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Juno
di
Jason Reitman
con Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner (Usa, 2007)
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Panorama, n. 15 2008
Femminista contro l'aborto
La delicata Ellen
Page, sedicenne antagonista, nella sua piccolezza tosta
pare quasi un cartoon e infatti il film inizia con lei,
Juno-Giunone, che si trasforma in fumetto. La qualità più evidente di questo piccolo
film diventato fenomeno è l'inventiva allegra, musicale,
sfrontata e mai depressa. E naturalmente la zampata del
Diablo (Cody, ex spogliarellista e sceneggiatrice rivelazione
premiata con l'Oscar) evidente nella storia scritta con
consapevolezza femminile e anticonformismo inusuali. Quando
la ragazzina Juno scopre di essere incinta, la soluzione
più ovvia sembrerebbe abortire, ma al consultorio
annusa un'atmosfera che non le piace e decide di tenersi
il bimbo per affidarlo a una coppia subito dopo il parto.
La parte migliore del film è proprio l'incontro
con gli aspiranti genitori, Jennifer Garner, borghesuccia
e perfettina, e Jason Bateman, inattendibile quarantenne
con nostalgie rockettare. Ellen Page è un'apparizione
straordinaria per energia, vitalità, verità.
E Juno è un bel film perché racconta la libera
scelta di una ragazzina-donna che non accetta la logica
semplicistica dell'interruzione di gravidanza, ma neppure
il ricatto dell'istinto materno a tutti i costi. È questa
la vera provocazione del film, la più potente, la
più femminista.
Piera Detassis
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L'Unità, 3 aprile 2008
So I want to be a rock'n'roll mam
E' stato il piccolo (o grande, visto che è prodotto
dalla Fox) caso della stagione. Con una candidatura all'Oscar
nella cinquina dei migliori film (outsider senza pretese
ma superati tutti al botteghino) e la statuetta tutta "tigrata" per
Diablo Cody, la sceneggiatrice di cui diremo. Vista la
sua punk-attitude non vogliamo pensare dove abbia messo
il Marc'Aurelio vinto alla Festa di Roma.
Juno è leggero, spassoso, sarcastico e intelligente
e tutti i discorsi sull'industria, i trend (prima venne
Little Miss Sunshine), le strategie lasciano il tempo che
trovano.
E solo in Italia poteva accadere che qualcuno lo tirasse
in mezzo alla pozzanghera elettorale. Giusto per fare rumore,
certo. Natalia Aspesi che scrive pensando a Giuliano Ferrara
che le risponde pensando che avrà cinque minuti
di attenzione.
Tutto perché la protagonista, una esile e tutta
nervi Ellen Page, è un sedicenne dall'humor biforcuto
che resta incinta di Bleeker (Michael Cera), compagno di
liceo che ama la corsa e i Tic Tac all'arancia. Juno lo
confessa ai genitori: il padre e la matrigna (J.K. Simmons
e Allison Janney, piccolo ruolo molto graffiante) avevano
sperato si trattasse solo di uno spinello o di guida in
stato d'ebbrezza. Ma abbozzano.
La ragazzina aveva tentato di abortire – superando
di slancio So Shin col suo cartello antiaborista – però si
era arresa subito: c'era puzza di dentista. Non potendosene
sbarazzare "in modo tradizionale, con un cesto lasciato
dietro la porta come Mosè", trova una coppia
a cui appiopparlo.
Non voleva dei fissati coi bambini o "avidi" con
già tre figli, cercava magari "un grafico che
suona la chitarra e ha una ragazza orientale che si veste
da paura". Mark e Vanessa (Jason Batema e Jennifer
Garner) sono ricchi e puliti e con lui si trova subito,
al primo colpo suonano un pezzo delle Hole e si scambiano
musica: lei è più punk'n'core '77 (per i
primi tre pari merito va pure indietro: The Stooges-Patti
Smith-le Runaways), lui più indie (Melvin bilanciati
dai Sonic Youth). Trovano anche un accordo su Dario Argento
re dell'horror.
Insomma tutto fila liscio. Ma. Poche complicazioni, piccole
importanti scelte, nessun dramma, odore di quotidianità.
