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John Rambo
Salvador - 26 anni controdi Sylvester Stallone
con Sylvester Stallone, Julie Benz, Matthew Marsden, Graham McTavish
 
Il Manifesto, 8 marzo 2008

Un ragazzotto in aereo. Con la pura di volare. Gli fa coraggio una hostess e lui, arrivato a destinazione, sembra dimenticare un suo diario. La hostess lo legge, è una appassionata dichiarazione d'amore. Poco dopo apprendiamo che il ragazzotto, di nome Angelo, conosce da tempo la hostess, che si chiama Martina, ed anzi le è legato da una tormentatissima vicenda amorosa in cui, di continuo, si alternano alti e bassi, rotture, riconciliazioni. Aggravati da una difficile situazione familiare di lei, un secondo marito della madre causa di numerosi contrasti, e non certo facilitati, in lui, dalla costante presenza, al suo fianco, di un padre che si ostina a dargli sempre consigli su tutto, il più delle volte facendolo sbagliare. Altra (piccola) rivelazione. Quel padre non è un personaggio reale. Angelo se lo vede sempre dattorno, anche se è morto, perché è ossessionato non solo dal suo ricordo, ma, appunto, dai tanti stravaganti consigli che continuava a dargli in vita e che adesso sono quasi diventati una sua seconda natura (o la sua contraddittoria coscienza). Si va avanti così. Con i reiterati scontri amorosi fra Angelo e Martina, con i problemi coniugali della madre di lei (il marito scopriamo presto che ha un'amante giovane), con quelle interferenze in ogni sua decisione. Con risultati il più delle volte disastrosi. Anche nel finale. Che volutamente no conclude. Ci ha imbastito questo gioco Stefano Chiantini, che non si era fatto molto apprezzare con i suoi primi film ("Forse sì...forse no", "Una piccola storia"). Anche qui lascia incerti. La trovata migliore è quel personaggio di padre che però solo alla lunga risulta immaginato. È spesso al centro di situazioni buffe (soprattutto se lo si accoglie come un fantasma), fa sorridere, tocca, in qualche momento, dei climi spinti verso il grottesco. Il resto, invece, specie tra le pieghe poco ordinate della storia d'amore in più momenti confuso, fitto di passaggi scarsamente collegati fra loro, tra un via vai di personaggi non di rado gratuiti. Gli interpreti principali, comunque, si fanno seguire: Giovanna Mezzogiorno, nelle instabilità di Martina, Alessandro Tiberi, nelle disavventure non solo amorose di Angelo, Rocco Papaleo, un "fantasma" reale dai colori vivacissimi.

