ha scritto che La classe di Laurent Cantet, Palma d'oro a Cannes e candidato francese per l'Oscar, non è un film sulla scuola ma (vedi il titolo originale Entre les murs) un film «dentro» la scuola. Al primo posto in patria negli incassi, la pellicola vanifica discorsi e teorie anche seri, figurarsi il tema dei grembiulini caro al nostro ministero, mettendo in scena l'incontro-scontro fra due mondi: quello dell'insegnante, impegnato a trasmettere lo scibile, e quello degli allievi, che trovano il sapere scollegato dalla vita.
François Marin insegna nella IV ginnasio di una periferia multietnica parigina. Però non è questo il punto. Arabi, cinesi, africani o bianchi che siano, questi alunni tredici/quattordicenni, simili per gergo, rituali, modo di vestirsi, portano nella scuola la voce della strada, cioè di una realtà in continua trasformazione. Che ne sa di loro quel giovane professore che si presenta in veste di amico? Come può pensare che un'immutabile regola grammaticale o la scansione di un endecasillabo possano avere qualche influenza sul loro futuro? Dal canto suo, frustrato nel suo tentativo di dialogo, il prof reagisce, si offende anche, entra in crisi assillato dal dubbio di pretendere troppo o troppo poco. Però non si arrende, consapevole che le provocazioni nascondono una richiesta di aiuto: vediamo quanto sei disposto a sopportare, se sai convincerci, se ti stiamo veramente a cuore.
Ispirato all'omonimo libro (Einaudi) di François Bégaudeau sulla sua esperienza di insegnante e da lui stesso interpretato, La classe è animata da venticinque veri alunni che recitano un copione cucitogli addosso su misura da Cantet nel corso di un anno di prove, ma lasciando spazio sul set all'improvvisazione, con tre macchine da presa in grado di cogliere al volo il momento estemporaneo, il gesto improvviso, l'espressione volatile.
Ne deriva un'incredibile sensazione di freschezza, spontaneità e divertimento; e al tempo stesso la consapevolezza che la vera istruzione, o passa grazie a quel rapporto indicibile, a volte meraviglioso e spesso sofferto, che si instaura fra maestro e allievo. O non passerà.
Alessandra Levantesi
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Il Giornale, 10 ottobre 2008
Per quegli studenti-attori la scuola è una prigione
Entre le murs, Palma d'oro a Cannes, racconta la scuola francese, ma va bene anche per quella italiana. I professori parlano una lingua che gli studenti non capiscono e insegnano materie di cui questi ultimi non vedono l'utilità, gli studenti vivono le lezioni come una prigione nel peggiore dei casi, una perdita di tempo nel migliore. Il tutto fra le mura di un edificio dove le regole e i ruoli bene o male resistono, ma nessuno sa il perché. Girato con attori non protagonisti, allievi di un liceo parigino, costruito come fosse un documentario in presa diretta, Entre les murs ha una freschezza di verità stupefacente che cattura e commuove. Si capisce che insegnare è un mestiere eroico, nel quale sono più le sconfitte che le vittorie.
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