E un "fagiolino" diventato "gamberetto con
le unghie" (ma non sapremo mai di che sesso è)
che cambia la vita a diverse persone.
Quando venne a Roma Jason Reitman ringraziò Diablo
Cody per la sua storia «che mi ha fatto fare un film "femminile" dopo
un film "maschile" come il mio primo».
Che era Thank You For Smokin. Un pochino di temperato cinismo
l'ha trasmesso anche a Juno.
Sfacciata e disarmante la sceneggiatura partorita (sarà il
caso di dirlo? lei confessa che è parecchio autobiografica)
dall'ex blogger ed ex spogliarellista (oggi al lavoro per
Spielberg) che col suo parlare diretto e la verve scoppiettante
e molto indie ha scritto dialoghi perfetti, dissacranti
e ridotti all'osso, rendendo credibile quella che poteva
diventare una storia da fiction domenicale.
Colorato come un fumetto con attori veri (pensate a Ghost
World) e diviso per stagioni, Juno racconta l'amore, la
perdita dell'innocenza, l'accettazione e il rispetto con
il candore e la naturalezza di una Ellen Page senza eccessi
di ego, funzionale alter-ego dell'autrice.
Il gusto di Diablo Cody per certi oggetti naive - quel
telefono-hamburgher, la pipa che Juno finge di fumare,
quei salotti abbandonati di cui s'innamora – e una
colonna sonora eclettica (dai Sonic Youth al Trio Los Panchos,
passando per Belle&Sebastian e Cat Power) su cui spesso
Reitman monta le immagini, servono alla confezione di un
gioiellino.
Siccome emana good vibrations, usatelo al momento opportuno.
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 4 aprile 2008
La storia anticonformista e furbetta di una gravidanza
adolescenziale
Premessa metodologica (e un po' pedante): Juno non è un
film sull'aborto. Né pro né contro. Difficile
credere che la scelta di continuare la gravidanza perché «l'ambulatorio
sapeva di dentista » sia un argomento di un qualche
peso morale. È solo l'occasione per una battuta,
così come il successivo tentativo di «impiccarsi» con
una corda di liquerizia rossa. È un'altra gag in
un film costruito soprattutto per divertire.
Vincitore dell'ultima Festa di Roma e premiato agli Oscar
per la miglior sceneggiatura originale, prodotto dalla
Fox Searchlight (cioè dalla società della
Fox specializzata in film a basso budget, perché va
bene fidarsi dei nuovi talenti ma sempre con juicio), Juno è il
tipico prodotto hollywoodiano in «stile Sundance»,
dove il ritmo delle battute, l'anticonformismo giovanilista
e la simpatia degli interpreti concorrono a realizzare
un film simpatico, furbetto e piacevole, che scorre via
come l'acqua fresca d'estate.
La trovata più indovinata dell'operazione è la
scelta del soggetto: puntare su un fatto considerato genericamente
negativo (restare incinta al primo rapporto) e raccontarlo
con tutto l'umorismo e l'ironia possibili. Merito indubbio
della sceneggiatrice esordiente Diablo Cody (all'anagrafe
Brook Busey, classe 1979) di cui ormai tutti conoscono
il passato prima come spogliarellista e poi come telefonista
erotica. Esperienze buone per aumentare la propria conoscenza
della natura umana e probabilmente per costruirsi quel
bagaglio di sarcasmo e simpatica strafottenza che caratterizza
il personaggio di Juno, la protagonista della sua prima
sceneggiatura.
Interpretata dalla ventenne canadese Ellen Page, la sedicenne
Juno Mac Guff decide di perdere la propria verginità con
il compagno Paulie (Michael Cera), ma nonostante le lezioni
di educazione sessuale seguite a scuola sembra non immaginare
nemmeno lontanamente le conseguenze in cui può incorrere.
E che immancabilmente arrivano: tre test consecutivi dimostrano
senza ombra di dubbio il suo stato di ragazza gravida.
Il problema adesso è come liberarsi del «fagiolo» che
le sta crescendo dentro e dopo aver scartato, per i già citati
problemi di puzza, la soluzione aborto, Juno opta per dare
in adozione il figlio subito dopo la nascita. Come permette
la legge americana.