Gian Luigi Rondi

I racconti dell'anti-terrore

Non sono solo il fantasma di Ronald Reagan (invocato anche nei momenti più implausibili della campagna presidenziale) e la recessione economica (63.000 posti di lavoro persi nel solo mese di febbraio - la notizia è di ieri) a creare un'atmosfera molto «anni ottanta». Di questi tempi, la decade di Gordon Gekko fa capolino ovunque - dalla surreale presenza di Chuck Norris al fianco di Mike Huckabee, all'idolatria generale per Arnold Schwarzenegger, dal ritorno in voga di Diane Von Fusternberg, alle squallide serie tv (Cashmere Mafia e Lipstick Jungle ma anche l'orrendo reality show Housewives of New York City) popolate di donne ricche, aggressive e apparentemente incapaci di gioia non materialmente indotta. Dalla cronaca nera pulp (lo stupratore che perseguita il pacifico Village o la psicologa fatta a pezzi con l'accetta), al lusso iperbolico (e molto American Psycho) che stanno piagando New York. Persino John McCain (che venticinque anni fa avrebbe avuto piu o meno l'età di Barack Obama) è un candidato da eighties -parole dure per Iran e Mosca, il passato in Vietnam che gli darebbe l'autorità morale di fare restare le truppe in Iraq, il coinvolgimento nello scandalo delle casse di risparmio (oggi lo si rivive con quello dei mutui)... e la facciata da maverick dietro a cui nascondere un'idea per niente democratica del potere.
Non è un caso che tra i nuovi sostenitori di McCain ci sia un'icona di quella decade, Sylvester Stallone. Ancora meno strano che sui grandi schermi sia riapparso proprio adesso uno dei suoi protagonisti meno omologabili, John Rambo. Arrivato a fine gennaio, senza grande botto, nelle sale Usa, Rambo: A Film (titolo e manifesto negli States comunicavano il magico senso di «assoluto» che danno i generic products) non è uscito in Inghilterra (causa disputa tra esercenti e distributore), ma sta andando bene in altri paesi del mondo, Italia compresa. L'assunto comune era che Stallone fosse tornato (questa volta anche in veste di regista) ad attingere al suo cuore di tenebra più che altro per i gusti un po' retro del mercato estero. In realtà John Rambo è un film attualissimo. Come George Romero ha fatto dei morti viventi una sua franchise personale, Stallone ha quasi sempre usato in modo epocale i suoi due personaggi più celebri, Rocky e Rambo. E se l'anno scorso il come back di Rocky Balboa era stato salutato con affetto e persino un certo entusiasmo per il sogno americano old fashioned che rappresenta, questo revenant armato fino al collo è senz'altro un'apparizione più inquietante. Il rimando alla darkness conradiana - magari filtrata dallo sgurdo allucinogeno di Apocalypse Now - più dovuto che mai.
Troviamo il mitico veterano del Vietnam lungo un fiume della Thailandia dove pesca e caccia serpenti velenosi per farli combattere in una bisca locale. Circondato solo da giungla e feccia umana, Rambo è ancora più monosillabico del solito: «Fuck off», ribatte al suo boss. «Fuck the world» dice invece ai pallidi missionari americani che gli chiedono di depositarli in territorio birmano, presso un villaggio di contadini cristiani perseguitati da una giunta miltare assetata di sangue. Poi cambia idea. E una volta che gli inetti religiosi vengono catturati dopo un massacro di proporzioni mai viste (donne e bambini urlanti, arti che volano, teste che esplodono, risaie tinte d'emoglobina: Stallone - che ha l'hobby della pittura - si sbizzarrisce, con l'estro di Hieronymus Bosch, nella computer graphic) Rambo risale di nuovo il fiume per liberarli, accompagnato da mercenari stile pendagli da forca (niente a che vedere con l'hi tech Black Water). In tutto ciò, apre appena la bocca e non cambia mai faccia. La stessa economia è nelle riprese e nello sguardo. E Stallone, che non ha comunque la fascinazione masochista di Mel Gibson mette il suo corpo in secondo piano, mimetizzato nel verde o nel sangue. La classica operazione di guerriglia per liberare gli ostaggi genera un'altra inevitabile e ancora più stupefacente carneficina. John Rambo è uno degli oggetti più violenti mai realizzati. È anche, come era First Blood, il primo Rambo, un folle film contro la guerra. Il suo effetto un 3d extra strong, aldilà del documentario.
Quando si riaccendono le luci, sei coperto di sangue, budella e brandelli di carne anche tu.

Giulia D'Agnolo Vallan

 
Corriere della Sera, 22 febbraio 2008

Un ragazzotto in aereo. Con la pura di volare. Gli fa coraggio una hostess e lui, arrivato a destinazione, sembra dimenticare un suo diario. La hostess lo legge, è una appassionata dichiarazione d'amore. Poco dopo apprendiamo che il ragazzotto, di nome Angelo, conosce da tempo la hostess, che si chiama Martina, ed anzi le è legato da una tormentatissima vicenda amorosa in cui, di continuo, si alternano alti e bassi, rotture, riconciliazioni. Aggravati da una difficile situazione familiare di lei, un secondo marito della madre causa di numerosi contrasti, e non certo facilitati, in lui, dalla costante presenza, al suo fianco, di un padre che si ostina a dargli sempre consigli su tutto, il più delle volte facendolo sbagliare. Altra (piccola) rivelazione. Quel padre non è un personaggio reale. Angelo se lo vede sempre dattorno, anche se è morto, perché è ossessionato non solo dal suo ricordo, ma, appunto, dai tanti stravaganti consigli che continuava a dargli in vita e che adesso sono quasi diventati una sua seconda natura (o la sua contraddittoria coscienza). Si va avanti così. Con i reiterati scontri amorosi fra Angelo e Martina, con i problemi coniugali della madre di lei (il marito scopriamo presto che ha un'amante giovane), con quelle interferenze in ogni sua decisione. Con risultati il più delle volte disastrosi. Anche nel finale. Che volutamente no conclude. Ci ha imbastito questo gioco Stefano Chiantini, che non si era fatto molto apprezzare con i suoi primi film ("Forse sì...forse no", "Una piccola storia"). Anche qui lascia incerti. La trovata migliore è quel personaggio di padre che però solo alla lunga risulta immaginato. È spesso al centro di situazioni buffe (soprattutto se lo si accoglie come un fantasma), fa sorridere, tocca, in qualche momento, dei climi spinti verso il grottesco. Il resto, invece, specie tra le pieghe poco ordinate della storia d'amore in più momenti confuso, fitto di passaggi scarsamente collegati fra loro, tra un via vai di personaggi non di rado gratuiti. Gli interpreti principali, comunque, si fanno seguire: Giovanna Mezzogiorno, nelle instabilità di Martina, Alessandro Tiberi, nelle disavventure non solo amorose di Angelo, Rocco Papaleo, un "fantasma" reale dai colori vivacissimi.

