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Cameriera Brillante (La)
di Carlo Goldoni
Piccolo Teatro
regia Carlo Lodovici
scene e costumi di Mischa Scandella
con Elsa Vazzoler, Cesco Baseggio, Moretti, Marina Dolfin, Luisa Baseggio, Carlo Lodovici e Cesco Ferro
Corriere Lombardo, 5 maggio 1956

Figurarsi se a uno come me, veneto, fanatico di Goldoni, persuaso della continuità e dell’importanza di un repertorio che non ha paragone, per varietà e ricchezza di motivi come per risultati artistici, non solo negli altri nostri dialetti, ma nella lingua italiana stessa, figurasi se non fa piacere una Compagnia veneziana organizzata e gestita a regola d’arte e, fino a un certo punto, garantita in quello che ormai sono gli inevitabili disavanzi del bilancio governativamente assicurati.
Ma appunto per questo, diciamolo francamente, la nostra delusione è tanto più grave. Che gli attori veneti recitassero magnificamente lo sapevamo. Che i complessi diretti da Cesco Baseggio ci avessero offerto rappresentazioni esemplari non era una novità. Che ad esse, spesso e volentieri, avessero presieduto registi, scenografi, costumisti di vaglia, non costituiva una sorpresa.
E allora, direte voi, di che ti lamenti? Perché non rinunciare una volta almeno, all’occasione di fare il guastafeste? Ci si lamenta proprio che, venuto il momento di poter fare le cose con coraggio, perché esonerati delle necessità amministrative, non si trovi nulla di diverso di quanto trovammo prima quanto a bontà di spettacoli e, semmai, si trovi molto meno quanto a varietà e a sorpresa di repertorio. Goldoni ha scritto un paio di centinaia di commedie. Sapendo leggere e sapendo scegliere ne esistono a dir poco una quindicina ormai totalmente cadute nelò’oblio da riportare alla luce  e che costituirebbero delle autentiche scoperte. Si continua, viceversa, a pescare nell’edito di quella dozzina di copioni che sono ormai nella testa anche dell’ultimo studente di ginnasio. Ancora. Per fortuna, il repertorio veneto non si limita a Goldoni fra l’ultimo quarto del passato secolo e il primo quarto di quello in corso, esso ha visto nascere degli autentici capolavori. Da Selvatico a Gallina, da Rocca a Rossato a Palmieri, esso ha mantenuto alte le sue posizioni, molto più di quanto non passi per la testa a certa critica distratta. Tuttora, non sarebbe difficile stimolare ingegni provveduti e tirali fuori dalla morta gora di certo conformismo convenzionale o digestivo onde sembra estenuarsi. Bene o male, queste responsabilità, le compagnie capeggiate fino ad oggi da Cesco Baseggio le avevano sentite, e non era mai mancato il tentativo di soddisfarle. Con l’importanza nazionale garantita dalla forma di un organismo come il Piccolo Teatro doveva venire quest’anno l’abdicazione completa di tutto questo da parte del Teatro di Venezia.
Domando e dico al di là degli eccellenti e, del resto, inediti spettacoli che essa ci offre, a che cosa può servire una compagnia veneziana che, per tutto repertorio allinea La casa nova, La famiglia dell’antiquario e La cameriera brillante: tre commedie di Goldoni una più conosciuta dell’altra; Il parlamento del Ruzzante recitato ovunque durante le ultime stagioni da Baseggio il quale, proprio per questa interpretazione, ebbe, l’anno passato, il premio di San Genesio; Il matrimonio di Ludro del Bon, che si raccomanda ai posteri quasi unicamente perché costituisce il seguito di Ludro e la sua gran giornata; e poi, niente altro. Una compagnia veneziana, oggi 1956, che si limita a copioni arcinoti e senza spingersi nemmeno fino alla metà del secolo scorso! Alla faccia della prudenza. Veramente il processo di involuzione della nostra scena non è più arginabile.
Cerchiamo di consolarci, almeno, con La cameriera brillante recitata ieri sera, benché sia soltanto di tre o quattro anni fa la sua ultima edizione, e sul medesimo palcoscenico del Piccolo Teatro, ad opera del Teatro dell’Università di Padova. Ma se, come usava una volta, e dovrebbe usare anche oggi, un recensore dovesse recarsi a teatro solo per cose nuove o resuscitate, coi tempi che corrono il giornale potrebbe risparmiare tranquillamente lo stipendio del critico drammatico.