La scrittura di Diablo Cody e la messa in scena di Jason
Reitman (figlio del regista di Ghostbuster e già apprezzato
per Thank You for Smoking) tendono a smussare qualsiasi
elemento di attrito per poter meglio esaltare lo spirito
anticonformista della protagonista. Le confidenze con l'amica
del cuore (Olivia Thirlby), le schermaglie con il compagno
di esperienze sessuali, la confessione del proprio stato
ai genitori (lui è J.K. Simmons, lei è Allison
Janney), l'incontro con l'agiata coppia di genitori adottivi — Mark
(Jason Bateman) e Vanessa (Jennifer Garner) — sono
tutti costruiti secondo un unico, collaudatissimo schema:
offrire a Juno la possibilità di mettere in mostra
il proprio blando anticonformismo e la propria simpatica
esuberanza.
Dal nome della protagonista, insolito quel tanto che basta — si
chiama Juno in onore di Giunone, conseguenza diretta della
passione del padre per la mitologia greca — alla
descrizione dei preparativi di Mark e Vanessa in vista
dell'adozione, il film finisce per svelare i confini della
propria voglia di dissacrazione, pronto ad ironizzare (con
simpatia) sulle ansie della madre adottiva ma sempre molto
comprensivo verso l'immaturità di una sedicenne
a cui non viene mai il dubbio (neanche retroattivo) che
per fare sesso forse qualche precauzione sarebbe consigliabile.
La spregiudicatezza del film è soprattutto nel
linguaggio della protagonista, nel suo buttare tutto in
scherzo e nello sdrammatizzare situazioni che però tanto
drammatiche non sono. Perché i genitori sono ultra-comprensivi,
l'inconsapevole padre in fondo ha il cuore d'oro e i genitori
addottivi decisamente disponibili. Solo i compagni di scuola
dimostrano scarsa simpatia, ma il film si limita a mostrarceli
un paio di volte che vanno significativamente nella direzione
inversa di Juno, pronta comunque a fendere la massa degli
studenti senza tante preoccupazioni.
In questo modo, l'effetto generale del film è quello
di una piacevole leggerezza, che nasconde abilmente la
sua furba superficialità dietro un dialogo scoppiettante
e alcune incontestabili qualità. A cominciare da
un cast di volti simpaticamente appropriati (la protagonista
sembra una rediviva Zazie catapultata nel Minnesota) per
continuare con l'intelligenza di chiudere il film con un
compromesso accettabile tra mentalità conservatrice
e spregiudicatezza giovanilista (e qualche consolatoria
lacrimuccia). In mezzo, non mancano divertenti annotazioni
sui gusti delle generazioni più giovani, disposte
a rimettere in discussione l'ammirazione per Dario Argento
quando viene loro mostrato un film del maestro dello splatter
Hershell Gordon Lewis (« The Wizard of Gore è molto
meglio di Suspiria », parola di Juno), ma irremovibili
nel difendere Iggy Pop e il rock anni Settanta di fronte
al «puro rumore» che fanno i Sonic Youth.
Paolo Mereghetti
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Il Manifesto, 4 aprile 2008
Juno, sedici anni in pista
Vincitore di un Oscar per la sceneggiatura, coproduzione
Usa Canada per la regia di Jason Reitman, il talentuoso
(Thank You for smoking) figlio di Ivan Reitman (Ghostbusters)
porta sullo schermo una deliziosa adolescente: Ellen Page,
oggi diciannovenne ma con già dieci anni di esperienza
tra cinema e tv, oltre a un costante allenamento sportivo
tra basketball, calcio, discesa libera, atletica leggera,
ciclismo. Si chiama Juno, nome mitologico ispirato alla
più tosta delle divinità, proprio come è lei. È una
liceale rimasta incinta in un pomeriggio noioso e quasi
senza accorgersene. Eliminata come prima scelta una clinica
troppo sciatta per abortire, ha una soluzione pragmatica
adatta a una teen ager del Minnesota: porterà avanti
la gravidanza e affiderà il piccolo a una coppia
da lei scelta, adatta a prendersene cura. I tentativi di
farlo passare per un film antiabortista sono piuttosto
ridicoli, si potrebbe piuttosto pensare che neanche la
soluzione di Juno sarebbe possibile nel nostro cattolico
paese dominato dalla burocrazia. Lei sceglie la coppia
sugli annunci economici, li contatta, li valuta con spirito
quasi imprenditoriale, li controlla strettamente per non
sbagliare l'obiettivo. E, fatto ancora più sorprendente,
la sua famiglia è stretta al suo fianco per darle
tutto l'appoggio possibile, il padre e la simpatica matrigna.