Gian Luigi Rondi

Rambo, elogio di un eroe

In Usa il film che inaugurò il ciclo di Rambo (1982), del quale il numero 4 esce 26 anni dopo, fu First Blood ovvero Primo sangue, come il romanzo di David Morrell tradotto da Feltrinelli. Ma il personaggio del moderno paladino quasi invincibile conquistò subito l' onore del titolo in Europa e poi ovunque negli episodi che seguirono. Attenti al «quasi» perché contiene uno dei segreti del successo di Sylvester Stallone: pur fronteggiando da subito orde di avversari, fuoco a volontà, cani feroci, carri armati, elicotteri e altro, questo speciale Superman di tipo nuovo è tutt' altro che invulnerabile. Tant' è vero che ogni tanto sanguina e zoppica; e alla fine della prima disavventura, provocata dalla tigna persecutoria di uno sceriffo del nordovest, finisce singhiozzante fra le braccia di Richard Crenna, il suo paterno ex-comandante del Vietnam. Perché il problema centrale del personaggio, unico sopravvissuto di una sporca dozzina di Berretti verdi, è di essere stato forgiato come una potente macchina da guerra: divenuto inutile al sopravvenire della pace, pur proclamato eroe nazionale, ha trovato tornando incomprensione e ostilità. Ai tempi del Duce nelle scuole elementari ti insegnavano che la Marcia su Roma era stata fatta perché i sovversivi sputavano sui nastrini dei reduci dal conflitto ' 15-' 18. Ovviamente molto parziale, la spiegazione ha un briciolo di verità e lo confermano i guai di Rambo, frutto dell' antipatia maturata nel popolo americano verso i combattenti di una guerra non sentita. Per questa affinità, forse, qualche critico nostrano scambiò Rambo per un fascista, mentre la differenza è che lungi dal diventare un manganellatore al servizio della reazione, il nostro si batte sempre dalla parte giusta. Se nel primo film deve solo pensare a uscire vivo da una situazione in cui è precipitato senza colpa, in Rambo 2 La vendetta (' 85) va a salvare i commilitoni ancora prigionieri nel Nam e in Rambo III (' 88) si sposta in Afghanistan per far evadere Crenna da una fortezza dei sovietici. Le novità dell' attuale John Rambo sono che Stallone, sempre partecipe alle sceneggiature dei film precedenti firmati nell' ordine da Ted Kotcheff (il migliore), George Pan Cosmatos e Peter Macdonald, si assume stavolta l' intera responsabilità della regìa con un risultato accettabile. Siamo ai confini della Birmania, dove è in atto una guerra civile che dura da 60 anni fra la dittatura al potere e il popolo oppresso dei Karen. Ritirato a vivere in Thailandia, Rambo si dedica alla pesca e alla cattura dei serpenti velenosi da combattimento. Proprietario di una motobarca capace di risalire il fiume in stile Cuore di tenebra, per i begli occhi di Sarah (Julie Benz) accetta di traghettarla con altri volontari pacifisti in territorio birmano, dove i governativi li sequestrano e li seviziano. Finché in loro aiuto, alla testa di una banda di mercenari inglesi, accorre nuovamente Rambo. A condurre il gioco è uno Stallone abbottato e ultrasessantenne, che rispetto all' immagine originaria sembra gonfiato con gli estrogeni. Al protagonista le precedenti esperienze non hanno insegnato niente, salvo aumentare il grado del suo donchisciottismo al servizio di una vaga e silente infatuazione sentimentale, degna di un stilnovista più che di uno spietato ammazzasette. Sappiamo tutti che Stallone come attore non è Laurence Olivier, ma sa come mettere a frutto la prestanza fisica e arpeggiare efficacemente su una laconicità dalla quale ogni tanto emerge qualche battuta spiritosa. Aver creato due personaggi di lunghissima durata e molto diversi fra loro (accanto alla saga di Rambo, ricordiamo i sei episodi del pugile Rocky, partiti trionfalmente con l' Oscar del ' 76 e proseguiti per trent' anni) è un record assoluto nella storia del cinema popolare.

