Casa Nova (La)
di Carlo Goldoni
Teatro Goldoni
regia di Carlo Lodovici
costumi di Mischa Schandella
con Cesarina Gheraldi, Marina Dolfin, Wanda Benedetti, Cesco Baseggio, Gino Cavalieri, Lepsky, Foà, Rinaldi, Mantich
Corriere Lombardo, 5 settembre 1951
Come Anteo, il quale riacquistava le energie soltanto al contatto della terra, Goldoni ritrovava il proprio genio soltanto nell’aria e nella luce di Venezia. Tutte le sue “evasioni” furono, più o meno, condannate all’insuccesso, per non dire di peggio. Alla fine del 1760 la maggior parte delle grandi opere del poeta era stata scritta; i personaggi de La locandiera, de I rusteghi, de Gl’innamorati avevano già acquistato diritto di cittadinanza eterna nei regni della fantasia; e fra poco sarà la volta di Sior Todero brontolon e delle Baruffe chiozzotte.
Al termine dello stesso anno, egli rientrava a Venezia, dopo il breve e infelice esperimento romano che suona come un avvertimento di quello che, tra pochi anni, sarà il fallimento dell’ultima lunga sosta della sua vita e Parigi e che aveva avuto come causa l’incapacità e l’inadeguatezza degli attori trovati a Roma, tutti egregi e superbiosi improvvisatori ma incapaci di comprendere e di adattarsi alle sottigliezze, all’eleganza e alla musicale euritmia del suo linguaggio miracolosamente spontaneo quanto matematicamente calcolato; e, oltre tutto, nei domini del Papa le donne avevano la proibizione di recitare, talché ci si può facilmente figurare ciò che risultassero le fragili e femminee malizie mozartiane delle Mirandoline, delle Luciete e delle Gasparine interpretate da forzuti e pelosi giovanotti obbligati a fare i castrati in commedia in omaggio alla morale vaticana. A personale giustificazione dei suoi interpreti bisogna però riconoscere che nell’aria di Roma Goldoni non aveva certo trovato stimolo per cavare opere degne di lui. Ma alla fine dell’anno egli è a Venezia e la sera dell’11 dicembre manda in scena La casa nova. La pace con la fantasia è fatta.
Scritta in tre giorni, La casa nova è alle soglie del capolavoro; e la mancanza dell’ultimo suggello capace di fissarla nelle forme dell’immutabile perfezione le conferisce non so che commovente mobilità, che estensione di insolite e sconcertanti proposte, un suo geloso e impenetrabile mistero che la rende, forse, la commedia goldoniana più ricca di toni anticipatori e di motivi moderni. So che rischio di giocarmi la reputazione, ma, confidando di essere compreso, mi azzardo a confessare di avvertire in essa vaghe, lontane eppur precise sfumature e trasparenze cechoviane.
Mi spiego. In realtà, i protagonisti di qus’opera dal sottofondo, una volta tanto, malinconico e inquieto che increspa ed opaca l’esteriore pettegolezzo e alterna la risentita puntigliosità degli egoismi esacerbati alla espansiva e prossenetica gioia dell’intrigo matrimoniale, non sono né la “novizia” dalle borie spenderecce e grandeggianti, né il suo avvilito, debole e umiliato marito che si rovina per lei; né quella cara gioia tutta unghiette velenose e isterici languori della sua malignetta cognata, o quel grano di pepe della serva dall’innocente, calunniosa e minuziosa petulanza; e nemmeno la scontrosa, puntuta e prudente generosità dello zio Cristofolo, uomo di vecchio stampo, con la borsa piena di zecchini e col cervello vuoto di grilli, il quale, avendo smesso la casacca di Pantalone, potrebbe essere il quinto dei Rusteghi mentre anticipa il “Burbero benefico”: tutti personaggi attraverso i quali il poeta, così non parendo e forse senza nemmeno rendersene conto, narra la storia di un fallimento borghese o, meglio, del fallimento di una classe che si vergogna di essere popolo e tira a diventar borghesia.
Il vero protagonista della commedia è un altro, anzi due altri, e nessuno di essi pronuncia una parola: le case. La casa nuova, ricca, grande, costosa e tuttavia fredda, muta, scostante, squallida e ostile donde sembra emanare un’ indefinibile collera che rende tutti incerti e malcontenti, che riempie gli animi di irritata malinconia e li carica di malavoglia aggressiva, armandoli l’uno contro l’altro di insofferenza astiosa, e accendendo nei cuori qualche cosa che non è ancora, ma potrebbe diventare, un preludio di odio. È la casa vecchia abbandonata, dove si è nati e venuti grandi; o, più precisamente, il ricordo continuo, la nostalgia punteggiata di rimorso, della vecchia casa meno fastosa.
