Brocca rotta (La)
di Heinrich Von Kleist
Radiocorriere, 27 dicembre 1961
Di Heinrich von Kleist il pubblico italiano, a torto o a ragione, conosce poco o niente. Vi rimedia, questa settimana, la televisione trasmettendo la sua opera meno pretenziosa e perciò meglio riuscita, l’unica che abbia diritto, ancora e per molto tempo, all’interesse e al plauso della platea. La letteratura germanica è un paesaggio disseminato di vulcani. Di codesti vulcani, Kleist è forse il più infuocato ed esplosivo, come infuocata ed esplosiva è sempre la follia pur quando erutta lava contenente pepite d’oro. Nato nel 1777, nel 1811 era già cenere, distrutto in uno spettacoloso suicidio a due, di vago sapore nibelungico, celebrato sulle rive del Wannsee presso Berlino, in compagnia di una signora esaltata che aveva lo stesso Sturm und Drang nel cuore.
Disastroso nutrimento alla sua congenita disperazione fu la lettura e la meditazione della Critica della ragion pura di Kant che, aggiungendo pessimismo a pessimismo, dopo aver dato alla sua ambigua natura intersessuale la certezza per così dire dell’incertezza, la prova dell’inesistenza della verità assoluta, lo spinse, anima e corpo, in braccio a una sorta di ciclone sentimentale, scelto ed accettato come naturale domicilio e programmatico imperativo d’una disordinata, anzi, caotica anarchia demoniaca, offerta per campo di battaglia ai capricci ed alle furie dell’inconscio. Un bel salto (indietro) per una generazione nata sotto il segno dell’Illuminismo ed educata agli Immortali Principi. Ma il Romanticismo già bussava alle porte e figurarsi se la Germania si sarebbe lasciata scappare la “sua” rivoluzione e, per essa, non avrebbe avuto sottomano il Sigfrido di turno, bardo e vittima insieme.
Tesori di materiali preziosi dissipati al vento per costituzionale difetto di chiarezza ordinatrice e disciplina interiore: La famiglia Schroffenstein, Caterina di Heilbronn, La battaglia di Arminio, Il principe di Homburg, soprattutto il poderoso ed incompiuto Roberto Guiscardo e la morbosa e satanistica Pentesilea, sono le tappe, qua e là incendiate da accecanti lampeggiamenti lirici e inverate da profonde intuizioni umane, di un turbinoso discorso alto e geniale ma lutulento e delirante, alla mercé di passioni scatenate, di eroismi sovrumani, di amori colossali, di odi mostruosi, di sacrifici sublimi, di feroce nazionalismo e di psicologico vampirismo: orgiastiche frenesie di un individualismo incontenibile, figlio d’un furibondo superomismo alla Nietzsche, in anticipo di mezzo secolo; dove si esaspera fino al parossismo, senza arretrare nemmeno davanti al vero e proprio cannibalismo sadico impregnato di erotismo – quella Pentesilea che lacera coi denti e letteralmente divora le carni del misero Achille!... Poi passa un secolo e mezzo e si comincia a fabbricare i forni crematori – l’insanabile conflitto, irrimediabilmente germanico, fra passione e ragione, fra istintività e legalità, fra libertà e dovere, fra fantasia e realtà, fra equilibrio morale e titanismo blasfemo. Un’arte incandescente, iperbolica, forsennata e paranoica, a specchio di una vita tragica, divorata dall’angoscia e fatalmente scagliata in una corsa rapinosa all’inevitabile porto del suicidio, raggiunto attraverso l’inferno della follia che l’incontro con l’olimpico Goethe anziché arginare non fece che esaltare.
Si dovette, appunto, a Goethe la prima rappresentazione, nel suo teatro di Weimar, de La brocca rotta la meno kleistiana delle opere di Kleist e, insieme alla Minna di Barnhein di Lessing, forse, la migliore commedia del repertorio tedesco. È l’ora serena nel cielo tempestoso del tormentato poeta, la tregua sorridente nella diuturna battaglia devastatrice della sua povera anima. La scrisse nel 1803 e ad ispirargliela fu un celebre quadro di Greuze intitolato, appunto: La brocca rotta.
Siamo fra i contadini di un villaggio olandese. Un uomo sconosciuto si è introdotto nottetempo nella stanza da letto di una giovinetta, animato da non oneste intenzioni. Costretto alla fuga, involandosi dalla finestra, ha rovesciato e mandato in frantumi una brocca di maiolica. I cocci, in mano alla terribile madre della ragazza, sono il corpo del reato, la prova del crimine portata in udienza al processo celebrato dall’autorevole giudice Adam. Sul principio, tutti gli indizi sembrano congiurare contro l’innocente e gelosissimo fidanzato della fanciulla; mano a mano però che il dibattimento procede, l’accusa sfuma e la fisionomia del reo abbandona il giovanotto per spostarsi su chi? proprio sul giudice Adam che amministra burbanzosamente la giustizia e deve pronunciare la sentenza. E allora, come prima, ignoto, era fuggito dalla camera della ragazza; ora, conosciuto, il severo sacerdote di Temi fugge a gambe levate dall’aula del tribunale.
Nel gioco della sorpresa, centrato sul motivo comico del giudice che si scopre colpevole, il discorso si dipana coerente e persuasivo, arricchito da particolari pertinenti e gustosi, sul filo d’un umorismo dedotto dalla realtà quotidiana che replica, si può dire, il gusto degli interni e delle nature morte della pittura fiamminga. Quella brocca in cocci, attorno a cui si affanna il microcosmo dei personaggi, senza perdere la sua evidenza concreta, finisce per alonarsi di margini magici e suscitare una atmosfera quasi surreale e metafisica. Perché la morale, il simbolismo familiare della favola, potrebbe essere questo: l’illiceità dell’uomo a farsi giudice quando porta in sé stesso la possibilità potenziale di aver commesso, o di commettere, le stesse colpe che si arroga il diritto di inquisire e condannare negli altri. Quanti sono, a questo mondo, i giudici Adam? |