Tullio Kezich

 
Il Giornale, 22 febbraio 2008

Un ragazzotto in aereo. Con la pura di volare. Gli fa coraggio una hostess e lui, arrivato a destinazione, sembra dimenticare un suo diario. La hostess lo legge, è una appassionata dichiarazione d'amore. Poco dopo apprendiamo che il ragazzotto, di nome Angelo, conosce da tempo la hostess, che si chiama Martina, ed anzi le è legato da una tormentatissima vicenda amorosa in cui, di continuo, si alternano alti e bassi, rotture, riconciliazioni. Aggravati da una difficile situazione familiare di lei, un secondo marito della madre causa di numerosi contrasti, e non certo facilitati, in lui, dalla costante presenza, al suo fianco, di un padre che si ostina a dargli sempre consigli su tutto, il più delle volte facendolo sbagliare. Altra (piccola) rivelazione. Quel padre non è un personaggio reale. Angelo se lo vede sempre dattorno, anche se è morto, perché è ossessionato non solo dal suo ricordo, ma, appunto, dai tanti stravaganti consigli che continuava a dargli in vita e che adesso sono quasi diventati una sua seconda natura (o la sua contraddittoria coscienza). Si va avanti così. Con i reiterati scontri amorosi fra Angelo e Martina, con i problemi coniugali della madre di lei (il marito scopriamo presto che ha un'amante giovane), con quelle interferenze in ogni sua decisione. Con risultati il più delle volte disastrosi. Anche nel finale. Che volutamente no conclude. Ci ha imbastito questo gioco Stefano Chiantini, che non si era fatto molto apprezzare con i suoi primi film ("Forse sì...forse no", "Una piccola storia"). Anche qui lascia incerti. La trovata migliore è quel personaggio di padre che però solo alla lunga risulta immaginato. È spesso al centro di situazioni buffe (soprattutto se lo si accoglie come un fantasma), fa sorridere, tocca, in qualche momento, dei climi spinti verso il grottesco. Il resto, invece, specie tra le pieghe poco ordinate della storia d'amore in più momenti confuso, fitto di passaggi scarsamente collegati fra loro, tra un via vai di personaggi non di rado gratuiti. Gli interpreti principali, comunque, si fanno seguire: Giovanna Mezzogiorno, nelle instabilità di Martina, Alessandro Tiberi, nelle disavventure non solo amorose di Angelo, Rocco Papaleo, un "fantasma" reale dai colori vivacissimi.

Gian Luigi Rondi

Sylvester Stallone, mai così violento
un ariete nella Birmania in guerra

Nel 1982 Rambo mostrava muscoli, disillusioni e frustrazioni, rispondendo con la violenza fisica a quella psicologica di un'epoca balorda che non amava i suoi martiri. Ventisei anni dopo John Rambo vive in Thailandia, al confine con la Birmania, dove una guerra invisibile miete più vittime di quella dei cent'anni. Un gruppo di missionari lo cerca per aprirsi un varco tra i sentieri minati. Rambo diventa il quinto cavaliere dell'Apocalisse, gettandosi nelle sequenze belliche più violente che il cinema abbia mostrato. Tutt'altro che banale, John Rambo è il bignami della violenza cinematografica, una sorta di testamento, una vendetta ai danni di chi aveva frainteso il primo capitolo. Bolso, i muscoli sclerotici, Sylvester Stallone è un autore sincero, ammirevole e il suo film è di tutto rispetto.

