I versi degli amanti-terroristi
Il regista Luigi De Angelis
e la drammaturga Chiara Lagani (Fanny e Alexander) lavorano
per serie. K.313 è,
della serie dedicata a Tommaso Landolfi, il secondo spettacolo:
debole come il primo, Amore. Ma nel primo c' era un'
immagine forte, quella del suo interprete Marco Cavalcoli
con un agnellino in braccio. L' immagine di K.313 è sopraffatta
dalle intenzioni dei suoi autori. Già è complicato
il punto di partenza, Breve canzoniere di Landolfi, un
prosimetro che esibisce numerose caratteristiche: non
solo, come è proprio del prosimetro, una miscela
di prosa e versi; ma anche il restauro del sonetto (siamo
nel 1971), come più tardi avverrà in libri
di Zanzotto, Raboni, Bandini, Valduga; e una serie di
incipit narrativi, come nel 1979 in Se una notte d' inverno
di Calvino. Altra peculiarità, ripresa nello spettacolo:
nel romanzo di Landofi, se così lo vogliamo chiamare,
non vi è che dialogo tra i due protagonisti, i
due amanti; il loro problema, in fondo, è l' autenticità,
ovvero la durata, del loro amore: che in altri termini è la
durata, ovvero l' autenticità, del loro linguaggio:
da cui lo sbocco finale nel concerto di Mozart che dà il
titolo allo spettacolo. A complicare le cose c' è l'
interpretazione, cioè la sovrapposizione visiva
adibita da Monica Bolzoni che ha disegnato i costumi.
I due interpreti, Cavalcoli e la Lagani, sono vestiti
come i terroristi ceceni di Mosca nel 2002. Non solo.
La loro immagine è raddoppiata in un film che
scorre alle spalle dei dialoganti. Perché? Perché,
secondo la Lagani, il linguaggio di Landolfi è a
suo modo terroristico. A certificare la gratuità di
questo accostamento c' è il modo in cui gli attori
recitano - non caustico e sferzante, come in Landolfi,
che fa del suo testo un' antifrasi del concerto K.313,
e che dunque dà all' insieme un senso davvero
critico, o moderno (non già «terroristico»)
- ma in modo quotidiano, feriale, come tra due amanti
che siano sfibrati dal proprio amore, più che
come amanti che il loro amore vogliano mettere alla prova
di una parola conclusiva, quella che tende alla propria
trasformazione in musica. Dice lei, verso la fine: «O
vorresti davvero, oseresti sgomentare Mozart dalla sua
tomba e porre i nostri ciechi balbettii sotto il suo
santo patrocinio?» Più tardi, lui risponde: «Ciò che
conta non è fare il verso alle armonie, ma raggiungere
quella divina inconcludenza... Cara! quanto disadorno,
il nostro proprio discorso, quanto avverso a ogni musica
dell' animo come dei sensi; che parole irte, cupe, trite,
logore, polverose, le nostre». Ecco, la Lagani
e Cavalcoli, irriconoscibile rispetto all' attore maiuscolo,
grandissimo che avevamo apprezzato in Him (della serie
Il mago di Oz), letteralmente parlano con parole che
risultano «irte, cupe, trite, logore, polverose»,
insomma opache e, per lo spettatore, sommamente noiose.
Nel semibuio, ovvero nella semi-cecità delle bende
e del «cinema», essi si siedono, si mascherano,
si gingillano, finiscono per destituire di ogni fondamento
e tragicità la scena. Con i loro costumi-maschere
che, in quanto firmati, restano nel mero circuito linguistico-artistico-duchampiano,
evocando costumi-travestimenti sobri e austeri fino alla
morte, dovrebbero innalzare, come fosse necessario, al
rango dell' autenticità dell' oggi il testo di
ieri. Finiscono, al contrario, per annichilire il testo
di ieri - e il suo sbocco nella gloria di Mozart - sprofondandoli
nel «sistema della moda» evocato da Monica
Bolzoni, o nella poltiglia del web, così spesso
citato da Chiara Lagani.
Franco Cordelli