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La bella utopia
uno spettacolo di Moni Ovadia
con Moni Ovadia, Lee Colbert, Maxim Shamkov
e con la Moni Ovadia Stage Orchestra
scene e costumi Elisa Savi
direzione musicale Emilo Vallorani
Milano, Teatro Strehler, dal 26 settembre al 7 ottobre 2007
Napoli, Teatro San Ferdinando, dal 3 al 8 marzo 2009
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Il Mattino, 6 marzo 2009
Napoli, Teatro San Ferdinando, dal 3 al 8 marzo 2009
Moni Ovadia canta l’elogio dell’utopia
Lo sapevamo che Moni Ovadia è il più lucido e implacabile fustigatore del revisionismo becero che, secondo proverbio, butta via il bambino (l'idea comunista) insieme con l'acqua sporca (i crimini commessi in nome del comunismo). Ma un Moni Ovadia come quello che presenta al San Ferdinando «La bella utopia» - così determinato, così indignato (a tratti persino rabbioso) e così circostanziato - davvero non s'era mai visto. Lo spettacolo (tre ore) è una serrata analisi della storia dell'Unione Sovietica e della Russia che parte dalla Rivoluzione d'Ottobre e arriva a Putin e all'assassinio di Anna Politkovskaja. E certo, intervengono, in funzione straniante, le storielle intinte nell'irresistibile «witz» ebraico, l'umorismo unico e forte perché connotato da un'unica e forte capacità d'autoironia; e vi si aggiungono, in funzione illustrativa, gl'intermezzi della Moni Ovadia Stage Orchestra, i canti dello stesso Ovadia e di Lee Colbert, i «numeri» di danza di Maksim Shamkov. Ma per Ovadia conta soprattutto il versante ideologico, e dello spettacolo (della spettacolarità) in sé spesso si disinteressa, a tratti «sospendendoli» addirittura. I concetti-cardine del suo discorso sono due: 1) l'idea comunista è stata la sola luce che si sia accesa per i dannati della terra; 2) nell'Unione Sovietica non c'è stata affatto una continuità fra Lenin e Stalin, perché il secondo ha bloccato, deviandolo verso una dittatura feroce, il processo rivoluzionario innescato dal primo e che doveva portare, per l'appunto, al comunismo. E assolutamente precisi e decisi sono i giudizi che Ovadia fa discendere da questo ragionamento. Per esempio, dice: «Oggi noi possiamo pensare tutto il peggio di Stalin e dell'Unione Sovietica, ma sarebbe un atto di infame vigliaccheria dimenticare il sacrificio dei cittadini sovietici: ventisette milioni di loro, di cui diciotto milioni di civili, sono morti per fermare i nazisti. Quasi la metà di tutti i morti della seconda guerra mondiale». E aggiunge, alzando ferma la voce: «Ci vuole rispetto per i vinti giusti». Sembra l'eco della «Varsavianka», uno dei più noti canti sulla Rivoluzione del '17: «Non lasciamo che sparisca senza memoria / chi muore per le idee. / Nella nostra canzone vittoriosa i loro nomi / rimarranno santi per milioni di uomini». Insomma, «La bella utopia» si divide fra l'ebreo Rabinòvich, che non viene ammesso nel Partito Bolscevico perché ha osato paragonare l'Unione Sovietica a «un grande bordello», e l'orgoglio che grida Majakovskij nell'esibire il proprio passaporto dalla pelle rossa: «Leggete, invidiate, io sono cittadino dell'Unione Sovietica». Ed eccolo, il grande merito di Moni Ovadia: l'elogio dell'utopia attraverso la sua problematicità.