Sembra di essere tornati in un clima da famiglia Bradford
quando le famiglie molto numerose indicavano sicurezza,
ma venti anni dopo, in cui la crisi economica abbia sforbiciato
le nascite. Con rara freschezza si racconta una storia
ambientata nei suburbi, una volta tanto non luogo di orrore,
ma di umorismo e parallelamente nei quartieri alti, con
tutti i problemi dei single accoppiati: accoglieranno il
bambino una donna in carriera maniacale, che vuole diventare
mamma a tempo pieno, e un marito che si rivelerà un
ragazzone troppo cresciuto e senza nessuna voglia di fare
il papà. I ragazzini del liceo intanto si allenano
tutto il tempo nella corsa, tra cui l'inconsapevole fidanzatino,
troppo giovane per capire cosa sta succedendo e Juno che
sempre più sovrappeso compie qualche passo nella
lunga strada verso la maturità, supportata dalla
pungente amica Olivia. Un film contro le convenzioni e
i luoghi comuni che in fondo racconta una favola di indipendenza.
La sceneggiatura premio Oscar è della scrittrice
Diablo Cody che vive in Minnesota. Il film ha vinto altri
38 premi (tra cui miglior film alla Festa di Roma) e 25
nomination, è al vertice della classifica degli
incassi dei registi indipendenti e maggior incasso degli
indipendenti degli ultimi sei anni. Produce John Malkovich.
Silvana Silvestri
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Il Mattino, 5 aprile 2008
Una commedia col pancione
Una commedia lieve e spiritosa, disegnata sullo schermo
come la striscia di un fumetto, bene intonata alla grazia
acerba della protagonista e scandita dal pungente tempismo
dei dialoghi in stile giovanilistico-alternativo. Ciò detto,
ci sembra alquanto strambo che «Juno» susciti
tanto entusiasmo (vittoria alla Festa del cinema di Roma,
Oscar alla migliore sceneggiatura) e nel contempo attizzi
tante polemiche. Va bene che un rozzo prontuario critico
potrebbe tramandarlo come «film sull'aborto»,
ma a conti fatti Jason Reitman, figlio trentaduenne dell'Ivan
autore di «Ghostbusters» e «Dave-Presidente
per un giorno», è più che altro interessato
alla dolcezza e spontaneità - ma anche spudoratezza
ed energia - di un'adolescente americana d'oggi, in grado
di fronteggiare problemi più grandi di lei, non
omologarsi alla logica degli adulti e respingere vecchi
e nuovi preconcetti. La sedicenne dall'insolito nome mitologico
(interpretata dalla bravissima ancorché ventenne
Ellen Page) è infatti una ragazzina qualunque, appena
un po' afflitta da una famiglia modernamente disgregata,
che decide un bel giorno di perdere la verginità con
un coetaneo bamboccione strampalato. Peccato che l'«esperimento» si
risolva in un'indesiderata gravidanza destinata a crearle
una serie di buffi dilemmi... L'amata ovvero detestata
carica eversiva del film starebbe proprio in questo snodo:
la ragazzina da una parte non si fa assediare da angosce
o sensi di colpa, ma dall'altra scarta decisamente la sbrigativa
soluzione dell'aborto (anche per colpa del tanfo medicinale
percepito nell'ambulatorio). Per la verità la fluidità e
leggerezza della regia non ci sembrano meritevoli d'essere
introdotte nel tritatutto mediatico; come ribadisce la
bonaria piroetta del finale, «Juno» vuole e
riesce a divertire grazie soprattutto alla simpatica cocciutaggine
con la quale la protagonista riesce a restare estranea
da tutto ciò che le accade attorno: comprese, di
conseguenza, le polemiche nostrane tra spettatori/ultrà laici
o devoti. Se c'è dunque un piano dietro al piacevole
balletto di «Juno», sta tutto nella penna dell'autrice
del copione Diablo Cody (nome d'arte di Brook Busey-Hunt),
trentenne ex spogliarellista passata al giornalismo e al
cinema: un mix d'ingenuità e malizia, una competenza
femminile non sclerotizzata dall'ideologia, un modo dignitoso
d'assecondare il naturale anticonformismo degli under 18
e il tipico piglio indipendente, paradossale ed umoristico
nel caratterizzare personaggi e situazioni.
