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La città proibita
di Zhang Yimou, con Gong Li, Chow Yun Fat, Jay Chou, Cina, 2006.
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Avanti, 3 giugno 2007
Uno Shakespeare nel segno del Dragone
In fatto di teoria estetica, tra
i più accesi avversari di Shakespeare
figura senza dubbio Lev Tolstoj, che in un'appendice al saggio "Che
cos'è l'arte?" non gli risparmiò colpi di fioretto: "Il
soggetto delle opere teatrali di Shakespeare (…) è un'infima,
volgarissima concezione dell'esistenza che considera la grandezza esteriore
dei signori del mondo un genuino merito, che disprezza le folle, vale
a dire la classe lavoratrice, che ripudia non soltanto ogni religione,
ma anche ogni sforzo umanitario volto al miglioramento dell'ordine esistente".
In effetti, è proprio per il suo sostanziale disinteresse, per
l'assoluta libertà da ogni istanza morale, politica e religiosa
che il critico Harold Bloom ha visto nel Bardo il centro del "canone
occidentale", quella capacità di rappresentare l'uomo moderno
in modo tale da farne un modello valido anche per altre culture ("Il
canone occidentale", Bompiani). L'universalità senza tempo
né luogo del drammaturgo inglese è ampiamente confermata
dalla settima arte. Dopo le riletture scespiriane in salsa giapponese
del grande Kurosawa ("Trono di sangue", 1957, da "Macbeth", "Ran",
1985, da "Ren Lear"), arriva ora sugli schermi "La città proibita" del
cinese Zhang Ymou, che chiude qui la trilogia "wu-xia-pian" (un
misto di cappa e spada e arti marziali) iniziata qualche anno fa con "Hero" e
proseguita con "La foresta dei pugnali volanti". Pur non mancando
le sequenze epiche, a differenza dei due episodi precedenti, classificabili
come film d'azione, a dominare qui è la staticità delle
scene d'interni. La storia si svolge in Cina ai tempi della tarda dinastia
Tang (923-936 d.C.), contrassegnati da forti divisioni e disordini, e
racconta degli intrighi che all'epoca laceravano il palazzo imperiale,
immerso in uno sfarzo portato fino all'eccesso. Incontriamo così l'imperatore
appena rientrato insieme al secondogenito dalla guerra contro i mongoli,
l'imperatrice impegnata nel frattempo in una relazione col figliastro,
il principe ereditario, che vista la situazione cerca una via di fuga
con la figlia del medico imperiale. Siamo alla vigilia della festività che
ha per simbolo il crisantemo dorato e il sovrano avvelena lentamente
la consorte, che finisce per accettare il suo destino con rassegnazione,
mentre all'improvviso centinaia di guerrieri in armatura dorata sono
pronti a sferrare l'attacco contro il palazzo. Giocato sul contrasto
dentro-fuori, il film descrive l'interno della reggia come luogo di un
sostanziale dominio femminile che diventa teatro scespiriano di odi,
vendette e vecchi rancori, con al centro un'imperatrice-Medea capace
di infierire sui figli pur di dilaniare l'anima del marito, in contrapposizione
a un esterno dove a regnare sovrana è la forza di un esercito
che minaccia di far crollare l'antico ordine. Malgrado il risultato presenti
il ritratto di un'epoca in preda alla corruzione, non vi è tuttavia
l'ombra di contenuti politici, specie in riferimento alla Cina attuale.
Ancora una volta, infatti, Zhang Yimou ha privilegiato gli aspetti stilistici,
puntando soprattutto sulla cornice scenografica elegante e lussuosa,
sui costumi curati nei minimi particolari, sui colori molto accesi e
volti a creare pagine di totale incanto. Per non dire delle meraviglie
rese possibili dall'elettronica, con le splendide coreografie d'azione
all'insegna delle migliori arti marziali. Con l'unico rischio di un formalismo
un po' fine a se stesso, che impedisce di guardare a quest'opera di merito
come a un autentico capolavoro. Completano il quadro dei personaggi molto
ben delineati, che, per dirla ancora con Bloom a proposito degli eroi
scespiriani, agiscono come "liberi artisti di se stessi" all'interno
di categorie del tragico che sembrano fuori da ogni tempo e da ogni vincolo.
