Bottega del
Caffé (La)
di Carlo Goldoni
Teatro Lirico
regia Gianfranco Bettettini
con
Peppino De Filippo, Carlo Bagno, Soleri, Rizzoli, Mariani, Giampalmo, Proietti, Sannoner, Pepe, Cecchini
La Notte, 17 luglio 1966
L’anno comico 1750-51 fu, per Carlo Goldoni, un anno terribile e portentoso che, per qualsiasi autore di teatro, avrebbe potuto contare una intera carriera: l’anno leggendario delle sedici commedie nuove, promesse come una bravata, una sera di insuccesso, a sfida del pubblico e delle proprie facoltà creative. Furono puntualmente scritte tutte e ci scapparono anche alcuni capolavori. Esempio: La bottega del caffè, ora approdato a Milano, al Lirico per il cattivo tempo che non ha consentito di ambientarlo al Castello Sforzesco, dopo le prime recite nella mirabile piazza vecchia a Bergamo Alta.
A onta dell’accanimento che mise, nello stroncarla, il bisbetico Giuseppe Baretti – nella prima stesura, era una commedia con maschere e parti in dialetto – La bottega del caffè si pone, a buon diritto, in quel filone di teatro corale, affollato di figure vive e guizzanti, impressionisticamente colte in movimento nel loro ambiente naturale, che rimane l’invenzione più geniale del commediografo. È la stessa strada lungo la quale si incontrano l’incantevole Campiello e le miracolose Baruffe chiozzotte. Essa trasforma la piccola cronaca volubile, poliedrica, effusa ed effimera – istantanee del reale quotidiano – in fantastica realtà, ricreata e trasfigurata da una limpida poesia, obbediente a magiche strutture musicali, bilanciate su mirabili equilibri e prodigiose euritmie di caratteri e d’intrighi, di accidenti e di situazioni, di atteggiamenti sentimentali e di posizioni morali, di complicazioni romanzesche e di precisazioni psicologiche.
Il sipario si apre su una scena che potrebbe essere un quadro del Longhi o del Guardi. Propaggini naturali, inevitabili concrescenze del caffè che estende le sue tende e i suoi tavolini sulla piazzetta, ecco una locanda e una bottega da barbiere, ma anche una bisca e una casa equivoca: le luci e le ombre di un organismo sociale – il caffè – che in poco tempo, da gradita abitudine era diventata una vera e propria frenesia, per i veneziani, tale da insospettire il bargello. Fissando l’occhio sul flusso della gente e gentuccia che va e viene, il poeta si ferma su un giocatore disperato, su un cinico baro, su un biscazziere lurido e senza scrupoli, su un caffettiere onesto e aggiustaguai (anche un po’ rompiscatole col suo invadente moralismo); su qualche si sa, su molti si dice, su moltissimi si mormora; su una ballerina che fa parlare di sé (una mantenuta, via), su una instancabile pellegrina che fa il giro del mondo alla ricerca del consorte malandrino e scomparso e, nemmeno a farlo apposta, lo incontra proprio a Venezia, ma chi non s’incontra a Venezia? Su una donna che patisce il dramma dell’amor trascurato e del matrimonio offeso, e si esprime in note intime, delicate e intense, d’un vago presagio preromantico.
È un eccentrico e minuscolo mondo, non alieno da convenzionalità – l’affrettato e facile accomodamento finale, tra l’altro – ma anche stranamente intriso di non so che di sgradevole, d’equivoco e inquietante. Esso rischierebbe di disperdersi in una iridescente raggiera di dispersioni centrifughe se ad illuminarlo e ad organizzarlo non provvedesse – centro di gravità della commedia – l’ambigua invenzione fantastica del personaggio di Don Marzio: “la tromba della comunità”, motivo conduttore e reagente unificatore del concerto. La commedia vive di lui e per lui; per le correnti sotterranee di attrazione e repulsione, di sospetto e complicità, di alleanze e avversioni che il suo torbido intervento suscita sotto la superficie altrimenti appena increspata dei comuni rapporti quotidiani. Anche non parendo, in realtà, col suo perenne sospetto del male, egli eccita e stana veramente il male acquattato in potenza negli animi; con la sua negazione del bene, rende il bene, da inerte, operante; e, da rassegnato, difensivo.
