Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
La battaglia dei tre regni
La Battaglia dei tre regnidi John Woo
con Tony Leung, Takeshi Kaneshiro, Zhang Fangyi
 
Il Giornale, 25 ottobre 2009

Senza sangue e senza eroi non si costruiscono patrie

«Il romanzo dei tre regni» di Luo Guanzong divenne - con un millennio di distacco rispetto a ciò che racconta - per i cinesi quel che l’Iliade era diventata - con circa cinque secoli di distacco - per gli europei. Ma i cinesi già allora pensavano per continenti. L’estensione dell’area da loro abitata andava dai freddi polari al tropico, dai confini con gli arabi e con gli sciti all’Oceano Pacifico. Tenere unito tutto ciò costava fatica e sangue, entrambi in immense proporzioni. Chi ama le grandi patrie e s’annoia in quelle piccole è sempre stato affascinato dalle grandi lotte: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà», diceva Napoleone. E Alain Peyrefitte, ministro di De Gaulle, gli faceva eco con un libro ancor oggi importante. Il pregio de La Battaglia dei tre regni (titolo internazionale: Scogliera rossa, in senso geologico, non in senso politico) di John Woo, che a quel romanzo s’ispira, è compendiare in due ore e mezza densissime una guerra di secessione appunto fra tre regni. Gli appassionati di John Woo possono immaginare quanti scannamenti possa ideare con una storia simile. Ebbene qui, nelle prima mezz’ora si muore più che in tutti i suoi altri film. Il pubblico normale resterà invece affascinato dalla normalità dell’uccidere e del morire. In confronto, ciò che si vede nel Gladiatore o in Braveheart è uno scherzo. Nella trilogia del Signore degli Anelli c’è qualcosa di simile, ma con tutt’altro punto di vista. La battaglia dei tre regni non vuole condannare la guerra e nemmeno il potere, non ci affligge dicendo che «triste è il paese che ha bisogno di eroi». No, qui di eroi c’è moltissimo bisogno e se ne fa amplissimo uso. Tutto ciò che accade non è uno scempio: è distruzione che precede la costruzione. Insomma, quel che è reale è razionale... Ma ci sarebbe la Cina di oggi, unita (salvo Taiwan e le periferie indocino-malesi), ricca, potente, rispettata, se non ci fosse il suo passato, tutto il suo passato, nel bene e nel male? Voto: 8

Maurizio Cabona

 
Corriere della Sera, 23 ottobre 2009

Il kolossal cinese? Un Omero al cinema

Dopo le missioni impossibili, John Woo torna a casa per il kolossal più costoso del cinema cinese. I soldi si vedono in magistrale presenza del digitale, 208 d.C. coi signori della guerra in lotta per unificare, comandare il Paese tra strateghi, signore e azioni collettive: balletti di frecce, epica d’epoca da grande visionario, un Omero cinemascopico. Iliade, Odissea, Orlando, tutto e di più, furbi stratagemmi militari, scricchiolìi da cuore, inevitabili fattori umani. Tutto quello che manca al Barbarossa, qui c’è: alla grande. Voto: 7,5

Maurizio Porro

 
Il Manifesto, 26 ottobre 2009

Dalla Cina, la guerra danzante di John Woo

La battaglia leggendaria dei Tre regni, 208 dopo Cristo, durante la dinastia Han, il kolossal più costoso del cinema cinese (80 milioni dollari). Il regista di Hong Kong John Woo ha sfidato Hollywood in questo monumento alla creatività della Cina, ieri e oggi. Il film vaga nei secoli e dalla data storica salta al tredicesimo secolo, quando Il romanzo dei tre regni di Luo Guanzhong manipolò fatti e personaggi e diventò il Via con vento asiatico, per approdare nell'estetica del videogame e dei fumetti contemporanei. Un'opera multisenso che scende sui campi infiniti della guerra per trasformarla in balletto, evoluzioni di centinaia di corpi, sciabole, cavalli... «remake» di uno degli spettacoli più fastosi e indimenticabili degli ultimi tempi, la cerimonia d'inaugurazione e di chiusura delle Olimpiadi diretta da Zhang Yimou. Beijin 2008. Coreografie tra cielo e terra, dove le armature si ripensano come ornamenti, e gli scudi si scompongono in mille figure. Un tromp l'oeil fantastico che viola la legge delle armi, e produce geometrie in metamorfosi continua. L'arte della guerra come installazione viva, ricordo delle strategie militari, che i guerrieri del primo ministro Cao Cao (Zhang Fengyi, Addio mia concubina), ambizioso, cinico e beffardo, credono imbattibili. Ma la maggioranza non sempre vince, se, per esempio, ha di fronte un ispirato poeta del tempo, l'astrologo Zhuge Liang, capace di «prendere in prestito il vento dell'est» e spingerlo verso l'immensa flotta nemica. In una delle più potenti sequenze del film, le piccole imbarcazioni del regno di Xu, assalite dalla truppe imperiali, sono in ritirata mentre i nemici avanzano con il loro sterminato tappeto di navi, duemila. Il vento, prima sfavorevole, fa palpitare la fiamma delle candele e poi cambia direzione. Il fuoco appiccato dagli imperialisti si avventa contro le grandi imbarcazioni e le divora una a una fino... inquadratura dall'alto, dal punto di vista di una colomba, compagna di una donna guerriera, che ha trascritto sulle vesti bianche le informazioni sulle postazioni nemiche. Il film racconta la battaglia di Red Cliff (le scogliere rosse, sottotitolo del film) sul fiume Yangtze, accanto alla foresta Crow, dove sono accampati gli eserciti dei regni del sud, che Cao Cao vuole eliminare per insediarsi come unico imperatore della Cina. Nella parte del viceré del Regno Wu, Zhou You, un magnifico Tony Leung, l'attore di Won Kar-wai (In the mood for love) che duetta amorosamente con il consigliere militare Zhuge Liang (Takeshi Kaneshiro, House of Flying Daggers di Zhang Yimou). Mai un film di guerra è stato tanto pacifista nella sensualità sinuosa delle vesti e dei sorrisi, negli improvvisi detour narrativi. Tra uno scontro e l'altro, il suono di un flauto distrae un generale e ferma la violenza... Una goccia di pioggia, un'increspatura di sabbia, un neonato avvolto tra le braccia insanguinate di un soldato, tutto è pausa allucinata, sogno nell'incubo. John Woo (Broken Arrow, Mission Impossible II) firma il suo capolavoro, e tra i fotogrammi insinua l'antitodo ai desideri sanguinari di ogni imperialismo. Cao Cao, l'arrogante generale che spende a piene mani carne di suddito, sarà umiliato da un volteggio lieve di spada che gli scompiglia i capelli. In una triangolazione alla Tarantino (che tutto ha preso dai maestri cinesi), le sciabole s'incantano e il prigioniero è sconfitto due volte. Gli risparmiano la vita, di fronte alla principessa diafana, amata da sempre, la donna del ritratto, Xiao Qiao (esordio di Chiling Lin). 148' che passano in rassegna le teorie di Ulisse, l'ingegno, l'invenzione dada contro il brutale manuale militaresco, come quando, a corto di frecce, gli assediati varano piccole barche-civetta che affondano nella nebbia, annunciata dal metereologo visionario, e si offrono alla pioggia di dardi dei nemici. Le barche, gonfi ricci di mare, tornano a riva cariche di preziose frecce. «Un film sugli eroi dei Tre regni che non avesse niente a che fare con le arti marziali», così si era ripromesso John Woo, e così è in questo film dai fraseggi fiabeschi e inquietanti, poema cinese del terzo millennio.

