Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Banda (La)
La Bandadi Eran Kolirin
con Sasson Gabai, Ronit Elkabetz, Saleh Bakri (Israele-Francia, 2007)
 
Il Mattino, 22 marzo 2007
Israeliani e arabi convivenza a suon di musica

Un piccolo film, sbucato fuori dal can-Cannes dell'anno scorso, che propone con l'arma dell'ironia il classico «messaggio» a favore della tolleranza fra i popoli. Il compito era più complicato perché al centro del racconto pulsa l'eterno e aspro scontro che contrappone israeliani e arabi: all'esordio nel lungometraggio, Eran Kolirin se la cava dignitosamente descrivendo il proprio paese con sentimento e nostalgia per una volta non troppo ideologici. La commedia riguarda la banda musicale della polizia di Alessandria d'Egitto, invitata ad esibirsi in un centro culturale di un'anonima cittadina israeliana; peccato che all'aeroporto di Tel Aviv non si presenti nessuno ad accogliere il gruppo e il direttore/colonnello Tewfiq decida di raggiungere la meta usufruendo dei mezzi pubblici. Arrivati nella sperduta e desertica Bet Hatikva, i nostri antieroi si rendono conto con raccapriccio di averla confusa con la reale destinazione (Petah Tikva) e di essere condannati a trascorrervi almeno una notte perché l'autocorriera passa ogni ventiquattro ore. Tutto molto aggraziato, disinvolto e ritmato nonché innamorato dei bei contrasti cromatico-ambientali. Ci sono momenti tristi e momenti allegri, ma si capisce benissimo che gli spiragli di sincera comprensione aperti dal regista e sceneggiatore appartengono, purtroppo, al sogno della fiction.

Valerio Caprara

 
L'Unità, 21 marzo 2008
Arabi e israeliani lost in translation

Strano destino quello de La Banda militare egiziana che finisce dispersa in un paesino desolato di Israele. Colpa forse del fatto che nel paese medio-orientale non è più praticato il bilinguismo, con l'arabo scomparso dai cartelli stradali e dalle insegne? Curioso. Perché Eran Kolirin, classe 1973, regista televisivo alla prima prova sul grande schermo (ha fatto centro a Cannes e con gli EFA) si ricorda che quando era piccolo il venerdì facevano i film arabi alla televisione israeliana e tutti piangevano appresso ad Omar Sharif. Quanto poi all'arrivo dei canali via cavo, Mtv e le catene di marche occidentali, hanno risolto il problema alla base: si scrive inglese, si parla inglese. Insomma La Banda, spassosa commedia israeliana coprodotta dalla Francia, ha striature amare e malinconiche che giocano con la nostalgia, la voglia di sospirare che ha la gente quando dice: "Però tutto sommato una volta era meglio".

In uno spassoso affrontarsi con lingue diverse – con tutti i fuori sincro di senso del "lost in translation" – questi egiziani sono costretti a chiedere aiuto. Per colpa del più giovane e bello del gruppo – fissato con le donne e Chat Baker, come Muccino! – scambiano una località per un'altra. Si fa avanti il capo (un grande Sasson Gabai), uomo d'altri tempi, severo e composto anche nelle situazioni più disperanti. Chiede a Dina (Ronit Elkabetz), la bella ed emancipata ristoratrice del posto, dove si trovi il centro culturale arabo. Lei risponde senza battere ciglio: "Qui non c'è nessun centro culturale arabo. Non c'è proprio cultura, né araba né israeliana". Però li fa mangiare, poi li sistema per la notte a casa sua e da amici in attesa del pullman del mattino.

Cosa si fa in una serata qualsiasi in un posto qualsiasi che non sia sulle mappe? La paura della solitudine, la sensazione di vuoto e silenzio spesso spaventa. Così gli incroci sono imprevedibili. Se poi come Dina si è curiosi e aperti, lo straniero è un'opportunità, una finestra su altri mondi. Il regista Eran Kolirin, che è anche sceneggiatore, ne ha pensate di divertenti. Perché ha preso un po' di caratteri – il capo, il bello, l'eterno secondo, l'imbranato, la donna forte, la fauna da bar – e ha mescolato a bella posta i luoghi comuni nazionali. E cioè gli arabi "ambigui" e diffidenti delle donne troppo libere, gli israeliani imbranati e sospettosi. Considerato il suo modo di tagliare l'inquadratura e il gusto per la composizione dell'immagine – si trova del bello anche nella desolazione - La Banda è una storia "minima" che vale la pena non perdere. E fa il paio con Meduse, l'altro film israeliano che dovevate assolutamente vedere.

