Man mano che Spiro Scimone prosegue il suo lavoro di drammaturgia i
personaggi diventano sempre più numerosi: due in Nunzio e Bar,
tre ne La festa e Il cortile, quattro in questo ultimo
lavoro titolato La busta che ha esordito in Portogallo, poi è apparso
ad AstiTeatro e adesso è in giro per l’Italia. E se sino
ad ora i referenti illustri di Scimone potevano farsi risalire a Beckett
e Pinter, qui la matrice è decisamente kafkiana, come si nota
sin dalle prime lampanti battute pronunciate dal personaggio denominato “un
Signore”, che, con una voluminosa busta in mano, si presenta di
persona al mittente senza aspettare che la risposta gli giunga per posta.
Una scaletta immette in una sorta di seminterrato, sulla parete di fondo,
per fattura simile ad un quadro astratto, una finestrella in alto e una
porticina in basso, una sedia in miniatura di colore rosso. Il Signore
chiede di poter parlare col Presidente per sapere il motivo della missiva,
un curioso segretario con parrucchino seduto su una bizzarra poltrona,
colto di continuo a rimirarsi narcisisticamente in specchietti posti
su esili steli, gli dice che il Presidente non c’è e che
può dire a lui. Succedono cose strane in questo scantinato: si
odono grida di vittime torturate, un cuoco sbucato da un film di Greenaway
vorrebbe far assaggiare al malcapitato carne umana e da quella porticina
ecco venir fuori un tale, che carponi come un cane mangia il suo pasto
da una ciotola. Schegge di violenza si fanno sempre più pressanti.
Il luogo sembra il “garage Olimpo” o uno di quei tanti luoghi
sudamericani dove i prigionieri venivano torturati e poi ammazzati. La
democrazia sventolata dal Segretario sembra una triste dittatura e la
violenza raggiungerà il suo culmine quando il Signore verrà accusato
d’avere ucciso un operaio. Era questo il senso della Busta, non
la ricerca della giustizia, quanto piuttosto un motivo per torturare
una vittima innocente, come in un gioco sadico e purtroppo mortale. E
la sorpresa sarà di scoprire che quella faccia baconiana chiusa
nell’armadio è quella del Presidente giocherellone. Cinquanta
minuti intensi, fulminei al punto che il pubblico del Vittorio Emanuele
di Messina ha esitato ad applaudire alla fine pensando che lo spettacolo
continuasse e poi infine scrosci calorosi di applausi per i bravi interpreti
capitanati da Francesco Sframeli qui al suo esordio come regista e poi
lo stesso Scimone, Nicola Rignanese e Salvatore Arena.
Gigi Giacobbe