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La Cantatrice Calva & C.
di Eugène Ionesco
ideazione, traduzione e regia: Marina Spreafico
interpreti: Maria Eugenia D’Aquino, Annig Raimondi, Mario Ficarazzo, Riccardo
Magherini, Franco Sangermano, Marino Campanaro, Paui Galli e gli allievi del
secondo anno della Scuola di Teatro ‘Arsenale’
Milano, Teatro Arsenale
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Corriere della Sera, 15 dicembre 2007
Marina Spreafico riempie di verve la farsa di Ionesco
Le banalità quotidiane dei quotidiani discorsi di coppie borghesi, parole vuote, luoghi comuni, si intrecciano in una fantasmagorica girandola fino a ridurre la parola a suoni vani, minacciosi e violenti ma ridicolmente «a salve» come pallottole in una farsa, così Eugène Ionesco nel suo testo del 1948 «La cantatrice calva» uccide il buon senso, le buone maniere, la logica, la verità e fa trionfare il vuoto, il vuoto di parole dette da personaggi senza spessore, un vuoto talmente svuotato che implode e si autodistrugge. La regista Marina Spreafico propone personaggi che sono sciocche, attonite macchine da risata, fantocci, cornici vuote che gli attori, i bravi Maria Eugenia D' Aquino, Annig Raimondi, Riccardo Magherini, Marino Campanaro, Mario Ficarazzo e Serena Marrone, riempiono con «verve», senso dell' umorismo, bei tempi comici, col piacevole risultato di far ridere della stranezza in cui ogni esistenza è radicata e non solo quella delle coppie dei signori Smith e Martin, del pompiere o della cameriera. Precede la commedia «La fanciulla da marito», ben interpretata da Eugenia D' Aquino e Mario Ficarazzo, rappresentata la prima volta nel ' 53, nella quale al delirio di banalità, luoghi comuni di una madre che decanta le doti della figlia, si aggiunge il tocco dadaista che la «ragazza» altri non è che un omaccione baffuto di novantatré anni ma ancora minorenne. E la follia della vita si continua a perpetuare in personaggi che non sanno più pensare, non sanno più vedere, non hanno più passioni, non sanno più esistere e dunque possono divenire chiunque.
Magda Poli
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Sipario, 2007
“Prendete un circolo, carezzatelo, diventerà vizioso!” La
famosa battuta tratta da La cantatrice calva ne esprime il significato
più profondo, la natura circolare, tautologica delle opinioni
sulla vita e il mondo. Si vive di luoghi comuni, di banalità che
s’intrecciano, incalzano, annullano in un vortice destinato a girare
in perpetuo su se stesso nascondendo il vuoto e la violenza cui i rapporti
umani spogliati d’ogni maschera si riducono.
I dialoghi insensati per cui La cantatrice calva è famosa sono
stati ispirati secondo l’autore dalla lettura delle conversazioni contenute
in un testo per l’apprendimento dell’inglese (spunto satirico già sfruttato
mezzo secolo prima dall’umorista inglese Jerome K. Jerome). In un’altra
versione lo stimolo viene attribuito alle chiacchiere della portinaia. Si tratta
comunque di dialoghi molto realistici, di totale banalità, che con abile
gioco di montaggio fatto di accelerazioni, spostamenti e ingrandimenti trasformano
in sinistro delirio l’insignificante incontro del tutto privo di eventi
di due coppie, una cameriera e un capitano dei pompieri.
È chiaro che dopo più di mezzo secolo certi temi non possono più avere
un impatto dirompente. Il successo del teatro dell’assurdo che annovera
numerosi autori d’alto livello ne ha in qualche misura inflazionato le
tematiche: anche la denuncia della banalità rischia alla lunga di banalizzarsi.
Giustamente quindi la regia dello spettacolo sceglie un’interpretazione
vivace accentuando, a scapito della gelida ferocia implicita nel testo, gli aspetti
comici molto ben resi da attori tutti bravi. Inoltre il coinvolgimento dello
spettatore viene stimolato incastonando La cantatrice calva in tre opere brevi
meno note dell’autore. La prima, La ragazza da marito, è un
vertiginoso collage di luoghi comuni. Segue Il maestro, sketch satirico
su una star il cui prossimo arrivo viene devotamente annunciato da un adorante
seguace a una folla in febbrile attesa destinata a rimanere delusa. Interpretano
la colorita agitazione dei fans con molto entusiasmo e forse qualche grido di
troppo gli allievi del secondo anno della scuola di Teatro Arsenale. A chiudere
Il salone dell’automobile, grottesco sketch radiofonico messo in scena
con voci registrate.
Vittorio Tivoli
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