Pasquale Colizzi

 
Corriere della Sera, 21 marzo 2008
L' avventura dei suonatori egiziani «dispersi» in un paesino israeliano

L' idea semplicissima ma vincente dell' esordiente israeliano Eran Kolirin e del suo film La banda è quella di mettere ebrei e arabi uno di fronte all' altro senza niente di quello che solitamente li divide. Senza muri, bombe, carri armati, reticolati o frontiere varie. Costringendoli a qualche cosa - dialogare, confrontarsi, anche solo guardarsi negli occhi - a cui non sembrano più abituati. E di cui la storia degli ultimi decenni ha cancellato l' abitudine. Qualche cosa che oggi può sembrare folle e anacronistico e che invece dovrebbe essere la cosa più semplice del mondo. A ricordarcelo sono gli otto componenti dell' Alexandrìa Police Cerimonial Orchestra che un giorno si trovano abbandonati sul marciapiede di un aeroporto israeliano. Sono musicisti egiziani, invitati a suonare all' inaugurazione di un centro culturale arabo in terra israeliana, ma nessuno è venuto ad accoglierli. E quando decidono di fare da soli, perché «da venticinque anni abbiamo saputo fare a meno di un manager», sbagliano tragicamente destinazione. Sarà colpa della lingua locale non proprio padroneggiata, sarà colpa degli occhi dell' impiegata che stregano il giovane Khaled (incaricato di acquistare i biglietti per via della sua - approssimativa - conoscenza dell' inglese), sarà colpa dell' assonanza tra i nomi, fatto sta che gli otto suonatori si ritrovano a Bet Hatikva mentre invece li aspettano a Petah Tikva. E la sfortuna vuole che Bet Hatikva sia un agglomerato di casermoni nel deserto, decisamente inospitale e soprattutto pessimamente servito dai pullman, che si fermano lì una volta sola al giorno. Poteva nascerne un dramma in chiave neorealista, il resoconto di uno scontro interetnico dove la diversità razziale diventava ostilità e anche peggio. E invece Kolirin (a cui si deve anche la sceneggiatura) smorza qualsiasi elemento di tensione per raccontare tutto con la sospensione un po' incredula dell' osservatore «oggettivo», ma anche con la partecipazione emotiva del sottile umorista. Scomponendo l' azione in tante piccole scene chiuse in loro stesse, dove i silenzi sono importanti almeno quanto le (poche) parole, la regia utilizza a proprio favore il tema della difficoltà di comunicazione tra ebrei ed egiziani facendone la chiave del suo approccio alle cose: un intreccio di lingue - ebreo, arabo, inglese - che sottolinea il bisogno di «mettere da parte» la propria identità nazionale, una distanza verso l' altro che diventa immediatamente curiosità, un gioco di silenzi che nasconde (nemmeno troppo) gli stessi stati d' animo e delle stesse emozioni. Così l' incontro con Dina (Ronit Elkabetz), la padrona del bar che prima accetta di sfamare i poveri musicisti e poi si attiva per trovar loro una sistemazione per la notte, diventa il simbolo di un rapporto che la cronaca si incarica ogni giorno di smentire (il film, coprodotto con capitali israeliani, statunitensi e francesi è stato boicottato dall' Egitto) ma che il cinema può tentare di rivendicare con forza e convinzione. E la lezione di seduzione fatta senza parole tra il musicista innamorato di Chet Baker (Saleh Bakri) e il timidissimo Papi (Shlomi Avraham) non solo è un autentico vertice di comicità ma anche la dimostrazione che tra arabi e israeliani non esistono poi così tante differenze. Scegliendo di ambientare il suo film in un oggi senza precise coordinate temporali e mascherando al massimo quelle geografiche, Kolirin può permettersi di sfumare un presente di scontri e odii per immaginare una specie di «limbo» delle identità nazionali dove la concretezza delle esperienze personali è l' unica vera specificità da rivendicare: le relazioni male assortite di Dina o la perdita del figlio e della moglie per Tewfiq (Sasson Gabai) diventano immediatamente terreno di incontro e di reciproca comprensione. Che la regia si incarica di raccontare senza melensaggini ma con un umorismo astratto e pungente. Torna in mente addirittura la «faccia di pietra» di Buster Keaton per spiegare la comicità senza tempo che Gabai mette in campo, quando cerca invano di nascondere dietro il più compunto dei silenzi il proprio imbarazzo di straniero orgoglioso e insieme totalmente impotente e spaesato. Così, quando cerca di spiegare alla scettica Dina il fascino della pesca, perché solo nel silenzio che ti permette quell' attività riesce ad accorgersi che «tutti i rumori della natura finiscono per formare un' unica, spontanea sinfonia», e subito dopo aggiungere che i pochi pesci che cattura li ributta in mare perché a casa non c' è più nessuno che li cucina, da spettatore ti convinci che il cinema sa ancora raccontare i segreti più nascosti degli esseri umani. E che, se nel deserto della finzione otto suonatori egiziani sono riusciti a far amicizia con i frequentatori di un bar, forse tra le tante contraddizioni della realtà c' è ancora posto per un sogno di pace.

