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Abbuffata (L')
di e con Mimmo Calopresti
con Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu
(Italia, 2007)
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L'Unità, 23 novembre 2007
La piccola bouffe calabrese
«Bisogna ritrovare la leggerezza di fare cinema riscoprendo la magia dell' avventura, di buttarsi senza paracaduti statali» come ha fatto lui, pagando cambiali. Mimmo Calopresti torna al lungometraggio dopo vari documentari e a cinque anni da La felicità non costa niente con un film monstrum, L'abbuffata . Tra le tante direzioni che prende, in maniera un po' anarchica e impulsiva, è una riflessione sul cinema, una sorta di autoanalisi e uno sguardo sul sud addormentato e vitale. Racconta di tre ragazzi e una ragazza (Paolo Briguglia, Lele Nucera, Lorenzo Di Ciaccia e Elena Bouryka) che vivono a Diamante, un piccolo paesino calabrese, decisi di fare un corto. Tra mille difficoltà e retromarce li aiuta Neri (Diego Abatantuono), un regista in crisi di ispirazione che in attesa di rimettersi in pista se ne sta rintanato a sud a "guardare il mare, che rende belli" come dicevano i greci. Ha un rapporto un po' distratto con la barista Donatella Finocchiaro. I tre ricevono qualche consiglio anche da un attore calabrese (lo stesso Calopresti) che vive a Roma e li sprona a cercare lì il contatto giusto per il loto progetto. Così s'imbarcano nel viaggio "a nord" e trovano un aggancio inaspettato nell'attrice Ameliè (Valeria Bruni Tedeschi), che convince il suo fidanzato Gerard Depardieu (nel ruolo di se stesso) a girare in Calabria. Quando a Diamante arriva "l'attorone", tipico dell'ospitalità meridionale, gli fanno trovare una festa popolare e una ricca tavolata che metterà a dura prova anche il più noto mangiatore del mondo del cinema. Di contorno alcuni personaggi inventati, come il professore interpretato da Nino Frassica, che della magia della recitazione subisce il fascino e anche lo scottante effimero.
L'idea de L'abbuffata arriva da lontano. Nasce dal soggetto dell'iraniano Mahmoud Iden, che lo aveva pensato per il suo paese, viene letto a Parigi dalla Tedeschi e lo propone a Calopresti «che per me è uno dei migliori registi italiani, che negli ultimi anni si è sentito un po' stretto e quindi deve solo liberarsi, prendere il volo» ha detto l'attrice italo- francese con la sua vocina rauca alla Festa di Roma. E proprio il suo personaggio, che si intravede appena, sembra portavoce dello spirito che anima la pellicola. Perché è lei che rassicura e incoraggia i giovani e sconosciuti filmmaker, intimoriti di dover contattare il suo fidanzato Depardieu, assicurando che «Gerard è un tipo generoso, che si da volentieri al cinema, come al cibo e alle donne». Ed è sempre lei, l'occhio esterno, ad esaltare il mito del sud non appena intravede la possibilità di visitarlo, un luogo dove ancora è possibile l' autenticità dei rapporti e di riflesso anche la libertà di fare un cinema con i mezzi che si hanno.
«Qualche volta noi ci prendiamo troppo sul serio considerandoci grandi autori e gli altri fanno lo stesso» ha confessato Calopresti, che aspirava a ridere un po' di quella «certa intellettualizzazione del mio ambiente». Un mondo che ha confini sempre labili, creatività precarie, riuscite incerte. Per questo bisogna buttarsi con l'ingenuità di quei ragazzi, non bardarsi dietro la spocchia di Neri e dello stesso attore-Calopresti. Che nel film di Depardieu dirà «è uno che si butta via, che accetta parti solo per fare soldi». Invece la magia del cinema è la contaminazione, la sua forza di generare sogni. Racconta il regista che mentre si girava a Diamante «siamo stati assediati da persone che volevano fare il cinema. Non sapevano bene nemmeno cosa fosse ma ci volevano essere». Tanto che aspettavano da Parigi Depardieu ma pochi in paese lo conoscevano, si sentiva in giro «ma quando arriva sto Fernandel?». La volontà di rompere un po' gli schemi imbalsamati, il tentativo di "giocare" con gli elementi si nota anche nella scelta di Calopresti di mischiare alla pellicola formati diversi, come gli spezzoni girati dai ragazzi con minicamere digitali intervistando le persone del posto "su cosa sia la felicità". La costruzione della storia, magari lineare ma piena di scossoni e cambi di tono, punta sulla leggerezza, la comicità, il sarcasmo e una vena di surreale, come il vento finale che spazza via tutto. Una citazione di Fellini, evocato più volte insieme a Rossellini e Pasolini, come a recuperare il filo rosso che ha legato questi autori al sud, quando con Stromboli o Il Vangelo secondo Matteo vennero a portare "il cinema" a bagnarsi di realtà.