Curioso, rancoroso, burbanzoso, insolente, beffardo, sardonico, questo pericolo pubblico delle reputazioni sarebbe feroce se non fosse vile e risulterebbe odioso se appena appena la sua maldicenza lunatica svolgesse verso la calunnia calcolata. Fortunatamente egli fa l’arte per l’arte; è, se così si può dire, un poeta della maldicenza disinteressata ed euforica, come il menzognero Lelio era un poeta della bugia. A suo modo, innocente e puro, s’avvantaggia della mancanza di consapevolezza morale del proprio vizio, ne ha il gusto epico ed espansivo, non – fu detto – da gesuita bensì da guascone.
Poche altre commedie, come questa, si prestano a sfatare certi radicati luoghi comuni della tradizionale critica goldoniana e consentono di percepire la duplicità della natura del commediografo: lo sfondo pessimistico, intendo, del suo decantato ottimismo; l’indulgenza cordiale per non dire complice, che scaturisce da un illuministico cinismo. È proprio codesto segreto contrasto, questa sorta di doppiofondo di riserva mentale, inavvertibile al livello della levigata armonia esteriore del discorso, che genera il tono particolarissimo del suo umorismo. Il suo ostentato credito nella benignità della natura umana è, a dir poco, ambiguo. Un genio come il suo che assolve sempre, che non percepisce la colpa, che non dà peso al peccato, che registra soltanto l’errore per festeggiarlo negli ilari giadini del ridicolo, può dipendere, come si disse e si ripete, o da eccesso di benevolo ottimismo o da difetto di una profonda coscienza morale. Si può viceversa avere ragione di pensare che dipenda perché, in realtà, il cuore solidarizza con l’altra parte, quella scomoda, allarmante e pericolosa da confessare, prima che agli altri a sé stessi; e ha simpatia, stavo per dire fiducia, unicamente nell’irragionevilezza della natura umana, meglio, magari, se un po’ canagliesca. Altroché il “buon papà Goldoni”! Certo, non si può pretendere che Goldoni debba essere Molière; ma non deve nemmeno farci credere che sia Cimarosa.
Alla prova della rappresentazione si dovrebbe poi evitare che rischi di trasformarsi in Mascagni. Il regista Gianfranco Bettettini lodevolmente attento a porre in luce il sottofondo moralmente negativo dei personaggi, ha forzato un po’ il discorso e non ha troppo tenuto conto delle sue euritmie, con un aggressivo e risoluto verismo che avrebbe avuto per risultato, non ci fosse stata la presenza riequilibratrice dello straordinario Peppino De Filippo, di far diventare seria una commedia comica. All’appesantimento del tono ha certo contribuito la duplice preoccupazione di valorizzare l’ambiente naturale – e la vastità è la maggior nemica sia dell’intimità, sia della discrezione – e di compensare il difetto d’acustica. Già, gli spettacoli all’aperto, per venir bene, dovrebbero avvenire al chiuso.
Elegantemente vestite le donne, un po’ meno gli uomini, dai pittoreschi costumi del Tovaglieri; benché sottratti a quella spensierata incoscienza che costituisce il loro fascino, e in un certo, li assolve, tutti i personaggi hanno avuto un energico rilievo dagli interpreti: il risoluto Carlo Bagno, l’acrobatico Soleri, la nitida Rizzoli, le due coppie, una più drammatica dell’altra, del Mariani e della Giampalmo, del Proietti e della Sannoner; del viscido Pepe, del Cecchini e di tutti. Naturalmente un trionfo personale è toccato a Peppino De Filippo che, al riparo della simpatia, ha messo a profitto di Don Marzio, in una comicità di classico rigore, ma non per questo meno esilarante, i segreti sottofondi di canagliesca crudeltà e di carognesca perfidia della sua arte così semplice e così complessa insieme. |