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Katyn
di Andrzej Wajda
con Maja Ostaszewska, Artur Zmijevski, Andrzej Chyra
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Il Tempo, 16 febbraio 2009
Wajda riesce a commuovere senza sbavature
Andrzej Waida, uno degli autori più prestigiosi del cinema polacco, nel corso della sua splendida carriera ha affrontato spesso, con serio impegno civile, le pagine drammatiche della storia del suo Paese: l'occupazione e la resistenza, ad esempio, in "Generazione" e ne "I dannati di Varsavia", l'orrore del ghetto ne "Il dottor Korczak", il dopoguerra e le lotte per la libertà e la democrazia ne "L'uomo di marmo" e nel suo seguito "L'uomo di ferro". Solo oggi, però, trattenuto finora forse dal pudore per il proprio padre che vi aveva perso la vita, accosta la pagina più terribile e più nera, l'eccidio di Katyn in cui, nel 1940, i militari sovietici, per ordine diretto di Stalin, trucidarono a freddo migliaia e migliaia di prigionieri di guerra polacchi, ufficiali e soldati, accumulandone i cadaveri in fosse comuni.
Alla mostruosità dell'evento si aggiunse una bieca operazione di propaganda che mentre da una parte, nel '43, indusse i tedeschi, scoperte le fosse, a servirsene per combattere i sovietici, da un'altra spinse invece per anni i sovietici ad accusare i tedeschi di quell'orrore, continuando nell'inganno anche quando, finita la guerra, tennero praticamente soggetta la Polonia grazie a un governo comunista ai loro ordini.
Wajda all'eccidio dedica solo l'ultima sequenza, terribile e atroce, rappresentata però quasi come in un documentario e con un'unica nota privata, le vittime predestinate che, via via massacrate, recitano forte il Padre Nostro. Il resto è il dramma delle famiglie in attesa e, dopo, i durissimi contrasti con i governanti comunisti intenti, anche con quelle, a perpetuare la frode dell'eccidio ad opera dei tedeschi per assolvere i sovietici.
Casi umani saldamente costruiti, personaggi scolpiti quasi nella pietra, ma sempre vivissimi, situazioni che si susseguono in climi ora tesi ed ansiosi, ora raccolti anche quando le invadono emozioni profonde. Con immagini di altissima qualità cinematografica, all'insegna di un realismo che punta sia alla enunciazione dei fatti, persino con terribili documenti d'epoca, sia alla rappresentazione, dall'interno, di problemi di coscienza, di reazioni psicologiche, di dubbi e di contrasti, sempre di forte evidenza.
Li sostiene una recitazione votata solo all'autentico, pur nel segno dell'arte. Commuove, fra i tanti, felicissimi interpreti, ritrovare, nelle vesti dolenti di una madre, la grande Maja Komorowska, reduce non solo dal cinema di Wajda, ma anche, con autorità, da quelli di Zanussi e di Kieslowski.
Gian Luigi Rondi
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Corriere della Sera, 13 febbraio 2009
Wajda e gli orrori di Stalin
Di fronte ai film che rievocano fatti e misfatti della Seconda guerra noi sopravvissuti non possiamo fare a meno di comparare ciò che vediamo con ciò che vedemmo. Faccio un esempio. Parecchi, soprattutto nella digrignante Germania, hanno criticato la ricostruzione dell' ambiente buromilitare in Operazione Valchiria: ma io, forzatamente pendolare negli ambulacri triestini del governatorato tedesco, in tali scene ho ritrovato l' atmosfera sinistra e formale di quegli uffici. Spero comunque che nessuno obietterà sul modo del grande veterano Andrzej Wajda (classe 1926) di affrontare in Katyn le dolenti memorie delle convergenti invasioni nazi-comuniste della Polonia tra il ' 40 e il ' 45. Basterebbe la sequenza iniziale che sintetizza in modo geniale un evento assurdo: l' incrociarsi di due colonne, i profughi dell' est che fuggono i russi e quelli dell' ovest incalzati dai tedeschi. Nei gialli il problema centrale è trovare l' assassino. Figuriamoci quando è in ballo un giallo macroscopico dove per mezzo secolo si è esitato a identificare un pluriassassino. Quale divisa indossavano le belve umane che dall' aprile ' 40 misero a morte i resti del disciolto esercito polacco? Filo di ferro ai polsi, cappio al collo, colpo alla nuca sul bordo di voragini scavate dai