Valerio Caprara
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Il Messaggero, 4 aprile 2008
"Juno", un
pancione
pieno di leggerezza
Una ragazzina che resta incinta a soli 15 anni e naturalmente
non sa cosa fare. Un "padre" che frequenta il
suo stesso liceo ma non ha proprio il fisico né il
carattere per affrontare la situazione. Un'amica che le
consiglia di cercare una coppia che voglia adottare il
bambino («sono fra gli annunci economici accanto
ai terrier, alle iguana e alle attrezzature da fitness
usate»...). E una coppia perfetta di belli-ricchi-e-colti
che così perfetti forse non sono, ma avranno almeno
il merito di accompagnare la piccola ma tutt'altro che
fragile Juno in quei nove mesi di dubbi e di attesa.
Càpita a tutti, anche se càpita sempre più di
rado, di vedere un film e dimenticarsi completamente di
essere al cinema. Càpita di sorprendersi a credere
ciecamente in un personaggio e a tutto quello che dice
e che fa, per bizzarro e improbabile che sia, dimenticando
che c'è dietro un attore (in questo caso un'attrice,
la deliziosa Ellen Page, che con Juno meritava l'Oscar).
Càpita anche di chiedersi, giustamente, da dove
venga quel potere di incantamento. Per decidere che una
risposta sola non c'è, ce ne sono tante.
È il tema a toccarci da vicino. È la regia insieme abile e dannatamente
semplice di Ivan Reitman a rendere così credibile ed emozionante una
storia che in altre mani sarebbe stata ambigua o zuccherosa, fino a farci credere
o perlomeno sperare in quella piccola cittàdi provincia così diversa
dalle nostre (al cinema in fondo e tutta questione di fede). È la sceneggiatura
che sprizza verità in ogni dettaglio (ambienti, sentimenti, dialoghi
pepati e irresistibili: in 90 minuti l'ex-blogger e spogliarellista Diablo
Cody ci mostra come amano, pensano, parlano, scherzano, decidono le ragazze
di oggi).
Anche se forse il segreto di Juno, che comincia come un
cartoon e finisce con una canzone, sta tutto nel tocco
lieve e sapiente con cui stempera argomenti "pesanti" mescolandoli
con mano felice a tutto ciò che entra nella vita
di una 15enne e che magari pesante non è, dal rock
ai film horror (impagabile il derby all'ultimo squartamento
fra Dario Argento e H.G. Lewis), dagli shopping center
ai flirt consumati o solo sognati fra le mura del liceo,
dalla scoperta del mondo con le sue divisioni (fra ricchi
e poveri, ma anche fra chi veste "giusto" e chi
no) al rapporto di Juno col padre e la sua seconda moglie
(perfetti J.K. Simmons e Allison Janney).
Rapporto che contro l'insopportabile retorica dominante
nei film sui teen ager si rivela ricco di calore e di intelligenza.
Almeno quanto quello che in realtà lega Juno allo
stralunato Bleeker (Michael Cera), "fidanzato" di
una sola notte, che con la sua ossessione per la corsa
e per le tic-tac all'arancio, centra l'adorabile ritratto
di un giovanissimo imbranato ma non troppo. Sconcerta che
tanta arguta leggerezza sia stata arruolata a forza dalla
truce campagna antiabortista di Giuliano Ferrara. Evidentemente
ognuno ha i film e i "registi" che si merita.
Fabio Ferzetti
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L'Espresso, 4 aprile 2008
Gioventù in
dolce attesa
'Juno' è un film fresco e piacevole, che parla
bene dei giovani. Nella storia è tutto perfetto.