Quello della servetta, il ruolo, cioè dell’attrice spiritosa che, alle malizie e alle provocazioni della commediante comica, unisse le provocazioni o le malizie della donnetta galante, fu un personaggio assai caro a Carlo Goldoni. Sia sul palcoscenico come nella vita. “Fin troppo!”, avrebbe avuto buone ragioni di sospirare la soave Nicoletta Conio sposa esemplare e fedele del caro e non fedelissimo uomo. Dalla Serva amorosa, alla Locandiera quante mai sono le commedie goldoniane che hanno al centro come deus ex machina la servetta, alle cui improvvisazioni e alle cui mani viene affidata la soluzione della vicenda come un gioco di prestigio?!
In questa multiforme e cangiante galleria di ritratti corali del medesimo modello (la provinciale figuretta di una ragazza plebea capace di menar per il naso o, addirittura, far perdere la testa a nobili e a borghesi; e anche questo ha la sua piccola importanza) La cameriera brillante si inserisce come il momento, se si vuole, della minore umanità, ma indubbiamente della più libera fantasia; la narcisistica contemplazione e l’euforico compiacimento di un virtuosismo tecnico ereditato dalla Commedia dell’Arte e trasfigurato in contrappunto formale, che trova la sua compiuta espressione nel gioco per il gioco, dentro a quelle che potrebbero essere le architetture, le misure, le simmetrie, i richiami strofici e le armonie preordinate, un pezzo musicale del Settecento. Lo spirito della musica rimane, in ultima analisi, il segreto regolatore di tutta l’opera goldoniana, quello che dà il particolare e inconfondibile tono e timbro lirico al suo cosiddetto – e mal detto – realismo; che lo trasforma, lo supera e lo trascende. In questa commedia, come dire?, esso si ritrova allo stato puro, fine a sé stesso. Si può, se si vuole, sorprendere qui la fase in cui, tramite il talento di un poeta, le convenzioni e le situazioni di chiara derivazione dalla Commedia dell’Arte, si volgono e si atteggiano naturalmente verso il balletto.
Due ragazze da marito: Flaminia e Clarice, una placida e una puntigliosa, due innamorati: Ottavio e Florindo, uno nobile altezzosetto e spiantato, l’altro borghese lunatico e pieno di quattrini. Un altro dei molti quartetti goldoniani. Il loro padre, Pantalone; ma un Pantalone per così dire memore di modi e di atteggiamenti retrospettivi, che al tempo della commedia, la maschera aveva già superato nel repertorio goldoniano, a favore di quell’umanità e quella verità e anche quel consapevole atteggiamento morale che finirono col sorprendere l’uomo, il tipo del borghese veneziano, saggio, sano e di buon senso, un po’ conservatore anche, sotto la rutilante gabbana del buffone. Un Pantalone – questo – sospiroso, galante, sensualotto che ha ancora le belle donnette per la testa: un Pantalone affetto da gallismo si direbbe oggi; un basso da opera comica, ecco. E l’oggetto dei suoi desideri, colei che gli fa perdere il sonno è appunto la cameriera brillante, la furba e civetta Argentina. Essa combinerà i matrimoni delle padroncine divertendosi un mondo a dissipare le difficoltà; tale e quale come se recitasse, e facesse recitare gli altri una commedia scritta da lei stessa. E assistiamo alla commedia nella commedia. Poi, quando avrà sgombrato il campo, si farà, o meglio, si lascerà sposare dallo spasimante Pantalone. Una serva padrona di più. Manca solo Pergolesi a rivestirla di note.
Una gioia, un’allegria, una tonificante euforia virtuosistica, circoscritte dai limiti netti e precisi e di un limpido e cereo disegno che confina e condiziona a un capriccioso gioco delle parti, ogni rilievo e ogni impegno dei personaggi, svuotati di autentica sostanza e originalità umana e morale, a favore di un’arcana magia formale. Che spettacolo agile, spiritoso, divertente è diventato l’arioso copione, nelle mani aperte, eppur così rispettose, del regista Carlo Lodovici, fra scene e costumi di Mischa Scandella!

Alla insinuante, volubile, cangiante, estrosa e disarmante femminilità di Elsa Vazzoler, scaltra protagonista, ha corrisposto un Pantalone eretistico, euforico, intraprendente, smanioso e vagamente mandrillo di Cesco Baseggio: ardita e originale variazione di una maschera per la quale, questo nostro stupendo attore è giustamente celebre. E così dicasi del movimentato Traccagnino, stavo per dire Arlecchino, del Moretti, con quell’ombra di gagliofferia che ne incupisce la variopinta divisa. Marina Dolfin e Luisa Baseggio, le due innamorate: una più incantevole dell’altra; Carlo Lodovici e Cesco Ferro i due spasimanti: uno più umoristico dell’altro. Assai gustosa anche la sorniona semplicità del Maestri, biancoverde Brighella. Milanesi, fidatevi di me. Andate a vedere questa commedia e questi comici. Non perderete la vostra serata. Una volta tanto a teatro non troverete dei problemi.
   
© Sipario 2011