bulldozer. Due anni dopo, scoperte le fosse nella foresta di Katyn e presso Smolensk, ai nazisti che stavano eliminando 6 milioni di ebrei non parve vero di accusare i sovietici per il massacro di 15 mila uomini. Il mondo in guerra fu percorso dall' ennesimo fremito di orrore, che noialtri seguimmo creduloni nelle varie fasi addebitando dapprima la strage a Mosca, poi girando la responsabilità in base all' accusa sovietica contro i tedeschi. Per non aver accettato tale tesi il governo di Varsavia in esilio fu dichiarato nemico della patria, mentre Churchill sentenziò che non era il momento di aprire contenziosi fra alleati, Roosevelt rimase muto e i criminali russi eressero un cippo commemorativo antitedesco. L' infame menzogna si protrasse fino al 1990 quando lealmente Gorbaciov svelò che il genocidio era stato voluto da Stalin. Chi vuole approfondire, trova in libreria: Pulizia di classe di Zaslavsky (Il Mulino) e Katyn e l' eccidio sovietico del 1940 di Sanford (Utet). Perfino Wajda, che perse suo padre Jacob nella strage, pervenne alla verità dopo decenni; e qui sottolinea che i martiri sognavano solo di riportare la Polonia sbranata e cancellata sulla mappa geografica. Dei polacchi ho un ricordo personale: quando nel cantiere della Todt dove mi ero imboscato si profilava un lavoro sporco e sfibrante, arrivavano dei camion carichi di polacchi laceri, cadaverici e trattati come subumani. Il perché di questo forsennato odio dei tedeschi, pari a quello dei russi, per quel popolo in particolare non sono riuscito a capirlo né allora né dopo. Nel film la tragedia è rivissuta dal punto di vista delle donne in attesa: la moglie del capitano Andrzej, la cui mater dolorosa è incarnata dalla grande tragica Maja Komorowska; la consorte di un generale; una novella Antigone che vuol seppellire il fratello ufficiale dell' aviazione. Deportato, Andrzej ha la tenacia di appuntare i fatti in un taccuino che ritrovato sul suo cadavere farà finalmente luce. Solenne come un oratorio e insieme schietto come un racconto di vita, Katyn dovrebbe costituire una visita d' obbligo. Prevedo già che qualcuno, di fronte a questo grido dell' anima espresso in forma classica, dirà che è roba vecchia, «cinema di papà»; prevedo che in un' Italia degradata e irresponsabile, capace di radunare davanti a «Il grande fratello» 8 milioni di telespettatori la sera stessa del dramma di Eluana (scelta avallata da un membro della compagine ministeriale come «voglia di distrarsi»), incontrerà poco. Ma in un paese che insiste a dirsi civile, questo sarebbe un film da vedere in piedi.
Tullio Kezich
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Il Messaggero, 13 febbraio 2009
Katyn, toccante lezione di storia
Primavera 1940. L'esercito sovietico, che forte del patto Molotov-Ribbentrop aveva invaso la Polonia nell'agosto 1939, massacra 22.000 ufficiali, soldati e professionisti polacchi nella foresta di Katyn. Lo ricorda con ammirevole lucidità Andrzej Wajda in questo film che riesuma una pagina a lungo rimossa e ha avuto in patria 3 milioni di spettatori. Primo merito di Wajda è lavorare solo su fatti certi, rievocando oltre all'eccidio le sue conseguenze. Più che i prigionieri seguiamo le famiglie, mogli, madri, figli, sorelle. Vediamo la propaganda nazista usare il massacro in chiave anti-Urss (la vedova di un generale rifiuta di firmare una deposizione già scritta ed è costretta a guardare un documentario sulla riesumazione dei corpi: uno dei momenti più alti e agghiaccianti del film). Mentre a guerra finita sono i sovietici a costruire false prove per attribuire l'eccidio ai nazisti. Perseguitando per decenni chiunque alludesse a Katyn, come Wajda racconta in un paio di episodi che ci riportano al cinema romantico e travolgente dei suoi inizi. Salvo poi, prima di mostrare la catena di montaggio dello sterminio in tutta la sua terribile efficienza, evocare il problema della memoria del suo uso. Cosa fare, sapendo, ma dovendo vivere sotto i sovietici? Altro nodo delicato che Katyn affronta in chiave individuale, senza giudicare nessuno. Una lezione di storia.
Fabio Ferzetti
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