Ed ecco che proprio da questo conflitto liricamente e idealmente drammatico di due presenze contrastanti e incombenti, la commedia cava la propria modernità, la propria originalità e la propria suggestione, unica in tutta la produzione goldoniana, tutta trapunta com’è di sottaciute trasparenze amare; quel lontano presentimento di crisi, il suggerimento di un’angoscia che aggira le coscienze e grava sopra di esse fasciandole e attediandole di un senso diffuso, sconosciuto e inafferrabile di colpa, di instabilità, e un’insospettata disponibilità di avventura minacciosa e un tantino equivoca; e, conferendo ai personaggi una inconsueta novità psicologica che li rende più mobili, complessi, approfonditi e meditati, diffonde, sull’arcana armonia della gioia dialogica, una grigia pensosità che la fa sostare affacciata, e subito ritrarsi insospettita, sul mistero di torbide e non indagate irrequietudini.
La commedia veneziana, affidata a registi, attori e decoratori veneziani, è risultata uno dei più vivi e rigorosi spettacoli goldoniani presentati a Venezia. Carlo Lodovici, regista dall’orecchio sensibile, ha saputo percepire, graduare e orchestrare le numerose e segrete successioni del dialogo mirabile, attento soprattutto ad animarne la comicità e lasciando il resto all’intuito dello spettatore. Immersa nella scena e nei costumi ariosi e fastosi di Mischa Schandella, la recitazione è fluita con una musicale verità sostenuta da ritmi sciolti e precisi e da invenzioni gentili, argute e illuminate.
La commedia è prevalentemente di donne. E le donne, ieri sera, furono un prodigio: un quintetto del quale non si saprebbe quale strumento nominare per primo: se Cesarina Gheraldi così festosamente rilevata, incoronata di estro e di provocante fantasia; Marina Dolfin dall’aerea dolcezza armata di perfidia; Elsa Vazzoler esaltata dalla vacuità del pettegolezzo; Wanda Benedetti spersa nella gioia del enefico intrigo; Luisa Baseggio elettrizzata da adolescente curiosità. Alla stupenda figura dello zio Cristofolo, Cesco Baseggio conferì una musoneria stizzosamente tenera di magnifico rilievo, Gino Cavalieri fece valere, in una breve parte, le sue infallibili doti comiche; il Lepsky risultò un innamorato modello; e il Foà, il Rinaldi e il Mantich fecero quello che dovevano e lo fecero inappuntabilmente.
Dopo La casa nova venne rappresentato L’avaro, un lungo atto unico che nulla aggiunge alla gloria del poeta, e che narra, senza molta fantasia, l’aneddoto di un suocero terrorizzato al pensiero di dover restituire la dote della nuora vedova; e che tira il fiato soltanto dopo aver trovato per lei un nuovo marito disposto a sposarla nuda e cruda.
C’è l’abilità, non c’è il genio. Poeta della variazione, la fantasia di Goldoni aveva bisogno di aggettivare le virtù o i vizi sempre cui si ispirava. Gli schemi rigidi del tipo fisso classico non erano fatti per lui. Trattandosi di un burbero, doveva diventare ameno Il burbero benefico. E, trattandosi di un avaro, bisognava che fosse almeno L’avaro fastoso (a proposito, ecco una bellissima commedia da riscoprire). Sotto la guida abile ed esperta di Cesco Baseggio regista, che guidò l’arguta femminilità di Vanda Baldanello, l’imponente sufficienza di Gino Cavalieri, e l’acerba giovanilità di Giorgio Gusso; e dentro ai costumi d’una luminosa e preziosa raffinatezza e alla scena assai originale, anche se eccessivamente grandiosa e imponente per essere la dimora di un avaro, immaginata da Pierluigi Pizzi, Memo Benassi ha pienamente giustificato la scelta del debole testo, improntando una delle sue più immaginose, unitarie, organiche e forti interpretazioni.
A Goldoni è toccato inaugurare il consueto Festival Internazionale del teatro. Alla Biennale di pagare lo spettacolo col concorso del nuovo munifico e proteiforme “Centro dell’arte e del costume”, il quale aveva già allestito per conto suo e del proprio elegante teatro, che ha il palcoscenico chiuso e la platea all’aperto, La dodicesima notte di Shakespeare, con la Compagnia del Piccolo Teatro di Milano e La répétition di Anouilh con quella di Louis Barrault. E alla fulgida sala della Fenice è spettato l’onore di ospitarlo. Successo vibrante e pubblico portentoso, pieno di grandi nomi, di grandi beltà, di grandi eleganze e di quintali di gioielli. Ma qui la parola passa di diritto al cronista mondano. |