Mariuccia Ciotta

 
Il Messaggero, 24 ottobre 2009

Il kolossal mancato

Abituati alla seconda vita acrobatica di Zhang Yimou (Hero, La foresta dei pugnali volanti, La città proibita), spiace vedere quanto sia deludente il ritorno in Asia del maestro dell’azione John Woo. Che siano vittime di un transfert? Se l’ex neorealista Yimou eccelle ora nello spettacolare, il coreografo delle pallottole Woo annoia con l’epico La battaglia dei tre regni, ambientato nel III secolo d.C. Due sovrani del Sud della Cina si alleano per fermare le mire totalitarie del generale Cao Cao (si dice Zao Zao). Cameratismo infantile (più che condottieri sembrano bambini che giocano alla guerra), psicologie tagliate con l’accetta, colombe (marchio di Woo) che diventano risibili spie e pessima computer graphic per il ritorno di Woo dopo la sfortunata parentesi hollywoodiana. Da Face/Off (1997) in poi, solo delusioni per l’autore di capolavori come The Killer (1989) e Hardboiled (1992). Diviso in due capitoli e campione di incassi in patria (31 milioni di euro) arriva da noi in un unico film lungo e corto insieme. Una barba.

Francesco Alò

 
L'Espresso, 15 ottobre 2009

Genio in battaglia

Il grande John Woo cambia genere. Il più violento e torbido regista di azione e di dark thriller, autore di 'Face/Off' e di 'Broken Arrow', cinese di Hong Kong spesso al lavoro negli Stati Uniti, amatissimo da Quentin Tarantino e dai cinefili europei, si converte al cinema cinese di conflitti storici con 'La battaglia dei tre regni'. Questa battaglia sulle rive dello Yangtze è, pare, una delle più famose della storia cinese, avvenuta nel 208 d. C. durante la dinastia Han, nel Paese di Centro diviso in diversi reami ostili uno all'altro e ciascuno aspirante a ricomporre l'unità nazionale sotto il proprio dominio. Questa battaglia, pare, è tuttora famosa non tanto per essere stata narrata quasi 700 anni fa ne 'Il romanzo dei tre regni' noto in tutta l'Asia, quanto per venire ancora oggi esaltata in una gran quantità di fumetti e videogames. Nel film è stupenda: scontri su terra e sull'acqua, il mondo in fiamme, 200 mila navi incendiate, nuvole di frecce e di lance, capolavori d'intelligenza e di esperienza bellica, un esercito di 800 centomila soldati, astuzie, tranelli, attacchi a sorpresa, coreografie militari perfette, vittoria dei più deboli, il destino della Cina mutato per sempre. Il film non somiglia affatto ai monumentali classici cinesi; molte particolarità lo distinguono dal loro fasto e dalla loro crudeltà di sangue. Non vi compaiono quasi mai il rosso carminio e l'oro lucente che fa splendere altre opere: a parte il fuoco e alcune bandiere, i toni dominanti sono l'oscurità della guerra, grigio e nero, marrone e blu scuro. Non vi compaiono membra mutilate, facce tagliate, né indulgenze al raccapricciante o al loquace: lo scontro più esplicito tra due valorosi condottieri avviene non in battaglia, ma in un concerto di strumenti a corde. Non vi figura recitazione grossolana: tutti gli attori, protagonisti e no, sono bravissimi. L'edizione non asiatica è di lunghezza dimezzata. E se il cambiamento di genere stupisce, occorre riflettere: John Woo, che è pure coproduttore e cosceneggiatore, ha adesso sessantatré anni, e tra i suoi collaboratori ci sono un "regista delle scene d'azione" e un "regista navale"; il film è cofinanziato da Pechino e da Hong Kong, Taiwan, Corea, Giappone.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011