Adriano De Carlo

 
La Repubblica, 22 febbraio 2008

Un ragazzotto in aereo. Con la pura di volare. Gli fa coraggio una hostess e lui, arrivato a destinazione, sembra dimenticare un suo diario. La hostess lo legge, è una appassionata dichiarazione d'amore. Poco dopo apprendiamo che il ragazzotto, di nome Angelo, conosce da tempo la hostess, che si chiama Martina, ed anzi le è legato da una tormentatissima vicenda amorosa in cui, di continuo, si alternano alti e bassi, rotture, riconciliazioni. Aggravati da una difficile situazione familiare di lei, un secondo marito della madre causa di numerosi contrasti, e non certo facilitati, in lui, dalla costante presenza, al suo fianco, di un padre che si ostina a dargli sempre consigli su tutto, il più delle volte facendolo sbagliare. Altra (piccola) rivelazione. Quel padre non è un personaggio reale. Angelo se lo vede sempre dattorno, anche se è morto, perché è ossessionato non solo dal suo ricordo, ma, appunto, dai tanti stravaganti consigli che continuava a dargli in vita e che adesso sono quasi diventati una sua seconda natura (o la sua contraddittoria coscienza). Si va avanti così. Con i reiterati scontri amorosi fra Angelo e Martina, con i problemi coniugali della madre di lei (il marito scopriamo presto che ha un'amante giovane), con quelle interferenze in ogni sua decisione. Con risultati il più delle volte disastrosi. Anche nel finale. Che volutamente no conclude. Ci ha imbastito questo gioco Stefano Chiantini, che non si era fatto molto apprezzare con i suoi primi film ("Forse sì...forse no", "Una piccola storia"). Anche qui lascia incerti. La trovata migliore è quel personaggio di padre che però solo alla lunga risulta immaginato. È spesso al centro di situazioni buffe (soprattutto se lo si accoglie come un fantasma), fa sorridere, tocca, in qualche momento, dei climi spinti verso il grottesco. Il resto, invece, specie tra le pieghe poco ordinate della storia d'amore in più momenti confuso, fitto di passaggi scarsamente collegati fra loro, tra un via vai di personaggi non di rado gratuiti. Gli interpreti principali, comunque, si fanno seguire: Giovanna Mezzogiorno, nelle instabilità di Martina, Alessandro Tiberi, nelle disavventure non solo amorose di Angelo, Rocco Papaleo, un "fantasma" reale dai colori vivacissimi.

Gian Luigi Rondi

Povero "John Rambo" fa quasi tenerezza

Sono passati vent'anni dall'ultima avventura di Rambo (terza della serie) e ventisei dall'apparizione di questo eroe dell'era reaganiana - inventato da Stallone dopo che con Rocky aveva già creato un'altra icona - all'epoca liquidato come simbolo della destra guerrafondaia.

In realtà la prima storia del veterano della guerra vietnamita non era così violenta e il personaggio non era aggressivo, lo erano gli altri e lui veniva costretto a reagire. Ora John Rambo si è ritirato nella giungla tailandese vicino al confine birmano. Un gruppo di missionari idealisti e fanatici lo ingaggia come guida per raggiungere una comunità perseguitata dalle autorità birmane. Rambo li costringe a vedere la realtà: bisogna usare la violenza per non subirla.

Dopo averli accompagnati e lasciati, torna alla base ma le sue prestazioni vengono nuovamente richieste da un pastore: si sono perse le tracce dei suoi colleghi e chiede a Rambo di scortare un gruppo di mercenari incaricati delle ricerche. Gente senza scrupoli né codici morali, ma anche militarmente molto più incompetenti di Rambo che, prima di portare a compimento la missione, avrà compiuto una strage. Misero, caricaturale. Fa quasi tenerezza.