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Corriere della Sera, 16 novembre 2007
La parola «amore» nel cinema esiste
Curioso film di Mimmo Calopresti, dopo un periodo dedicato al documentario, per dimostrare che, almeno nel cinema, la parola amore esiste. Docu-fiction dell'autore che nella natìa Calabria, nei paesaggi esplosivi a Diamante, in Magna Grecia, scopre quattro giovani film-maker che scalpitano per uscire dall'immobilismo della provincia dove li consiglia un regista in prepensionamento (Abatantuono). Passano per la delusione di Roma, sita in Cinecittà, ma tornano al paese con un divo che ha dato disponibilità, come in una favola alla Spielberg; ed ecco Gérard Depardieu in loco con la sua fidanzata Bruni Tedeschi. Ma una mini grande bouffe lo mette in pericolo di vita: morirà mentre, in piena digestione, vede in tv Porta a porta. Un film vivo, simpatico, in fieri e in omaggio alle citazioni epocali, da Ferreri al magico Fellini il cui 8 e mezzo è il capolavoro del cinema nel cinema, di cui anche L'abbuffata fa parte, scompigliando le carte.
VOTO: 7
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La Repubblica, 16 novembre 2007
"L'abbuffata" di Calopresti
dal sud a Roma in cerca di cinema
Con facile ironia verrebbe da dire che quella di Mimmo Calopresti è un'abbuffata di ambizioni. Dietro un'apparente modestia da filmino fatto in casa. Paesino calabrese, tre ragazzi appassionatamente aspiranti al cinema, un regista deluso (Abatantuono) che è finito lì in volontario esilio, un attore cialtrone (Calopresti) che dal paesino è partito e torna da Roma per visitare l'amico. Fellinianamente ciascuno rappresenta per Calopresti un pezzo autobiografico.
La carne al fuoco è un po' sproporzionata all'entità dell'opera. Il cui vero zoccolo duro, vitale e autentico perché si parla di qualcosa che fa parte del personale Dna del regista, anche se c'è del paternalismo e dell'affettazione nelle sue enunciazioni, è nell'esortazione ai giovani e specialmente del sud: inseguite il vostro sogno e reclamate il vostro posto, senza chiedere permesso anche perché nessuno ve lo darà. Il che contiene: anche una visione non negativa e drammatica dell'emigrare inteso come cercare e buttarsi; lo sdoganare per così dire "da sinistra" l'ambizione e la tensione a vincere e a godersi i successi; l'invocazione a piantarla di considerare il Mezzogiorno un guaio e una grana: è risorsa, ricchezza, potenzialità.
(p. d'a.)
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Il Mattino, 17 novembre 2007
«L'abbuffata», lieve commedia sulla nostalgia delle radici
Uno degli spunti più abusati del cinema riesce a trasformarsi in un estroso balletto sulla nostalgia delle radici. Del resto Mimmo Calopresti sa benissimo che il sogno di «fare un film» produce overdosi di velleitarismo; trapiantando, così, insieme a Monica Zapelli «L'invito» di Mahmoud Iden nelle natie atmosfere calabresi, sceglie di mantenere lo sguardo e il tono asciutti e lievi, con la macchina da presa sempre vicina ai personaggi. L'energia naif del gruppetto d'aspiranti cineasti cerca di forzare il «non-tempo» paesano, ma poi non può che intraprendere il fatidico pellegrinaggio felliniano... (nella foto, Frassica e Depardieu). Il regista dimostra di sapere giostrare in un arco di sfumature, contrappunti e impressionismi morbido ed elastico: la sua solidarietà con i ragazzi suggerisce contrappunti che rendono l'esile commedia insolita e affabile.
v.ca.
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Il Giornale, 16 novembre 2007
Calopresti sprofonda nel narcisimo
Che noia il suo ritratto di Celluloide
Conduttore di reality nell'Abbuffata, Stefano Della Casa - animatore del programma di Radiotre, Hollywood Party - è il più brillante apporto della Piemonte Film Commission, da lui stesso presieduta, a questo film dell'immigrato calabrese a Torino Mimmo Calopresti. L'abbuffata - direte allora - si svolge in Piemonte.
Invece no, si svolge a Diamante, Calabria, dove nacque Calopresti, e a Roma ed è forse per questo che la Festa del cinema l'ha dunque accolto, fuori concorso, in ottobre. In maggio il Festival di Cannes e in settembre la Mostra di Venezia l'avevano lasciato fuori. Comprensibilmente.
L'abbuffata è un inno di Calopresti a se stesso. Recita anche, nel ruolo di regista - che fantasia - seduttore, con l'intento forse di far capire che lui è l'opposto del suo personaggio. Fra giovani calabresi che sognano di fare un film perché ne hanno visti tanti, s'addensano moleste citazioni cinefiliche. Evocata pure l'unione (già reale) di Calopresti con Valeria Bruni Tedeschi; anche lei, qui, fa se stessa. Anche Gérard Depardieu fa se stesso, voracità inclusa (vedi il titolo). Un noto programma tv, in cui arriva un noto politico, lo stroncherà. Diego Abatantuono, pugliese di Cologno Monzese, interpreta un regista calabrese in crisi.
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