Enrico Fiore
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Corriere della sera, 7
ottobre 2007
Moni Ovadia porta in scena il monologo «La bella utopia»
«Lavoratori di tutto il mondo, ridete»
Dallo spettacolo di
Moni Ovadia La bella utopia spira un senso di malinconia sconfitta, quella
degli ideali di uguaglianza, libertà e giustizia
del comunismo che si sono trasformati in tragedie di illibertà con
milioni di morti e perseguitati ovunque si sia realizzato. Moni Ovadia
questo lo sa bene e titolo e sottotitolo, «lavoratori di tutto
il mondo ridete», sottendono quell' ironia che riesce a far sorridere
anche delle cose più atroci. Lo spettacolo, un lungo monologo
che rischia spesso di diventare un sommario compendio di storia, è un
viaggio, ancora alla ricerca di un ritmo, nell' Unione Sovietica dalla
rivoluzione nell' ottobre del 1917 al 1992 di Boris Eltsin quando venne «svenduta
agli ex burocrati trasformati in oligarchi». Un viaggio tra canzoni,
musiche, poesie, aneddoti, barzellette, tra desideri che si infrangono
continuamente contro la realtà di un potere politico, burocratico,
militare e poliziesco che fin dall' inizio soffoca chi, libertario, vi
si oppone, per sfociare infine nell' orrore dello stalinismo. Un viaggio,
illustrato da belle immagini d' epoca proiettate sulle quinte e sui fondali
bianchi e da filmati curati da Elisa Savi, che unisce le parole del suicida
Majakovskij all' addio alla «bandiera rossa nemica» di Evtuscenko,
ai testamenti disperati di Mejerchol' d e Babel, a canzoni popolari eseguite
dalla brava Lee Colbert, alle musiche della «Moni Ovadia stage
Orchestra», al witz delle storielle ironiche e autoironiche del
personaggio-simbolo Rabinovic che compare lungo i decenni, e che il bravo
Ovadia fa vivere con quel buffo e divertente accento dell' Europa dell'
Est che ben conosciamo. E un' idea drammaturgicamente interessante, accennata
ma non sviluppata e portante e che avrebbe evitato l' effetto «compendio», è quella
di vedere la storia dell' Unione Sovietica con gli occhi carichi di doloroso
witz di Rabinovic, gli occhi di quel popolo ebraico che ha sempre combattuto
in patria «una doppia guerra», e che se ha dato un contributo,
e non solo intellettuale, alla rivoluzione, è stato perseguitato
prima come dopo da un feroce antisemitismo e che dopo Auschwitz ha conosciuto
anche i gulag di Stalin. Uno spettacolo in un divenire senza enfasi,
carico di domande cui purtroppo la storia ha già dato ben tristi
risposte.
Magda Poli
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Avvenire, 30 settembre 2007
Ovadia canta i lutti della Russia
Al Teatro Strehler di MilanoLa bella utopiaripercorre le sofferenze degli ebrei
La bella utopia, ovvero? Ovvero quel sogno che, come afferma Moni Ovadia, mobilitl'impegno generoso, le energie titaniche e i sacrifici altruisti di milioni di persone, su tutto il pianeta , ma che, eletto a sistema statuale si trasformin un incubo; fece sorgere il sole dell'avvenire su albe tragiche di tirannia. Tirannia che lascisul terreno milioni di morti , soprattutto ebrei. Ebrei come Moni Ovadia che di quell'illusione anche lui visse, e ancora sembra stringere nelle sue mani, i petali appassiti. Come dimostra in questo suo ultimo struggente e malinconico spettacolo che ha inaugurato la stagione del milanese Strehler. Appunto, La bella utopia.
Spettacolo che, come tutti gli spettacoli del popolare artista e anomalo cantastorie, sfugge a una precisa catalogazione, costruito comeper accumulo di materiale diverso. Ad entrare in campo una miriade di voci, di personaggi famosi o di uomini comuni, brani poetici, memorie, confessioni, soprattutto aneddoti e barzellette che Moni, mentre sullo sfondo scorrono immagini di filmati d'archivio o spezzoni di fiction creati ad hoc, racconta con quell'umorismo urticante tipico della tradizione yiddish. E spalmato di pagine musicali ricche di struggimento, anche questa volta affidate alla sua mirabile Stage Orchestra; di mirabili canzoni, di strada o politiche, (una vera scoperta quelle di Vladimir Vysotskyj, 'scomodo' cantautore degli anni 50/60), di cui lui stesso si fa interprete magnifico con la sua voce ruvida e possente, o lascia alla limpida voce della espressiva Lee Colbert, in veritin questa occasione un po' sacrificata. Un materiale che al sempre bravissimo e facondo Moni Ovadia serve per tracciare una sorta di sintesi della storia dell'Unione Sovietica e che si traduce al tempo stesso in un grandioso epitaffio di tutti quelle persone che ebbero a sacrificare la loro vita.
Domenico Rigotti
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