Paolo 'D'Agostini

 
Il Messaggero, 22 febbraio 2008

Un ragazzotto in aereo. Con la pura di volare. Gli fa coraggio una hostess e lui, arrivato a destinazione, sembra dimenticare un suo diario. La hostess lo legge, è una appassionata dichiarazione d'amore. Poco dopo apprendiamo che il ragazzotto, di nome Angelo, conosce da tempo la hostess, che si chiama Martina, ed anzi le è legato da una tormentatissima vicenda amorosa in cui, di continuo, si alternano alti e bassi, rotture, riconciliazioni. Aggravati da una difficile situazione familiare di lei, un secondo marito della madre causa di numerosi contrasti, e non certo facilitati, in lui, dalla costante presenza, al suo fianco, di un padre che si ostina a dargli sempre consigli su tutto, il più delle volte facendolo sbagliare. Altra (piccola) rivelazione. Quel padre non è un personaggio reale. Angelo se lo vede sempre dattorno, anche se è morto, perché è ossessionato non solo dal suo ricordo, ma, appunto, dai tanti stravaganti consigli che continuava a dargli in vita e che adesso sono quasi diventati una sua seconda natura (o la sua contraddittoria coscienza). Si va avanti così. Con i reiterati scontri amorosi fra Angelo e Martina, con i problemi coniugali della madre di lei (il marito scopriamo presto che ha un'amante giovane), con quelle interferenze in ogni sua decisione. Con risultati il più delle volte disastrosi. Anche nel finale. Che volutamente no conclude. Ci ha imbastito questo gioco Stefano Chiantini, che non si era fatto molto apprezzare con i suoi primi film ("Forse sì...forse no", "Una piccola storia"). Anche qui lascia incerti. La trovata migliore è quel personaggio di padre che però solo alla lunga risulta immaginato. È spesso al centro di situazioni buffe (soprattutto se lo si accoglie come un fantasma), fa sorridere, tocca, in qualche momento, dei climi spinti verso il grottesco. Il resto, invece, specie tra le pieghe poco ordinate della storia d'amore in più momenti confuso, fitto di passaggi scarsamente collegati fra loro, tra un via vai di personaggi non di rado gratuiti. Gli interpreti principali, comunque, si fanno seguire: Giovanna Mezzogiorno, nelle instabilità di Martina, Alessandro Tiberi, nelle disavventure non solo amorose di Angelo, Rocco Papaleo, un "fantasma" reale dai colori vivacissimi.

Gian Luigi Rondi

Il ritorno di Rambo: solo, nichilista e tinto. Ma di nuovo vero

Il ritorno di Rocky è stato un trionfo. Ora tocca all'altra grande icona dello Stallone anni '80: John Rambo. Tutto più difficile. Personaggio vero solo nel primo capitolo del 1982, la macchina da guerra afasica diventa ridicolo simbolo revisionista in Rambo 2, dove cancella da solo la disfatta in Vietnam, e retorico strumento espansionista in Rambo 3, dove massacra i sovietici in Afghanistan con l'aiuto dei mujaheddin sovvenzionati da Charlie Wilson. Rocky è una brava persona. Rambo un fantoccio. Che fare di lui dopo l'11 settembre?
Il ridicolo era dietro l'angolo ma Stallone ha preso un'altra strada. Nichilista e senza patria, eccolo in Thailandia a cacciare serpenti e pescare con l'arco. Isolato, disilluso e tinto. Mai avuto i capelli di un nero così acceso. A parte i trucchi da star 60enne, in John Rambo Stallone fa un ottimo lavoro. Richiamato al disordine da un gruppo di missionari parolai e ottimisti, il nostro dovrà salvarli da un gruppo di truci birmani capitanati da un pedofilo che indossa quasi sempre enormi occhiali a specchio (clichè anni '80 che oggi fa sorridere). Grazie a Rambo e a un colorito gruppo di mercenari, i missionari salveranno la pelle ma non la fede.
Sangue a fiumi, colori desaturati, impressionanti scontri a fuoco alla Salvate il soldato Ryan e Rambo che urla di dolore mentre uccide tutti. C'è grande dignità in questo sofferente guerriero senza patria e speranza. Tornato a casa, lo vediamo passare davanti alla cassetta della posta dei genitori. C'è scritto R. Rambo. Ma anche se il padre si chiamasse Ronald o Reagan, ormai questo soldato non è più figlio suo.

Francesco Alò

© Sipario 2011