Tra gli interpreti vanno ricordati almeno i due protagonisti, due glorie
del cinema cinese, Chow Yun-Fat e Gong Li. Lui riesce a donare all'imperatore
una dignitosa compostezza anche di fronte all'esplosione del dramma;
lei, ex compagna del regista e sua attrice di sempre, con l'inarrivabile
bellezza e la voluta fissità del volto arriva di nuovo a bucare
lo schermo.
Filippo Zavetti
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La Stampa, 25 maggio 2007
Pechino vertigine
di eleganza e morte
Trionfo di sfarzi, odio e potere nel film di Zhang Yimou con una splendida
Gong Li al centro di una sanguinosa faida imperiale
Zhang Yimou è il regista che nel 1991 fece conoscere in Occidente
con Lanterne rosse l'incanto del cinema cinese, e che da allora ha seguìto
due percorsi differenti: film realisti sulla vita presente delle persone
in Cina (La storia di Qiu Ju, Non uno di meno, Vivere!) e film immersi
nello splendore del passato, della Storia, delle grandi battaglie. Forse è un
errore dire che i film contemporanei sono destinati ai cinesi e che i
film leggendari sono destinati agli stranieri: in realtà piacciono
a tutti ed è particolarmente il genere guerresco detto «wuxiapian» ad
essersi moltiplicato (La foresta dei pugnali volanti, Hero di Zhang Yimou,
La tigre e il dragone di Ang Lee), mentre L'ultimo Imperatore di Bernardo
Bertolucci, realizzato prima di tutti nel 1987 vent'anni fa, armonizza
i due generi con strepitosa bellezza.
Chi ha visto anni fa (1972) la Città Proibita di Pechino, luogo
del potere e dell'onore, ricorda saloni e corridoi di terra battuta,
un trono modesto, abiti rilucenti ma semplici, La Città Proibita,
storia sanguinosa di una famiglia imperiale nel X secolo della tarda
dinastia Tang, è un trionfo di bellezza e ricchezza. Eleganza
del lusso sfrenato, sfarzo, fasto, le mura parate di broccato rosso,
una portantina dorata per far attraversare il palazzo al pigro imperatore,
anelli come astucci d'oro per le dita, abiti a molti strati preziosi,
capelli ingioiellati, servi pronti a porgere cibi e bevande restando
in piedi in attesa degli appetiti imperi: e parallelamente l'antipatia,
l'odio, il rancore della famiglia, dominata dall'imperatrice Gong Li
la cui autorità femminile è assoluta. Le grandi architetture,
che gli addetti rinfrescano andando in giro con un secchiello e un pennello,
sono popolate di inservienti e ufficiali corazzati d'oro e d'argento.
Insieme con lo sfarzo, il numero: le danzatrici di Corte diventano centinaia,
gli eserciti sono sterminati grazie all'elettronica. Molto bello. Persino
troppo. Ma il film affascina coi suoi contrasti (ricchezza e crudeltà,
eleganza e morte), come un'avventura vertiginosa.
Lietta Tornabuoni
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La Repubblica, 1 giugno 2007
"La Città proibita", spada e lacrime in una Cina senza
troppa umanità
Presentato come il terzo capitolo della trilogia epica di Zhang Yimou,
La città proibita si colloca in realtà al bivio tra il
genere wuxiapian ("La foresta dei pugnali volanti") e il dramma
intimista, alla "Lanterne rosse". Come il film che ci fece
conoscere il regista cinese, l'azione si concentra all'interno di un
solo luogo: scacchiere, scena shakespeariana, prigione dorata. In senso
stretto, perché la città imperiale in cui si consuma la
decadenza della dinastia Tang è invasa di crisantemi gialli e
colore dell'oro sono le armature dei soldati che si battono contro avversari
neri, spersonalizzati quanto loro.