Forse troppo
Mettere al centro del film una ragazzina, quasi una bambina,
con il corpo sformato dalla pancia gonfia e sporgente di
una gravidanza avanzata, sarà cone metterci una
donna barbuta o un ragazzo con la testa a spillo, un freak,
un uomo elefante, un monstrum? 'Juno', opera seconda di
Jason Reitman (31 anni, origini cecoslovacche, figlio dell'astuto
regista Ivan, cresciuto sui set del padre) è grazioso,
fresco, pieno di carinerie, è piaciuto molto ed è stato
premiato.
Contenta tutti, ha uno stile liscio, convenzionale. Una
volta tanto, 'Juno' parla bene dei giovani, sempre criticati
o considerati teppisti: la protagonista, che rimane incinta
per aver fatto l'amore con un contentissimo coetaneo imbranato, è intelligente,
autonoma, equilibrata, allegra, coraggiosa, ha il controllo
di se stessa e della sua vita. Non abortisce: va subito
all'apposita istituzione, ma l'atmosfera del luogo e la
brutalità mestierante delle persone la allontanano.
Non intende tenere il bambino, capisce che si rovinerebbe
la vita: cerca e trova una coppia benestante di aspiranti
genitori ai quali affidare il nascituro. I suoi genitori
cinquantenni, per quanto sconcertati all'inizio, sono aperti,
protettivi, solidali. I futuri genitori trentenni del bambino
sono una coppia perfetta di consumisti, anche se la moglie
rimane sola a cullare la nuova creatura.
Stanno tutti bene. Tutto è OK. L'attrice protagonista
Ellen Page è davvero brava e simpatica. La soggettista-sceneggiatrice
Diablo Cody, ex operatrice di una linea telefonica pornografica,
autrice d'un romanzo osé e al lavoro su un secondo
romanzo, ha messo insieme una storia inconsueta, nella
quale la gravidanza prematura e imprevista d'una ragazzina,
di solito un guaio, diventa un incidente che non dà noia
a nessuno, che semplifica il giudizio sul film: "Checcarino!".
Lietta Tornabuoni
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La Stampa, 4 marzo 2008
Juno, nessuno e centomila
Lodato, usato come simbolo pseudopolitico, premiato, apprezzato,
Juno è un film inconsueto, carino, molto furbo.
L'astuzia non stupisce nel regista Jason Reitman (31 anni,
origini cecoslovacche, figlio dello svelto regista Ivan,
cresciuto sui set del padre) e nella soggettista-sceneggiatrice
Diablo Cody (ex operatrice d'una linea telefonica pornografica,
autrice d'un romanzo ribaldo, al lavoro su un secondo romanzo).
E' un film scandito dal passare delle stagioni, fatto
per contentare tutti. Gli adolescenti, dei quali finalmente
non si dice male: la protagonista è una ragazzina
intelligente, calma, coraggiosa, equilibrata, simpatica,
amante dei film di Dario Argento. Gli adulti genitori,
singolarmente aperti e comprensivi. Gli adulti aspiranti
genitori, educati e perfetti benestanti anche quando si
separano. Le persone di buoni sentimenti, che amano constatare
come tutto possa accomodarsi e avere un lieto fine. I pervertiti,
che godono a vedere sullo schermo una ragazzina, quasi
una bambina, con il corpo deformato dalla gran pancia della
gravidanza avanzata.
La ragazzina ha fatto l'amore con un coetaneo imbranato,
e si ritrova incinta. Vuole abortire e va nel luogo adeguato:
ma atmosfera e personale la disgustano, scappa via. Decide
di far nascere il bambino e di affidarlo a una coppia adatta.
La cerca, la trova. Fine. Non c'è alcuna eroina
antiabortista, soltanto una protagonista di buon senso
come i suoi genitori (padre + matrigna), una scolara divertente
e chiacchierina come la sua amica migliore e i suoi compagni
coetanei, una piccola donna costretta dal film a una gravidanza
supervistosa fin quasi dal primo momento.
L'interprete Ellen Page è brava e graziosa. La
costumista canadese Monique Prudhomme, molto abile, ha
creato per la protagonista abiti che ne sottolineano la
natura infantile in contrasto con la gravidanza. La veloce
discrezione con cui viene raccontato il parto è apprezzabile.
Tra i produttori figura John Malkovich.
Lietta Tornabuoni
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