Paolo Mereghetti

 
Il Tempo, 22 marzo 2008
Convince e coinvolge la regia dell'esordiente Eran Kolirin che firma un inno alla speranza
«La banda» fa dimenticare la guerra arabo-israeliana

Un'opera prima israeliana co-prodotta con la Francia. È parlata in ebraico e in arabo, naturalmente sottotitolati e quando i personaggi, nell'edizione originale, tra loro parlavano in inglese, è doppiata in italiano. Si segue con piacere, convince, in qualche momento perfino coinvolge. Anche se il regista esordiente, Eran Kolirin, che si è scritto il testo, ha volutamente evitato qualsiasi allusione ai conflitti israelo-palestinesi di ieri e di oggi, privilegiando delle indicazioni di luoghi e personaggi quasi atemporali, evitando riferimenti a date e situazioni precise.
Lo spunto è semplicissimo. La banda della polizia di Alessandria d'Egitto arriva in una cittadina israeliana dove dovrebbero attenderla per un concerto da tenersi in una località vicina. Se non che non trovano nessuno. La cittadina è isolata in una specie di deserto, l'ultimo autobus che la collega a un centro di maggior rilievo (forse quello dove la banda dovrebbe suonare) è partito da un pezzo e per il prossimo bisognerà attendere il giorno dopo.
Ecco la banda, una decina di persone con le loro uniformi, i loro gradi e una disciplina militare che comincia a tenerle unite. Nel vuoto, nel silenzio, senza valuta locale e, se la possedessero, con poche occasioni per spenderla perché lì non c'è neanche un albergo. Però c'è la proprietaria di un piccolo ristorante, israeliana naturalmente e a fianco ha un gruppetto di amici che si fanno subito premura di ospitare quei nuovi venuti per una notte, preoccupandosi anche di rifocillarli alla meglio.
Tutto qui, ma il film si impone per la delicatezza con cui sono tratteggiati gli incontri fra i due gruppi all'inizio tanto estranei fra loro, per i tratti fini con cui sono disegnati i caratteri dei personaggi, per la trama sottile di situazioni sempre garbate che via via li lega. Con accenti lievi, con momenti sospesi in cui prevale l'alluso, finendo presto per evocare su tutto (e su un'azione che sa risolversi anche in non azione) un clima raccolto, affabile senza retorica, umano senza patetismi, percorso da quella cifra segreta che, pur evitando appunto citazioni e date, di fronte alla difficile convivenza arabo-israeliana a noi ben nota, sembra indicare, in silenzio, le stesse soluzioni pacifiche che quella piccola cronaca ha ardito suggerire.
Una soluzione, anche questa solo accennata di riflesso, che si può forse anche intuire nel noto attore israeliano Sasson Gabai che interpreta il capobanda egiziano. Recitando in arabo e indossando una divisa che non lo mette in contraddizione con sé stesso.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011