Il dramma di lacrime sangue e veleno, d'incesto vendetta e fratricidio è turgido,
elegante, un po' sognante nella sua evocativa magnificenza tutta collocata
in un altrove temporale, geografico e culturale insieme. Percorrendo
il gigantesco set allestito per il suo film, Zhang si studia di trarre
da ogni inquadratura il massimo profitto visivo, e ci riesce. E tuttavia,
quando dalle ciclopiche battaglie, coreografate come numeri di danza,
passa a un combattimento ancor più crudele - il duello tra imperatore
e imperatrice - si avverte la mancanza di qualcosa.
Certo, le superstar cinesi Chow Yun-Fat (in questi giorni sugli schermi
anche con "Pirati dei Caraibi"), regalmente crudele, e Gong
Li, grondante dignità ferita, sono carismatiche. Però il
soffio dell'umanità non anima i loro personaggi, appiattendoli
sullo sfondo di una rappresentazione dalla sontuosità un po' inerte.
Roberto Nepoti
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Il Tempo, 24 maggio 2007
Il cinema di Zhang Yimou ha due anime, quella realistica e intimista, che lo ha visto imporsi con film quali "La storia di Qiu Ju", "Non uno di meno", "La strada verso casa" e, appena ieri, con "Mille miglia lontano", e quella epica, colorata, sontuosa che, dopo lo splendido "Lanterne rosse", l’ha portato addirittura a cimentarsi con il kolossal in due film piuttosto recenti, "La foresta dei pugnali volanti" e "Hero". Oggi torna decisamente a quelle cifre puntando anche più sul sontuoso e portando il kolossal a dimensioni cui ancora non era giunto il cinema cinese. La storia che ha scelto, del resto, si prestava a questo ritorno anche più degli altri due suoi film perché sembrerebbe rubata a Shakespeare e a certi grandi film di Kurosawa. Siamo nella tarda epoca Tang, tutto si svolge nel palazzo imperiale di Pechino, in quella che, come dice il titolo italiano, veniva definita "la Città Proibita". Un Imperatore, perciò, e un’imperatrice. Si intuisce subito che, anche se hanno avuto dei figli insieme, non si amano, anzi l’Imperatore sta addirittura preparando la morte della moglie facendole somministrare del veleno. Dei figli, il primogenito, nato da una prima moglie, ci si dice presto che ha o ha avuto una relazione con la seconda, un altro forse d’intesa con quest’ultima, che è una "dark lady" più spietata di Lady Macbeth, sembra che stia preparando una rivolta contro il padre. Altri segreti attorno, altre rivelazioni su questo e quel figlio e sul passato fosco e truce dell’Imperatore. Fino a una gran battaglia finale che farà tirare le somme a tutto e a tutti. Su questa battaglia si esercita al massimo il gusto di Zhang Yimou per lo spettacolo vistoso, sfarzoso, affannoso, ma anche prima, annodando e snodando i tanti fili che infittiscono la sua complicatissima trama, ha fatto largamente ricorso a tutto quanto poteva concorrere a richiamare più che le emozioni la fascinazione visiva dello spettatore, anche occidentale. Scenografie maestose, costumi preziosissimi in cui l’oro e l’argento abbondano, una fotografia, con o senza la computer grafica, prodiga di effetti coinvolgenti, delle musiche traboccanti di cori ieratici e solenni, non lesinando neanche i simboli: dai crisantemi, cui tutto fa riferimento, ai movimenti di massa dei guerrieri assalitori, sempre neri e senza volto, pur fra tanto oro. Nello stesso clima gli interpreti. Vi dominano in mezzo, Gong Li, tornata, dopo undici anni a lavorare con Zhang Yimou, devastata, cruda, addirittura tragica, e il divo di Hong Kong Chow Yun Fat, un Imperatore truce che privilegia l’ambiguo.
Gian Luigi Rondi
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